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	<title>Medioevo in Umbria &#187; Mestieri</title>
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		<title>La rinascita in Italia della cultura e scrittura medievale sulle orme di Benedetto</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Mar 2019 09:04:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Dallo “scriptorium” a Pesaro alla mostra sulla “Meravigliosa Storia della Calligrafia” di Verona Giuseppe Brienza ROMA &#160; “I benedettini sono i padri della civiltà europea”, ha scritto lo storico belga Léo Moulin (1906-1996), ricordando come perfino le leggi del galateo che alcuni ancora oggi per fortuna rispettano furono inventate proprio dai monaci fondati da san Benedetto da Norcia. Non a caso [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/amanuense.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7931" src="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/amanuense-300x157.jpg" alt="amanuense" width="300" height="157" /></a><a href="http://www.medioevoinumbria.it/vita-medievale/mestieri/la-rinascita-in-italia-della-cultura-e-scrittura-medievale-sulle-orme-di-benedetto/attachment/amanuense-marcello-storari/" rel="attachment wp-att-3331"><img class="alignleft size-full wp-image-3331" title="Amanuense-Marcello-Storari" src="http://medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/Amanuense-Marcello-Storari.jpg" alt="" width="250" height="250" /></a>Dallo “scriptorium” a Pesaro alla mostra sulla “Meravigliosa Storia della Calligrafia” di Verona</strong></p>
<p><em>Giuseppe Brienza</em><br />
ROMA</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“I benedettini sono i padri della civiltà europea”, ha scritto lo storico belga Léo Moulin (1906-1996), ricordando come perfino le leggi del galateo che alcuni ancora oggi per fortuna rispettano furono inventate proprio dai monaci fondati da san Benedetto da Norcia. <strong>Non a caso quest’ultimo, il 24 ottobre 1964, è stato proclamato da Paolo VI Patrono d’Europa, perché “messaggero di pace, operatore d’unità, maestro di civiltà” (Breve Apostolico, Pacis Nuntius).</strong></p>
<p>L’influsso culturale del monachesimo benedettino per la formazione della civiltà europea è passato soprattutto attraverso lo “scriptorium”, un laboratorio di copiatura e di trascrizione dei codici nel quale il lavoro paziente degli amanuensi moltiplicava i libri, facilitandone la conoscenza e lo studio. L’amore nel nostro Paese per il Medioevo cristiano si conserva perfino in questi ultimi decenni “post-sessantottini” con lo sforzo di riproposizione creativa dello stile della bella calligrafia dei nostri vecchi, si­mile appunto a quella degli antichi benedettini.</p>
<p>Basti pensare ad esempio all’attività del “Centro Studi Heliopolis”, fondato a Pesaro nel 1974 dal poeta e critico letterario Sandro Giovannini, nell’ambito del quale opera tuttora «lo scriptorium». Si tratta di un’esperienza d&#8217;indagine sulle <strong>tecniche dell&#8217;antico, consistente nella ricopiatura di manoscritti, nella realizzazione di fac-simile di rotoli e codici, il tutto rivitalizzando tecniche amanuensiche e miniaturistiche che vengono confrontate e “intrecciate” con percorsi di ricerca poetica innovativa (“poesia concreta”, “visiva”, etc.). Grazie a tale iniziativa sono stati realizzati molti dei prototipi su pergamena ani</strong>male poi tirati in stampa per la collegata casa editrice “Heliopolis” di Pesaro, esposti in varie mostre collettive dello «scriptorium», nelle quali sono presentati supporti pregiati e artistici ed anche ideazioni d’avanguardia che poi sono divenute acquisizioni consolidate sul mercato “para-editoriale”. Un esempio? Le prime &#8220;magliette letterarie&#8221;, ideate appunto in questo contesto, e presentate per la prima volta al Salone del libro di Torino nel 1989.</p>
<p>Ma molte altre realtà possono essere citate a testimonianza del tentativo di riscoperta e riproposizione dell’immenso patrimonio della civiltà e scrittura medievale. Si va dal sito <a href="http://www.amanuense.it/" target="_blank">www.amanuense.it</a>, alla manifestazione che si terrà il prossimo 25 Marzo a Verona (piazza delle Erbe), il &#8220;Palio del Drappo Verde&#8221;, un’antica corsa  citata anche da Dante Alighieri nel canto XV dell&#8217;Inferno (vv. 121-124), nell’ambito del quale sarà allestito anche un museo itinerante sulla “Meravigliosa Storia della Calligrafia” (<a href="http://www.sipariomedievale.it/scrittura.htm" target="_blank">www.sipariomedievale.it/scrittura.htm</a>), animato da figuranti in abiti d’epoca e mestieri medievali. Si tratta di un’iniziativa, portata avanti da alcuni anni in numerose piazze d’Italia dal pittore e pubblicista Marcello Sartori, finalizzata alla conoscenza dell&#8217;evoluzione storica della scrittura e dei principali supporti materiali utilizzati, con un ampio spazio dedicato allo scriptorium medievale ed alla civiltà dell&#8217;amanuense.  All’artista veronese, 56 anni, sposato con quattro figli e dal 2006 consigliere della “Compagnia del Sipario Medievale”, chiediamo quindi quali sono state le motivazioni e tecniche che hanno dato origine ai grandi capolavori dei maestri italiani della cultura e dell’arte del bene scrivere, e quale valore possono offrire oggi alla cultura e società occidentale.</p>
<p><strong>E’ vero che, nonostante la sua antica tradizione ed eredità nel nostro Paese, l’amanuense è una figura ormai quasi del tutto sconosciuta dalle giovani, ma anche dalle meno giovani, generazioni d’Italiani?</strong></p>
<p>«Dell’amanuense nelle scuole ed università italiane non se ne parla quasi più. L’unica cosa che si conosce è che copiava i libri prima della scoperta della stampa. Non si trasmette più l’importante ruolo che ha avuto nella formazione del rinascimento italiano e della costruzione della cultura occidentale. Purtroppo anche la bella scrittura, detta “Calligrafia”,  ha seguito lo stesso percorso di oblio».</p>
<p><strong>Perché riproporre oggi la figura dell’amanuense? </strong></p>
<p>«Perché dobbiamo agli amanuensi una grande riconoscenza. Cosa sarebbe del nostro “benessere” senza di loro e senza la cultura cristiana che loro esprimevano? Copiare libri era un lavoro faticoso, rimanere curvi, fermi con il corpo al lume di una lampada ad olio, facendo solo piccoli e precisissimi movimenti  con la mano in una situazione di grande precarietà durata diversi secoli a causa del crollo l’impero romano e con esso il lungo periodo di “Pax Romana”».</p>
<p><strong>Cosa ha spinto l’uomo medievale con i suoi strumenti semplici a creare opere immortali?</strong></p>
<p>«Nell&#8217;antichità Greci e Romani affidavano il compito di scrivere agli schiavi (servi litterati). Gli autori di quel tempo non si preoccupavano della diffusione del libro se non oltre una ristretta cerchia d&#8217;amici o discepoli. Chi voleva possedere un testo, non esistendo il diritto d&#8217;autore, lo faceva copiare dai suoi servi. Con il Cristianesimo nasce invece la necessità della diffusione e della trascrizione dei Sacri Testi, considerata un utile esercizio spirituale. Quest&#8217;attività è attestata in Italia a partire dal V secolo. San Benedetto da Norcia nelle sue regole stabilì l&#8217;obbligo, all&#8217;interno del convento, dello scriptorium (un locale destinato alla copiatura dei testi), ed all&#8217;Ordine Benedettino, per l&#8217;intensità, la cura e la competenza con cui sì dedicò all&#8217;attività scrittoria, siamo debitori della continuità della tradizione letteraria classica».</p>
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		<title>Il sarto del Calendimaggio (Assisi)</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Apr 2018 09:44:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Il Sarto del Calendimaggio Appuntamento alla piazza del Comune di Assisi, per poi arrivare attraverso stretti vicoli, alla porta del laboratorio della Magnifica Parte de Sotto, per metà falegnameria e, nella parte superiore, sartoria. Incontriamo un bel numero di persone, tutte impegnate a rendere ogni anno più bella e straordinaria la festa del Calendimaggio, ogni sera fin tardi a lavorare [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #8b0000; font-family: 'Times New Roman'; font-size: large;"><strong>Il Sarto del Calendimaggio</strong><span style="color: #000000;"><strong><br />
</strong></span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: xx-small;"><img class="alignright" style="border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/sartoria_01.jpg" alt="" width="320" height="213" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" /></span></p>
<p>Appuntamento alla piazza del Comune di Assisi, per poi arrivare attraverso stretti vicoli, alla porta del laboratorio della Magnifica Parte de Sotto, per metà falegnameria e, nella parte superiore, sartoria. Incontriamo un bel numero di persone, tutte impegnate a rendere ogni anno più bella e straordinaria la festa del Calendimaggio, ogni sera fin tardi a lavorare senza conoscere giorni di festa.</p>
<p><strong>La nostra guida</strong><br />
A farci da guida abbiamo Giacomo Cova responsabile e coordinatore della realizzazione dei costumi per la Parte de Sotto, ed ecco aprirsi di fronte a noi un grande stanzone pieno di abiti e costumi d’epoca con i colori dominanti della Magnifica Parte de Sotto: il rosso e poi quelli dei rioni il verde, il blu e il giallo. Giacomo, fin da piccolo dentro le emozioni del Calendimaggio, ci racconta come l’esperienza di costumisti famosi che lavorarono al “Fratello Sole Sorella Luna” di Franco Zeffirelli abbiano fornito una nuova linfa all’intera manifestazione.</p>
<p><img class="alignleft" style="border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/DSC_5801.jpg" alt="" width="219" height="319" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<div>
<p><strong>Dal bozzetto alla realizzazione</strong><br />
Giacomo ci illustra le caratteristiche di un costume che ancora deve essere terminato, dal suo bozzetto alla scelta della stoffa: il Narratore, e poi ci presenta ancora alcuni modelli “storici” e molto importanti come quelli di coloro che aprono il corteo. Abiti pesantissimi dalle stoffe compatte e ricche con accessori di grande impatto : ori e pietre dure, gli abiti dei nostri &#8220;Priori di Parte&#8221;.</p>
<p><strong>Il magnifico Medioevo di Assisi</strong><img class="alignright" style="border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/DSC_5808_big.jpg" alt="" width="210" height="290" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" /> Dagli stupendi costumi che Simone Martini con precisione fotografica ci ha consegnato sulle pareti della preziosa cappella di San Martino (Basilica Inferiore di San Francesco) alle generose reinterpretazioni sul tema medievale, come lo straordinario costume del Carnevale utilizzato nel corteo 2005: l’allegro intreccio di mille strisce di colori lasciati liberi di giocare con il vento, quasi un Arlecchino “ante litteram”!! E poi le maschere in carta pesta del Sole e della Luna in abbinamento con costumi particolarmente originali per i colori e il tipo di materiale usato per la loro realizzazione.</p>
<p>(Rolando Boco &#8211; Medioevoinumbria)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="justify"><span style="font-family: Arial; font-size: xx-small;"><br />
</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
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		<title>Il decoratore &#8211; Gubbio</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Sep 2016 15:32:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>IL DECORATORE-PITTORE In Umbria, nella stupenda città di Gubbio sopravvivono ancora mestieri antichi, che hanno le proprie radici molto lontane nel tempo, come il pittore o il decoratore edile. Oggi il più comune tinteggio è a tempera, ma si sta affermando sempre di più il ritorno ai tinteggi &#8220;tradizionali&#8221; alle calci e terra, velature, encausti&#8230; Giuliano Minelli (Gubbio) ha un’ [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><span style="color: #8b0000; font-family: 'Times New Roman'; font-size: large;"><strong>IL DECORATORE-PITTORE</strong></span></p>
<p align="justify"><img class="alignright" style="width: 279px; height: 244px; border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/decoratore_03.jpg" alt="" width="279" height="244" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" />In Umbria, nella stupenda città di <strong>Gubbio</strong> sopravvivono ancora mestieri antichi, che hanno le proprie radici molto lontane nel tempo, come il pittore o il decoratore edile.<br />
Oggi il più comune tinteggio è a tempera, ma si sta affermando sempre di più il ritorno ai tinteggi &#8220;tradizionali&#8221; alle calci e terra, velature, encausti&#8230;<br />
<strong>Giuliano Minelli </strong>(Gubbio) ha un’ impresa che pur conoscendo i prodotti in uso nel mercato, tende a privilegiare quelli più ecologici e a minor impatto ambientale, quindi non solo quelli messi a disposizione dall&#8217;industria, ma usa pure <strong>metodi e materiali antichi </strong>appresi dalla propria tradizione di &#8220;<strong>bottega artigiana</strong>&#8221; ed è con lui che affronteremo i diversi aspetti di questo mestiere.</p>
<p align="justify"><strong>Domanda</strong>: <em>Puo farci una breve presentazione della sua storia professioinale: degli anni vicino a suo padre, e l’amore per un mestiere che ha a che fare con l’arte, i colori, la luce; il ricreare oppure il donare un’atmosfera nuova ad ambienti che hanno un grande valore storico-artistico?</em></p>
<p align="justify"><strong>Risposta</strong>: Sono cresciuto all’interno della “bottega” di mio padre Giuseppe, a sua volta allievo di Cricchi, fiduciario della Sovrintendenza e dell’acquarellista vaticano Roberto Raimondi, che gli ripeteva quasi con insistenza di sentire le emozioni che trasmettono i colori.<br />
Anche il maestro Cricchi gli trasmise questo amore per il colore che imparò dal pittore Augusto Stoppoloni (1916-18), di cui troviamo alcune opere nel Duomo di Gubbio, sono sue le pitture murali dell&#8217;abside, dell&#8217;arco trionfale e delle cappelle di sinistra.<br />
Sostanzialmente io ho imparato questo mestiere “rubando con gli occhi” perché il babbo era severo e più di tanto non si dilungava nelle spiegazioni e comunque sono venuto a conoscenza delle tecniche usate dalla fine del &#8216;700.<br />
Ricordo lo stupore di quando scoprii che il bianco si creava dal nero!<br />
E’ lì che ho imparato a mescolare i colori, usando le terre, le mani per sentire la giusta fluidità e consistenza e compattezza della tinta. Ho imparato a riconoscere il tipo di “muro” da lavorare, con le mani, quasi accarezzandolo, facendole aderire alla superficie, e non soltanto con gli occhi.<br />
Ho un rapporto fisico con la materia: ci si deve conoscere bene e in profondità per arrivare ad un risultato buono, altrimenti…</p>
<p align="justify"><strong>Domanda</strong>: <em>Come definerebbe il suo mestiere: antico o moderno?<img class="alignleft" style="width: 300px; height: 193px; border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/decoratore_02.jpg" alt="" width="300" height="193" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" /></em></p>
<p align="justify"><strong>Risposta</strong>: Non è nè antico né moderno, è contemporaneo. Vive secondo l’uomo di oggi, con le acquisizioni che provengono dal passato ma proiettato nel futuro. Ci sono pregi e difetti come in tutti i mestieri del mondo. E’ un mestiere che dà soddisfazioni perché offre bellezza, anche se non è sempre valorizzato economicamente come si dovrebbe.</p>
<p align="justify"><strong>Domanda</strong>: <em>C’è una scuola in grado di far crescere queste sensibilità?</em></p>
<p align="justify"><strong>Risposta</strong>: Mi dispiace dirlo ma la risposta è negativa.<br />
Se poi il soggetto ha dentro di sé una “passione” allora può coltivarla e farla crescere, altrimenti con quello che ti dà la scuola di oggi non vai molto lontano.</p>
<p align="justify"><strong>Domanda</strong>: <em>Quali sono state le realizzazioni più importanti e che le hanno dato maggiore soddisfazione?</em></p>
<p align="justify"><strong>Risposta</strong>: Non mi è facile fare una classifica, ci devo pensare un po’.<br />
Mi vengono in mente i lavori effettuati per i soffitti del Palazzo Ranghiasci nella piazza centrale di Gubbio; poi alcune sale del Vescovado di Gubbio; oppure la Villa Benveduti dei Colaiacovo, ma anche i lavori eseguiti per lo stilista Roberto Menichetti.<br />
E poi la soddisfazione di quando gli architetti consigliavano ad esempio, di sabbiare delle pareti o soffitti ed io insistevo, osservando bene il muro, di verificare cosa ci fosse sotto, scoprendo decorazioni ed affreschi!</p>
<p align="justify"><strong>Domanda</strong>: <em>C’è una evoluzione nel suo mestiere: ad esempio nuovi materiali, un modo nuovo di concepire la decorazione anche nell’architettura moderna, oppure no?</em></p>
<p align="justify">Risposta: Oggi si dà troppo spazio alle “tendenze di moda”. C’è troppa uniformità che impoverisce poi molto i risultati. Si tende ad usare colori e tonalità spesso estranei al contesto, al territorio.<br />
Il colore risulta bello e vivo quando è composto da almeno tre o quattro colori perché soltanto così si catturano i riflessi della luce: tanto per capirci il bianco non è mai bianco e basta!</p>
<p align="justify"><strong>Domanda</strong>: <em>Ad un giovane che intendesse avvicinarsi al suo “mestiere” quali consigli darebbe?</em></p>
<p align="justify"><strong>Risposta</strong>: <em>Gli direi “cambia mestiere!”</em><br />
A parte la battuta, lo indirizzerei ad uno studio “appassionato” dell’arte, delle tecniche di pittura, dei materiali con cui si fa pittura.<br />
Lo inviterei ad entrare nelle nostre chiese e palazzi storici per innamorarsi di un affresco, di una tavola dipinta: fermarsi a cogliere la pennellata leggiadra o nervosa stesa sulla superficie e interrogarsi sul perché, e studiare, studiare, amare studiando!<br />
Viviamo in un territorio che è un “libro aperto”, ogni piccolo centro è ricco di documenti straordinari e spetta a noi individuarne le corde giuste per far vibrare nuova musica e suscitare emozioni. Sono quei piccoli-grandi attimi necessari per vivere e per sentirci parte integrante di questa storia dell’umanità che è poi il fiume della vita.</p>
<p align="justify">Rolando Boco</p>
<p align="center">Per ulteriori informazioni:<br />
Giuliano Minelli, Gubbio<br />
Tel./ Fax: 075 9272249<br />
e-mail: <a href="mailto:info@minelligiuliano.com">info@minelligiuliano.com </a></p>
<p align="center">
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		<title>Un filo intrecciato tra artigianato e modernità. L&#8217;esperienza di Unodispari Perugia</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jul 2015 09:12:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>L&#8217;arte della concia risale già all&#8217;epoca paleolitica quando si conciava mediante grassi e fumo; solo durante l&#8217;età del bronzo si comincia a praticare la conciatura al vegetale, che UnoDispari predilige per le sue borse e i suoi accessori, ed ora ne parliamo con uno dei soci fondatori di questa nuova realtà imprenditoriale. Leonardo, maestro artigiano di &#8220;UnoDispari&#8221;, cosa si intende [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;arte della concia risale già all&#8217;epoca paleolitica quando si conciava mediante grassi e fumo; solo durante l&#8217;età del bronzo si comincia a praticare la conciatura al vegetale, che <strong>UnoDispari</strong> predilige per le sue <strong>borse </strong>e i suoi <strong>accessori</strong>, ed ora ne parliamo con uno dei soci fondatori di questa nuova realtà imprenditoriale.</p>
<p><strong>Leonardo, maestro artigiano di &#8220;UnoDispari&#8221;, cosa si intende per conciatura al vegetale?</strong></p>
<p>Nella realizzazione dei nostri accessori in pelle di alta qualità utilizziamo pelle di vitello conciata al vegetale. Esistono tanti tipi di concia, ma la “<strong>concia al vegetale</strong>” è il tipo di lavorazione più antica e più naturale che, attraverso i suoi trattamenti con tannini vegetali lascia sulla pelle segni caratteristici. Nella tradizione italiana della concia al vegetale, la Toscana occupa una posizione di primato ed è per questo che ci rivolgiamo ai<strong> maestri artigiani toscani, che </strong>da sempre propongono un pellame conciato al vegetale di alta qualità, per rifornirci della pelle che &#8220;plasmiamo&#8221; per creare i nostri prodotti.</p>
<p><strong>Come si lega la lavorazione della pelle, all&#8217;epoca medievale?</strong></p>
<p>Bisogna arrivare al Medioevo per ottenere la lavorazione in pelle di altri oggetti, al di fuori di scarpe e abbigliamento, come contenitori, custodie, cofanetti, astucci per documenti e copertine per libri. Dal Tardo Medioevo si diffondono metodi per eliminare le imperfezioni causate dal fatto che la pelle non fosse trattata. Da allora, da quel periodo storico, nasce l&#8217;attenzione alla lavorazione de<img class="alignright size-medium wp-image-7401" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/Borsa-Viaggio-02-241x300.jpg" alt="Borsa-Viaggio-02" width="241" height="300" />lla pelle per accessori che accompagnano la nostra vita quotidiana.</p>
<p><strong>Per le vostre borse avete studiato un particolare accostamento di due materiali pregiati, accanto alla pelle il cashmere, come viene selezionata la materia prima?</strong></p>
<p>Per le nostre borse e accessori in pelle, la selezione delle materie prime è la fase della produzione che più si riflette sul prodotto finito. Proprio per questo, dedichiamo ad essa tutta la nostra attenzione, passione e cura. Si tratta di materiali di alta qualità: <strong>vera pelle italiana</strong> <strong>conciata al vegetale in Toscana</strong> <strong>e un morbido </strong><strong>interno realizzato in maglieria di cashmere 100% lavorato a mano</strong> <strong>in Umbria</strong>. Realizziamo solo lavorazioni a mano per ottenere prodotti così pregiati e unici, borse e accessori completamente Made in Italy. Cercando di unire lavoro e passione alla valorizzazione delle risorse ambientali e culturali.</p>
<p><strong>Da dove nasce il des<a href="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/Umbria-borsa-pelle.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7402" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/Umbria-borsa-pelle-300x199.jpg" alt="Umbria-borsa-pelle" width="300" height="199" /></a>ign e come prendono forma le vostre borse?</strong></p>
<p>Per dare forme alle nostre borse, cinture e accessori porta agenda o per i più tecnologici porta tablet e smartphone, si comincia da un bozzetto che può essere frutto della mia creatività o di quella dello stesso cliente. Il bozzetto viene trasformato in un modello in carta che serve per il taglio di ogni singola componente dell&#8217;accessorio. Tutti i tagli vengono effettuati a mano e le parti vengono assemblate seguendo lo schema prefissato. La parte interna e quella esterna vengono realizzate separatamente, poi unite per dar forma alla borsa. Si tratta di borse dalla silhouette raffinata, ideali e confortevoli per un utilizzo quotidiano o per brevi spostamenti. L’originalità e i contrasti di colore ne fanno borse in pelle e cashmere glamour.</p>
<p><strong>Unique combination. Perchè in questo pay-off sintetizzate la vostra filosofia?</strong></p>
<p>La possibilità di disegnare e personalizzare le nostre creazioni è ciò che le rende uniche ed originali. Il nome “<strong>UnoDispari</strong>” deriva non solo dall’ unicità di ogni singolo accessorio in pelle, ma anche dalla particolare elaborazione delle misure utilizzate in fase di progettazione, che sono appunto dispari e creano <strong>nuove proporzioni</strong>, diverse dagli standard di produzione di massa.</p>
<p><em>Antonella Padalino</em></p>
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		<title>L&#8217;umbria dei Mulini ad acqua</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jan 2014 10:12:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rolando]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Mestieri]]></category>
		<category><![CDATA[mulini ad acqua economia medioevale]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><strong>"L' Umbria dei Mulini ad acqua"</strong><br />
<i>Alberto Melelli e Fabio Fatichenti</i><br />
Ed. Quattroemme</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6575" alt="03-W" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/03-W-300x260.jpg" width="300" height="260" /></p>
<p>Alcune delle pagine maggiormente consultate all’interno del portale <strong>MedioevoinUmbria</strong> sono quelle relative alla storia dei Mulini ad acqua, testimonianza concreta di un soggetto centrale nella storia medioevale del nostro paese e della nostra regione. Inoltre ricordo che nei primi anni ’80 (con l’esperienza del Comitato di Iniziativa Popolare per il fiume Tevere) quando si iniziò a chiedere  una  maggiore attenzione alla qualità della gestione del territorio, usando come elemento di interpretazione il</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-6577" alt="02-W" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/02-W-300x273.jpg" width="300" height="273" /></p>
<p>fiume Tevere,  si presentava sempre un nodo preciso, irrisolto, ed era questo: fino alle soglie degli anni ’50 il fiume era stato fonte di vita, di lavoro, di iniziativa economica, per poi interrompersi in modo drammatico fino ai giorni nostri, perché, come mai?</p>
<p>Incontravamo l’esperienza dell’uomo, attraverso appunto i mulini, che testimoniavano un uso intelligente dell’energia rappresentata dall’ uso dell&#8217; acqua superficiale, senza però  conoscere l’estensione di questo fenomeno. Finalmente ora arriva una pubblicazione che va a collocarsi in uno spazio preciso e decisivo per riuscire a capire e decifrare la storia economica della nostra regione, si tratta del titolo:</p>
<p style="text-align: center;"><strong>L&#8217; Umbria dei Mulini ad acqua</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>a cura di Alberto Melelli e Fabio Fatichenti<em> (Ed. Quattroemme, Perugia, 2013)</em></strong></p>
<p>Questo testo prosegue la sequenza di monografie iniziata con “Architettura e paesaggio rurale in Umbria. Tradizione e contemporaneità” del 2010, grazie al convinto sostegno  dell’amministrazione regionale umbra. Gli stessi curatori spiegano come fosse quasi una scelta obbligata, quella di affrontare il tema dei mulini idraulici perché rappresentano “ … uno dei principali elementi strutturali e storici del paesaggio rurale della nostra regione (…) per l’importanza comprensibilmente assunta da tali manufatti nel contesto storico, sociale e paesaggistico di una regione ricca di acque”. Gli autori parlano così proprio di un “microcosmo dei mulini e della molitura” essendo queste strutture spesso centri di relazioni oltre che economiche anche sociali.</p>
<p><a href="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/011.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6580" alt="01" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/011-300x179.jpg" width="300" height="179" /></a>Queste pagine ci spiegano come: “ Le acque abbiano infatti sempre condizionato marcatamente la vita economica e culturale dell’uomo. Il loro sfruttamento è stato determinante soprattutto a partire dai tempi della società preindustriale, dominata dai lenti ritmi di una fase agricola in cui l’utilizzo e il controllo delle risorse idriche erano assolutamente necessari: basti pensare alle problematiche connesse alla possibilità o meno di irrigare, di sottrarre terre e zone acquitrinose, di ricorrere alla forza dell’acqua per produrre energia per i mulini, per le gualchierie, per la  fabbricazione della carta, ecc.; con riferimento poi, in tempi più recenti, alla nascita della grande industria, si considererà quanto la prima fase della sua affermazione sia stata direttamente connessa alla presenza delle acque correnti e alle opportunità di utilizzarle.” Questa interpretazione viene ancora approfondita nella sezione in cui si tratta dell’avvento, della diffusione e declino del mulino ad acqua; prestando particolare attenzione anche alla figura del mugnaio e alla struttura tecnica, al funzionamento e alle fasi di produzione del mulino stesso. Nella seconda parte il libro riporta il risultato di una attenta ricerca sui mulini in Umbria, organizzando questa materia in “ambiti regionali”, più precisamente: in alta Valle del Tevere, zona Eugubino-Gualdese, zona Perugino-Trasimeno, Valle umbra, media Valle del Tevere, Valnerina, Conca Ternana, Bassa Valle del Tevere, zona Orvietana, perché consistenza numerica, distribuzione territoriale e localizzazione degli opifici idraulici sono aspetti strettamente connessi alla specificità della rete idrografica, che per la gran parte è all’interno del bacino idrografico del Tevere che usufruisce di una ricca rete di corsi d’acqua. Così si propone una interessantissima serie di schede (Giovanni Cangi, Rosa Goracci, Remo Rossi oltre che degli stessi Alberto Melelli e Fabio Fatichenti) che illustrano la realtà di mulini ancora oggi visitabili, in pochissimi casi ancora funzionanti, ed in molti altri casi soltanto ruderi. In tutto questo è di grande valore ed aiuto alla comprensione del tema trattato, l’apparato fotografico realizzato da Bernardino Sperandio. In allegato, in una tasca interna, è possibile visionare un bell’opuscolo intitolato “Andar per mulini”, uno strumento che nasce dall’esigenza di far seguire alla ricerca storica, dunque alle schede concernenti le singole strutture molitorie, anche quanto possa consentire al visitatore di portarsi direttamente sia sui più significativi luoghi ed edifici descritti, sia su altre emergenze (paesaggistiche, ambientali, storico-artistico-culturali) attraverso percorsi aventi quale punto di riferimento proprio gli opifici idraulici.</p>
<p>(R.B.)</p>
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		<title>La rivoluzione energetica medievale</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Jan 2014 15:06:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Mestieri]]></category>
		<category><![CDATA[economia medioevale]]></category>
		<category><![CDATA[mulino ad acqua]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Mulini ad acqua, mulini a vento Se pensiamo al Medioevo come all&#8217;epoca di una vera e propria rivoluzione energetica è soprattutto per il grande sviluppo dei mulini, e principalmente dei mulini ad acqua; non perché i tecnici medievali abbiano fatto in questo campo grandi invenzioni originali, ma perché applicarono l&#8217;invenzione dell&#8217;antichità classica alla costruzione di un tale numero di impianti, [&#8230;]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="color: #800000;"><span><strong>Mulini ad acqua, mulini a vento</strong></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><img class="alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" alt="" src="/wp-content/gallery/resources/mulini007(1).jpg" width="300" height="123" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" />Se pensiamo al Medioevo come all&#8217;epoca di una vera e propria rivoluzione energetica è soprattutto per il grande sviluppo dei mulini, e principalmente dei mulini ad acqua; non perché i tecnici medievali abbiano fatto in questo campo grandi invenzioni originali, ma perché applicarono l&#8217;invenzione dell&#8217;antichità classica alla costruzione di un tale numero di impianti, da provocare effetti profondamente innovatori, in campo economico, sociale, politico. (<em>A sinistra </em>f<em>inimenti di tipo ungherese provenienti da oriente, introdotti in Europa nel Medioevo, per l&#8217;impiego dei cavalli nel traino di carri e aratri</em>)</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Per la scarsità di documentazione, non sappiamo quale fu la velocità di espansione della tecnica dei mulini nei 5 secoli che intercorsero tra la caduta dell&#8217;impero e il Mille, ma sappiamo, per esempio, che alla fine dell&#8217;impero gli impianti a energia idraulica erano in Francia poche unità e che alla fine del XI secolo se ne contavano in Inghilterra ben 3.624, con una densità abbastanza simile a quella dell&#8217;occidente europeo complessivamente. Che l&#8217;incremento sia stato non graduale, bensì esplosivo, si spiega con alcune retroazioni positive tipiche dello sviluppo tecnologico in genere; per esempio, con il fatto che chi collabora come assistente col costruttore di un impianto diventava a propria volta costruttore di impianti; ma ci fu una retroazione positiva tipica proprio del mulino idraulico.<br />
Essa fu innescata da uno dei pochi accorgimenti tecnici fondamentali inventati dai tecnici del medioevo, l&#8217;albero a camme. Con gli ingranaggi, esistenti da lungo tempo già nell&#8217;antichità romana, si era tramesso il moto e se ne era modificato il piano, da orizzontale a verticale e viceversa; con l&#8217;albero a camme (un albero rotante che porta delle sporgenze) il moto veniva trasformato, da rotatorio continuo a rettilineo intermittente, e con questa modificazione il mulino poteva venire impiegato non più soltanto per schiacciare e macinare bensì anche per martellare e percuotere.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Questa nuova possibilità, venne sfruttata per azionare grandi, che permise<img class="alignright" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" alt="" src="/wp-content/gallery/resources/mulini_8015.jpg" width="250" height="141" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" />ro di ottenere, dalla legna o dalla carbonella, temperature più elevate; questo permise di ottenere ferro di migliore qualità e di lavorarne maggiori quantità; perciò vennero fabbricate in ferro le parti meccaniche dei mulini, che in precedenza venivano fabbricate in legno.<br />
(<em>A destra Albero a camme</em>)</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Finché le parti meccaniche erano in legno non si poteva essere certi che il lavoro necessario per costruire il mulino, per lavorare e portare a destinazione le pesantissime macine, fosse davvero un buon investimento: se una parte meccanica si rompeva, tante fatiche andavano in fumo; inoltre, non si sapeva mai con certezza quali dovessero essere le dimensioni dell&#8217;impianto: se l&#8217;impianto era piccolo rinunciava a sfruttare tutta la potenza del salto d&#8217;acqua, ma se aveva dimensioni abbastanza grandi da utilizzare tutta la potenza sottoponeva gli ingranaggi a tali sollecitazioni meccaniche da facilitarne la rottura.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Le parti meccaniche di ferro vincevano queste incertezze e preoccupazioni e ne risultava una diffusa propensione ad accettare i rischi di costruire un mulino ad acqua. Per il fatto di essere riusciti, mediante l&#8217;albero a camme, a ottenere una maggiore quantità di calore, a più alta temperatura, quindi una maggiore quantità di energia altamente utilizzabile, ci si trovava a poter costruire più mulini e di maggiore potenza. Più energia si era impiegata, più energia si rendeva disponibile: questa tipica retroazione positiva, che ai nostri tempi veniva chiamata sviluppo, a prima vista sembra quasi un miracolo.</p>
<p><img class="alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" alt="" src="/wp-content/gallery/resources/mulini_2008.jpg" width="200" height="306" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /><br />
Quel che la gente del medioevo non seppe vedere, e che noi a distanza di quasi un millennio vediamo, è che quel miracolo energetico, tale per cui i consumi energetici non facevano diminuire la disponibilità di energia ma la facevano aumentare, aveva un alto costo sul piano ambientale: infatti quei fuochi, ravvivati dai mantici azionati dal mulino, bruciavano a grande velocità la legna dei boschi europei e perciò, mentre acceleravano la liberazione di anidride carbonica, facevano diminuire l&#8217;estensione delle foreste capaci di fissarla. Si intensificava così un processo già attivo all&#8217;inizio dell&#8217;agricoltura, che nei secoli successivi sarebbe cresciuto a valanga. E cresce ancora, benché la scienza moderna ne abbia individuato le caratteristiche, l&#8217;entità, i danni e i pericoli. (<em>A sinistra Mulino idraulico per il sollevamento di acqua irrigua)</em></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Secondo le situazioni locali vennero costruiti mulini idraulici di tipi diversi: a ruota verticale e a ruota orizzontale, azionati per di sopra oppure per di sotto; e ancora più svariati erano gli ingranaggi. Perciò erano molto diversificati gli impieghi: in primo luogo si moltiplicarono gli impianti destinati alle funzioni più antiche, cioè al sollevamento dell&#8217;acqua per l&#8217;irrigazione, con incremento delle coltivazioni; si diversificarono le preparazioni di alimenti, con mulini destinati alla macinazione non più soltanto dei cereali da panificazione, ma anche dei cereali da birra, della senape, forse dello zucchero di canna; ci furono mulini per affilare, mulini da tornio, da segheria, magli idraulici da siderurgia, mulini per la follatura dei tessuti, per la concia delle pelli, per la sfibratura della canapa, per filatura, per torcitura. In tutti questi settori produttivi, l&#8217;energia idraulica moltiplicò la produttività del lavoro e ne risultò un&#8217;economia che faceva spazio, per spazi sociali che non erano soltanto elitari, alla soddisfazione di bisogni che non erano più di mera sussistenza.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Ma l&#8217;aumento del benessere non andò disgiunto da grandi tensioni politiche e sociali. Infatti l&#8217;energia idraulica non era applicabile a tutti i momenti del processo produttivo e l&#8217;incremento della produttività del lavoro non fu omogeneo bensì diseguale; la diseguaglianza non fu soltanto tra un settore di produzione e l&#8217;altro e neppure tra un&#8217; azienda e l&#8217;altra, ma addirittura all&#8217;interno della stessa azienda.<br />
Nacquero professioni nuove, come quella di coloro che progettavano e costruivano i macchinari, vigilavano sul loro funzionamento e provvedevano alla riparazione e alla manutenzione.<br />
In un&#8217;azienda di torcitura del filo di seta, l&#8217;applicazione della ruota idraulica aumentava molto la produttività del lavoro di quelli che erano addetti direttamente a torcere il filo, mentre restava invariata la produttività di quelli che oggi chiameremmo “gli addetti al terziario aziendale”: fattorini, magazzinieri, contabili. Ne derivava un profondo sconvolgimento delle prospettive di avanzamento, di carriera: se rimaniamo nell&#8217;esempio della torcitura di seta vediamo che nell&#8217;azienda artigiana tradizionale, anche l&#8217;ultimo degli apprendisti, addetto a pulire il pavimento o a portare i pacchi, sapeva che col tempo avrebbe imparato il mestiere, sarebbe diventato torcitore, poi maestro torcitore, e poi proprietario della torcitura; ma con l&#8217;aumento della produttività del lavoro dei torcitori si creò una sproporzione numerica della composizione del personale, con aumento del numero degli addetti alla pulizia o al trasporto dei pacchi rispetto al numero dei torcitori: e questo aumento toglieva agli apprendisti molte probabilità di avanzamento. Quella divisione del lavoro che un tempo era basata sull&#8217;età, adesso configurava delle carriere separate e chiuse.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><img class="alignright" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" alt="" src="/wp-content/gallery/resources/mulini_3010.jpg" width="250" height="286" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Questo fatto provocò quella che oggi chiameremo una “crisi di rappresentatività” delle corporazioni: infatti, le corporazioni erano forme di rappresentanza rigidamente verticali e gli addetti alle mansioni meno qualificate accettavano un tempo di farne rappresentare, in quanto sapevano che col tempo si sarebbero professionalizzati: ma i cambiamenti introdotti nella divisione del lavoro dalla ruota ad acqua, togliendo questa prospettiva, tolsero significato alla rappresentanza verticale e indussero gli addetti alle mansioni meno qualificate a tentare nuove strade per la difesa dei propri interessi, organizzandosi orizzontalmente. Le corporazioni non potevano accettarlo, e ricorsero a misure repressive: avevano giurisdizione sugli addetti al mestiere, avevano tribunali e carceri, persino carnefici, e si servirono ampiamente dei propri poteri; ma il popolo minuto non si rassegnò, e combatté nelle strade delle città artigiane più sviluppate d&#8217;Italia, dove il popolo grasso accettava con entusiasmo le innovazioni tecniche, ma ne reprimeva le conseguenze sociali. (<em>A destra mulino a vento orientabile)</em></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">C&#8217;erano, da parte delle corporazioni, anche altri motivi per ostacolare l&#8217;inserimento del mulino ad acqua nella vita produttiva: i primi mulini operanti nelle attività artigianali vennero insediati entro i confini delle città, ma poi crebbero di numero, e non trovando più spazio sui tratti di fiume che attraversavano le città, trovarono insediamento fuori, nel contado. Questo fenomeno diminuì la potenza dei liberi comuni, che perdevano il loro ruolo economico, di sedi esclusive della tradizione artigiana.</p>
<p><img class="alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" alt="" src="/wp-content/gallery/resources/mulini_4011.jpg" width="200" height="290" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" />Anche questo cambiamento si profilava molto importante, e le corporazioni ne erano preoccupate. Infatti, ogni cambiamento radicale nella struttura del potere costituiva una minaccia per il potere loro proprio e combatterono il dilagare del mulino ad acqua con i mezzi che avevano: esse garantivano la qualità dei prodotti e rifiutavano la garanzia di qualità ai prodotti ottenuti con l&#8217;impiego di macchine azionate dai mulini. Fallirono, anche in quanto la produzione manuale non era competitiva economicamente con la produzione realizzata a macchina.<br />
<em>(A sinistra mulino a vento con noria per sollevare l&#8217;acqua)<br />
</em><br />
Del resto, anche nelle campagne il mulino ad acqua suscitava tensioni. Ne aveva suscitate sin dagli inizi, in quanto il feudatario faceva obbligo ai contadini di servirsi, a pagamento, del mulino per far macinare il grano per usi familiari, e l&#8217;obbligo era vissuto come un sopruso. Più tardi, chiedere le prestazioni del mugnaio entrò nel costume, ma le proteste dei contadini continuarono con altre motivazioni: il buon funzionamento del mulino richiedeva salti d&#8217;acqua di una certa entità, e perciò si costruirono invasi, canali, deviazioni, al fine di garantire il funzionamento ottimale dell&#8217;impianto: ma tali opere sacrificavano le esigenze delle coltivazioni. Così il mulino, che in origine era servito all&#8217;irrigazione dei campi, dopo alcuni secoli contribuì a sacrificare l&#8217;agricoltura alle esigenze di produzione diverse da quelle agricole.<br />
Non si possono concludere questi brevi cenni alla rivoluzione energetica del medioevo, senza menzionare il mulino a vento. Mentre il mulino ad acqua costituiva un&#8217; eredità di Roma, il mulino a vento giunse, più tardivamente, alla cultura europea dall&#8217;oriente, attraverso il mondo arabo. Esso implicava difficoltà tecniche maggiori di quelle del mulino ad acqua, perché l&#8217;impianto idraulico era fisso, dato che il fiume cambia la portata ma non la direzione come invece fa il vento. Perciò il mulino a vento veniva costruito con una parte inferiore fissa, o base, e una parte superiore, o castello, che si poteva far ruotare intorno a un asse verticale; alla parte superiore erano fissati i telai, o pale, su cui venivano tese le vele. <em>( Sotto Mulini a vento in serie, in funzione di idrovore, per il sollevamento di acqua stagnante) </em><img class="alignright" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" alt="" src="/wp-content/gallery/resources/mulini_5012.jpg" width="350" height="119" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<p>Quando il vento mutava direzione si faceva ruotare la parte superiore della struttura in modo da esporre le tele nel modo più adatto. Uno dei più antichi mulini a vento fu un mulino siciliano, per la macinazione del sale, ma l&#8217;utilizzo più importante di questo tipo di impianti fu il sollevamento dell&#8217;acqua. In un primo tempo l&#8217;acqua veniva sollevata con la noria o ruota a secchi, che costituiva una modifica degli antichi impianti azionati da animali, ma la modifica concerneva solamente la fonte energetica; più tardi invece il sollevamento dell&#8217;acqua venne affidato alla cosiddetta “ruota a schiaffo”: alcuni mulini collegati in serie sollevavano l&#8217;acqua di livello in livello. Queste idrovore a vento trovarono campo d&#8217;impiego, là dove l&#8217;acqua non era corrente, ma stagnante, e consentivano di costruire sia Venezia che l&#8217;Olanda.<br />
Si dice che, “Dio ha creato il mondo, ma l&#8217;Olanda l&#8217;hanno creata gli Olandesi” servendosi delle idrovore a vento.<br />
Le tensioni sociali provocate dai mulini a vento furono più blande di quelle generate dai mulini ad acqua, principalmente per quanto concerne il rapporto con la campagna. Infatti l&#8217;impianto idraulico non poteva funzionare senza o l&#8217;iniziativa o quanto meno il consenso del feudatario che esercitava autorità sul territorio su cui scorreva il fiume o del proprietario del terreno: perciò, impedire con severe perquisizioni o requisizioni l&#8217;uso dei mulinelli a mano privati significava costringere i contadini a svelare al mugnaio la reale quantità di grano che trattenevano per le proprie famiglie: i contadini perdevano così quel margine di possibilità di inganno che li proteggeva contro le esosità del signore. Invece il mulino a vento, tecnicamente non era vincolato a questo o a quel sito ma poteva funzionare dovunque: perciò la subordinazione al signore a al proprietario del suolo era più facilmente evitabile e non accadeva che il mugnaio si comportasse da controllore ed esattore al servizio del signore o del proprietario. Infine, per il funzionamento del mulino ad acqua si rendeva a volte necessario trattenere l&#8217;acqua in un invaso, sacrificando gli usi a valle per l&#8217;irrigazione, per l&#8217;allevamento delle anitre, per la macerazione della canapa; invece il vento non si poteva trattenere, incamerare sottraendolo a qualcuno, concederlo avaramente.<br />
<img class="alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" alt="" src="/wp-content/gallery/resources/mulini_6013.jpg" width="250" height="186" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" />Era libero da servitù verso il signore, non suscitava cupidigie, non si prestava da accaparramenti e deviazioni. Si dice “libero come il vento”: la libertà del vento, generava la libertà del mulino a vento, la libertà dei suoi costruttori e dei suoi clienti. Anzi, i contadini lo consideravano con speranza e gratitudine: quell&#8217;impianto avrebbe offerto loro nuove terre da coltivare, sulle quali nessuno poteva esercitare diritti, né di investitura né di proprietà. <em>(A sinistra ruota a schiaffo, in funzione come idrovora)<br />
</em>Ma il mulino a vento non ebbe altrettanta importanza quanta ne ebbe il mulino ad acqua per lo sviluppo della metallurgia: infatti, la metallurgia ha bisogno di temperature elevate, ed esse si ottengono, non dal mulino in se stesso, bensì dall&#8217;applicazione del mulino alla combustione della legna o del carbone dolce: e la legna e il carbone dolce erano disponibili vicino alle acque correnti piuttosto che in prossimità delle acque stagnanti, dove il vento gonfiava le vele dei mulini.</p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Tratto dal libro<span style="color: #800000;"> &#8220;<strong>Ambiente Terra &#8211; l&#8217;energia, la vita la storia</strong>&#8221; </span>di Laura Conti<br />
Oscar Mondadori</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">
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		<title>Un CALLIGRAFO oggi.</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jun 2012 10:18:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rolando]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mestieri]]></category>
		<category><![CDATA[calligrafia]]></category>
		<category><![CDATA[luca barcellona]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Incontriamo Luca Barcellona,  calligrafo di  Milano. E parlare di un calligrafo alle soglie del 2012 può sembrare anacronistico, ma se pensiamo che i suoi lavori sono richiesti da grandi brand come Nike, Carhartt, Eni, D&#38;G (per non citare committenze museali, o in ambito cinematografico e discografico) si può immaginare come il lettering di Luca Barcellona vada oltre la semplice riproduzione [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4383" title="Luca Barcellona all'opera" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/Luca-Barcellona-allopera.jpeg" alt="" width="252" height="200" />Incontriamo<strong><span style="color: #000000;"> <span style="color: #000000;">Luca Barcellona</span></span></strong>,  calligrafo di  Milano. E parlare di un calligrafo alle soglie del 2012 può sembrare anacronistico, ma se pensiamo che i suoi lavori sono richiesti da grandi brand come Nike, Carhartt, Eni, D&amp;G (per non citare committenze museali, o in ambito cinematografico e discografico) si può immaginare come il lettering di Luca Barcellona vada oltre la semplice riproduzione di uno stile appartenente ad un tempo ormai andato. Anche perchè la sua esperienza da writer si sente e si vede, e lui certamente non la nasconde. Nel 2009 ha collaborato con un calligrafo tedesco alla riproduzione di un planisfero del 1500 per il Museo Nazionale di Zurigo; da alcuni anni collabora anche come insegnante con la Asso<img class="alignright size-full wp-image-4187" title="Barcellona Luca" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/barcellona-luca2.jpeg" alt="" width="214" height="235" />ciazione Calligrafica Italiana, vivendo di inchiostro, passione e tanta pazienza. Abbiamo provato a conoscere alcuni aspetti del suo lavoro e Luca è stato disponibilissimo alle nostre domande.</p>
<p><strong>Dubito che da bambino sognassi di fare il calligrafo.. ma ripensando al passato, più o meno recente, trovi tracce del percorso che ti ha portato fino qua?</strong><br /> Naturalmente si. Da bambino ero comunque attratto dalle lettere, anche se in un altro modo e con meno consapevolezza di quello che sono. La passione per il lettering me l’hanno inculcata i graffiti, non certo la scuola di grafica dove la calligrafia non mi è stata credo nemmeno menzionata. Invece passare ore a disegnare distorcere le lettere per scrivere il mio nome per la città o su un treno, è stata una scuola interessante, mi ha abituato alla progettualità in un certo senso, e considerata la mia pigrizia non è poco. L’incontro con la calligrafia ha fatto il resto: non si tratta solo di scrivere, ma di imparare storie nuove e conoscere persone speciali ad ogni incontro. Il fatto che sia diventato un mestiere lo considero un lusso, di questi tempi, ma non era decisamente stato deciso a priori.</p>
<p><strong>L’opera calligrafica è sicuramente un lavoro di alta </strong><strong>pazienza e precisione. Come ti poni nei confronti dei piccoli errori e/o sbavature ch</strong><strong>e possono in realtà dare un senso ancora più autentico all’opera, distanz</strong><strong>iandola dalla perfezione digitale?</strong><br /> Questa è una buona domanda. Effettivamente la precisione è sempre stata un mio punto fermo, ma non significa che questa sia necessariamente stata una cosa positiva. Molti dei committenti non si immaginano cosa si può fare con un pennino, e a volte mi è stato contestato il lavoro (ha usato una font! mi vuol prendere in giro?!) Ho capito che l’imperfezione dev’essere visibile perchè anche i profani si accorgano che le lettere sono scritte o disegnate a mano. Nella calligrafia in particolare, il ritocco non dovrebbe esserci, se non per fini commerciali. Se lo scopo è una stampa o una serigrafia, e se l’esigenza lo richiede, penso che la ricerca della “perfezione” non sia un problema, anche aiutandosi con il computer. Ma un lavoro calligrafico invece va ammirato per la sua gestualità, ogni intervento posteriore potrebbe impoverirlo perchè gli fa perdere la sua funzione, ovvero quella di testimoniare la nostra presenza e lo scorrere del tempo attraverso un gesto. Spesso ho l’impressione che lavorare a mano rappresenti una specie di anomalia nella comunicazione visiva; certo, tanti lo fanno, ma nell’immaginario collettivo si è instaurato un forte rapporto con la grafica vettoriale. Le forme, le curve delle lettere, devono essere perfette, bisogna poterci mettere le mani con il computer, colorarle, distorcerle. Raramente hanno utilizzato una mia scritta senza modifiche, si tratti anche solo di una semplice rotazione… ma se il logo è stato progettato diritto, non va stortato! Detto questo, lavorando spesso con la pubblicità, vedo spesso rivolgersi ai calligrafi proprio per recuperare l’imperfezione della scrittura, e di conseguenza la sua umanità.</p>
<p><strong>A cosa pensi quando s</strong><strong>crivi, ascolti musica, cosa ti aiuta a trovare la concentrazione?</strong><br /> Se devo scrivere un testo, evito la musica cantata, specialmente in italiano. Sbagliare alla fine di un manoscritto può portarti ad esplorare nuovi orizzonti della blasfemia! Se invece sono in fase di progetto ascolto volentieri la radio, mi piace sentire la gente che discute. Mi concentro veramente solo dal tardo pomeriggio in poi. La mattina è più fatta per il caffè, per informarsi, le telefonate e la posta.</p>
<p><strong>Senti la tua arte fuori dal tempo, e per questo più differenziata nel panorama attual</strong><img class="alignleft size-medium wp-image-4194" title="una sua opera a Spoleto" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/un-opera-a-Soileto2-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /><strong>e, o la paragoni agli altri stili di rappresentazione, con pari capacità di espressione?</strong><br /> La calligrafia è una forma di artigianato, è semplicemente meno diffusa di altri settori della comunicazione visiva. È una disciplina al servizio del testo. A volte può essere considerata “arte”, quando<img class="alignright size-medium wp-image-4400" title="particolare dell'opera &quot;Dialogo&quot;" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/particolare1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /> il gesto prevale sul significato e la leggibilità. Grazie al lavoro mio e di altri calligrafi, sfruttando il grande potenziale della rete, ora forse non è più una Ha una storia lunga ed affascinante, e questo è già un buon motivo per farne parte.</p>
<p><strong>Quali sono i tipi di lavori/commissioni che riescono a tirare fuori il meglio delle tue capacità, e con che artista/brand ti piacerebbe lavorare in fu</strong><strong>turo?</strong><br /> Sicuramente mi piace l’aspetto delle performance, scrivere sulle grandi pareti, usando il pennello. È l’unico modo in cui uso veramente tutto il corpo per scrivere, e in più c’è un rapporto col pubblico che spesso assiste ad una cosa che non ha mai visto. Mi piacerebbe scrivere con Chaz Bojorquez di sicuro, spero di farlo presto…</p>
<p><strong>N.B.:</strong> <em>Per chi volesse ammirare una sua opera può farlo visitando l&#8217;esposizione d&#8217;arte al Palazzo Collicola di Spoleto.</em></p>
<p><a href="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/lucabarcellona-book2.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-5330" title="lucabarcellona-book" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/lucabarcellona-book2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Intervista tratta da <strong>www.polkadot.it</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E&#8217; possibile richiedere il suo prodotto editoriale &#8220;<span style="color: #000000;"><strong>TYPS</strong></span>&#8221; c/o:   </p>
<p><strong>Lazydog Press s.r.l.</strong> ,Via Olmo, 45/B ; 37141 Verona</p>
<p><em>email:</em> sales@lazydog.eu</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Mestieri</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 13:31:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mestieri]]></category>
		<category><![CDATA[Vita Medievale]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Se si attraversano le suggestive vie di città e borghi, si scoprono tante forme di artigianato che, affondando le loro radici nel passato più remoto dell&#8217;Umbria (fino a risalire ai segni lasciati dalle presenze etrusche ed oltre), rappresentano, da una parte, un irrinunciabile momento di salvaguardia di un patrimonio culturale altrimenti a rischio di estinzione, dall&#8217;altra l&#8217;opportunità di valorizzare, in termini economico-produttivi, [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;" align="center"><img class="aligncenter" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="http://www.medioevoinumbria.it/resources/cartina_mestieri.jpg" alt="" width="440" height="574" align="middle" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<p align="justify">Se si attraversano le suggestive vie di città e borghi, si scoprono tante forme di artigianato che, affondando le loro radici nel passato più remoto dell&#8217;Umbria (fino a risalire ai segni lasciati dalle presenze etrusche ed oltre), rappresentano, da una parte, un irrinunciabile momento di salvaguardia di un <strong>patrimonio culturale </strong>altrimenti a rischio di estinzione, dall&#8217;altra l&#8217;opportunità di valorizzare, in termini economico-produttivi, le &#8220;<strong><span style="color: #8b0000;">arti antiche</span></strong>&#8221; fino a trasformarle in &#8220;<strong>nuovi mestieri</strong>&#8221; che rispondono all&#8217;offerta di moderni sbocchi occupazionali, capaci di coniugare professionalità antiche e freschezza quotidiana.</p>
<p align="justify">Del ricco panorama dell&#8217;artigianato umbro, fa parte la <strong>ceramica</strong>, la raffinata <strong>produzione tessile</strong>, il restauro di mobili antichi e di immobili, la lavorazione del <strong>ferro battuto</strong>, del rame, del <strong>legno</strong>, il disegno su vetrate artistiche, la produzione di <strong>carta pregiata </strong>e l&#8217;<strong>arte tipografica</strong>, gli artigiani delle funi e delle candele. <br />Il &#8220;<strong>mondo lavorativo</strong>&#8221; del tempo, si potrà vivere maggiormente se si intraprende un viaggio all&#8217;interno delle<strong> botteghe</strong>, se si osserva come erano organizzati gli artigiani e gli statuti che si davano per regolare i rapporti dentro e fuori i laboratori.</p>
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		<title>Il miniaturista</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Mar 2011 15:39:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mestieri]]></category>
		<category><![CDATA[Vita Medievale]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>L&#8217;illustrazione di volumi in-folio, codici e libri in pergamena o in carta pecora con miniature dipinte o disegnate con minio, un pigmento rosso di piombo usato soprattutto nelle lettere degli antichi manoscritti medievali. Per associazione il termine fu esteso ad indicare l’illustrazione dei manoscritti e, in seguito, i ritratti di piccole dimensioni su carta, del tardo Medioevo. Questi manoscritti rappresentano alcune [&#8230;]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" alt="" src="/wp-content/gallery/resources/miniature_05.jpg" width="220" height="288" align="absMiddle" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;illustrazione di volumi in-folio, codici e libri in pergamena o in carta pecora con <strong>miniature dipinte o disegnate </strong>con <strong>minio</strong>, un pigmento rosso di piombo usato soprattutto nelle lettere degli antichi manoscritti medievali.</p>
<p style="text-align: justify;">Per associazione il termine fu esteso ad indicare l’illustrazione dei manoscritti e, in seguito, i ritratti di piccole dimensioni su carta, del tardo<span style="color: #800000;"><strong> Medioevo</strong></span>.</p>
<div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<p style="text-align: justify;">Questi manoscritti rappresentano alcune fra le <strong>brillanti opere d&#8217;arte </strong>prodotte nel primo Medioevo e nel XV secolo.</p>
<p><img class="alignright" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" alt="" src="/wp-content/gallery/resources/miniature_02.jpg" width="220" height="331" align="left" hspace="10" vspace="10" /></p>
<div></div>
<div></div>
<p style="text-align: justify;">I primi manoscritti miniati di natura cristiana risalgono al <strong>tardo Impero Romano </strong>e si trovano in particolare nelle province orientali che divennero parte dell&#8217;Impero Bizantino.</p>
<p>Questi manoscritti, con il loro tradizionale utilizzo di <strong>oro e colori vivaci</strong>, influenzarono i successivi artisti occidentali; l&#8217;<strong>Irlanda</strong> e la <strong>Northumbria</strong> produssero le miniature più belle.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div><img class="alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" alt="" src="/wp-content/gallery/resources/miniature_01.jpg" width="220" height="254" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" />Spesso furono i <strong>monaci </strong>a produrre opere come i libri di <strong>Lindisfarne</strong>, di <strong>Kells</strong> e <strong>Durrow</strong> (VII e VIII secolo).<br />
Questi volumi sono noti per i <strong>disegni celtici </strong>a margine che consistono di intrecci decorativi contrapposti a motivi mitici e animali reali. C&#8217;era un ampio uso di <strong>grandi lettere iniziali</strong>, decorate con fogliame, figure umane e paesaggi.</div>
<p>Il successivo periodo carolingio ha prodotto libri che riflettono sia la tradizione bizantina che quella celtica; i manoscritti erano scritti e miniati in monasteri come quelli di <strong>Ratisbona</strong>, <strong>Parigi</strong>, <strong>Reims</strong> e <strong>Winchester</strong>. <img class="alignright" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" alt="" src="/wp-content/gallery/resources/miniature_04.jpg" width="220" height="229" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questi raggiunsero l&#8217;apice durante il periodo romanico a Reichenau in Svizzera, che è noto per le sue straordinarie creazioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo il 1200 ci fu la tendenza a miniare libri come la Bibbia o i Breviari. </strong>Il <em>Très riches heures du duc de Berry </em>(ca. 1400), miniato da<strong> Pol de Limbourg </strong>e dal fratello, è probabilmente il volume più noto di questo tipo del periodo.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">La miniatura dei manoscritti ebbe fine con l&#8217;invenzione della stampa. </span></p>
<p style="text-align: left;"><img class="aligncenter" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" alt="" src="/wp-content/gallery/resources/miniature_attrezzi.jpg" width="480" height="486" align="absMiddle" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<hr />
<p style="text-align: left;"><a title="Il minio" href="http://medioevoinumbria.it/?p=785">Il minio</a></p>
<p style="text-align: left;">Puoi leggere: <a href="http://www.medioevoinumbria.it/vita-medievale/mestieri/un-calligrafo-oggi/">http://www.medioevoinumbria.it/vita-medievale/mestieri/un-calligrafo-oggi/</a></p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.medioevoinumbria.it/libri/canto-e-colore/">http://www.medioevoinumbria.it/libri/canto-e-colore/</a></p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.medioevoinumbria.it/personaggi/artisti/oderisi-da-gubbio/">http://www.medioevoinumbria.it/personaggi/artisti/oderisi-da-gubbio/</a></p>
</div>
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		<title>Il mastro della Legatoria</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Mar 2011 15:36:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mestieri]]></category>
		<category><![CDATA[Vita Medievale]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Incontro alla legatoria Max Art L’azienda “Max Art” nasce come legatoria nel cuore di Perugia. Qui Francesco Paoletti, con la sua decennale esperienza, crea articoli interamente artigianali; frutto di una lavorazione che fonde tecniche tradizionali ed elementi innovativi. La peculiarità di questi prodotti risulta dall’utilizzo di materiali a loro volta artigianali, di alto pregio e longevità, che permettono a questo [&#8230;]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><span style="font-size: medium;"><strong><span style="color: #993300;"><span class="big1bordò">Incontro alla legatoria Max Art</span></span></strong></span></p>
<div align="justify">
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/lavorazione.jpg" alt="" width="480" height="372" align="middle" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<p style="text-align: justify;">L’azienda “Max Art” nasce come legatoria nel cuore di Perugia.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui Francesco Paoletti, con la sua decennale esperienza, crea articoli interamente artigianali; frutto di una lavorazione che fonde tecniche tradizionali ed elementi innovativi.</p>
<p style="text-align: justify;">La peculiarità di questi prodotti risulta dall’utilizzo di materiali a loro volta artigianali, di alto pregio e longevità, che permettono a questo antico mestiere (la legatoria) di rendere ancora visibili e non (gioco di luci e ombre) rifiniture, segreti e difetti di una qualsiasi creazione; mai si sfiorerà la perfezione del prodotto industriale e proprio ciò fa ogni pezzo unico e irripetibile.<img class="alignright" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/palio.jpg" alt="" width="250" height="344" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<p style="text-align: justify;">Le pelli utilizzate sono di vitello o capra, vengono conciate al vegetale o ingrassate in botte e successivamente colorate con prodotti naturali dai nostri artigiani. <br /> Le carte adoperate per la realizzazione dei blocchi interni sono anch’esse di qualità (vergata, murillo, carte realizzate a mano).</p>
<p style="text-align: justify;">“Max Art” produce e vende molti articoli in tutta Italia, grazie agli agenti sparsi su tutto il territorio, così come negli Stati Uniti, in cui la richiesta è molto alta. Si eseguono anche lavori particolari su ordinazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Francesco Paoletti partecipa ogni anno al Mercato delle Gaite di Bevagna, in qualità di mastro nella legatoria, ma la sua vera “bottega” si trova a due passi dal centro storico di Perugia: scendendo da piazza IV Novembre in via Maestà delle Volte, si prosegue dritto verso il Teatro Morlacchi.</p>
<p>Per informazioni:<br /> Francesco Paoletti – Max Art<br /> Via Guardabassi, 8 (Perugia)</p>
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