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	<title>Medioevo in Umbria &#187; Spiritualità</title>
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		<title>La regola di San Benedetto da Norcia</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Mar 2019 14:24:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>La grande svolta del monacheismo occidentale è dovuta a san Benedetto ( 480 &#8211; 547 circa ). Nato a Norcia, studia a Roma, ma disgustato dai vizi della città, Benedetto si ritira nella Sabina e a Subiaco, conducendo una vita di solitudine. Successivamente fonda una serie di monasteri e fra il 522 e il 526 scrive la Regola, che sarà per [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><a href="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/San-Benedetto-da-Norcia1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4607" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/San-Benedetto-da-Norcia1-212x300.jpg" alt="San Benedetto da Norcia" width="212" height="300" /></a><img class="alignleft" style="width: 200px; height: 230px; border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/oraetlabora.jpg" alt="" width="200" height="230" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<p align="justify">La grande <strong>svolta del monacheismo occidentale </strong>è dovuta a <strong>san Benedetto </strong>( 480 &#8211; 547 circa ). Nato a Norcia, studia a Roma, ma disgustato dai vizi della città, Benedetto si ritira nella Sabina e a Subiaco, conducendo una vita di solitudine. Successivamente <strong>fonda una serie di monasteri </strong>e fra il 522 e il 526 <strong><span style="color: #8b0000;">scrive la Regola</span></strong>, che sarà per secoli alla base della vita monastica in Occidente.<br />
Verso il 529 fonda il monastero di Montecassino. Secondo Benedetto <strong>l&#8217;ozio è la maggior fonte di pericoli </strong>per l&#8217;anima; dunque, i cardini della regola, che egli detta per i monaci, sono il lavoro e la preghiera: famosa è l&#8217;espressione &#8220;<strong>ora et labora</strong>&#8220;.</p>
<p><strong><span style="color: #8b0000;">Capitolo XLVIII &#8211; Il lavoro quotidiano </span></strong></p>
<ol>
<li>L&#8217;ozio è nemico dell&#8217;anima, perciò i monaci devono dedicarsi al lavoro in determinate ore e in altre, pure prestabilite, allo studio della parola di Dio.</li>
<li>Quindi pensiamo di regolare gli orari di queste due attività fondamentali nel modo seguente:</li>
<li>da Pasqua fino al 14 settembre, al mattino verso le 5 quando escono da Prima, lavorino secondo le varie necessità fino alle 9;</li>
<li>dalle 9 fino all&#8217;ora di Sesta si dedichino allo studio della parola di Dio.</li>
<li>Dopo l&#8217;ufficio di Sesta e il pranzo, quando si alzano da tavola, riposino nei rispettivi letti in assoluto silenzio e, se eventualmente qualcuno volesse leggere per proprio conto, lo faccia in modo da non disturbare gli altri.</li>
<li>Si celebri Nona con un po&#8217; di anticipo, verso le 14, e poi tutti riprendano il lavoro assegnato dall&#8217;obbedienza fino all&#8217;ora di Vespro.</li>
<li>Ma se le esigenze locali o la povertà richiedono che essi si occupino personalmente della raccolta dei prodotti agricoli, non se ne lamentino,</li>
<li>perché i monaci sono veramente tali, quando vivono del lavoro delle proprie mani come i nostri padri e gli Apostoli.</li>
<li>Tutto però si svolga con discrezione, in considerazione dei più deboli.</li>
<li>Dal 14 settembre, poi, fino al principio della Quaresima, si applichino allo studio fino alle 9,</li>
<li>quando celebreranno l&#8217;ora di Terza, dopo la quale tutti saranno impegnati nei rispettivi lavori fino a Nona, e cioè alle 14.</li>
<li>Al primo segnale di Nona, ciascuno interrompa il proprio lavoro per essere pronto al suono del secondo segnale.</li>
<li>Dopo il pranzo si dedichino alla lettura personale o allo studio dei salmi.</li>
<li>Durante la Quaresima leggano dall&#8217;alba fino alle 9 inoltrate e poi lavorino in conformità agli ordini ricevuti fino verso le 4 pomeridiane.</li>
<li>In quei giorni di Quaresima ciascuno riceva un libro dalla biblioteca e lo legga ordinatamente da cima a fondo.</li>
<li>I suddetti libri devono essere distribuiti all&#8217;inizio della Quaresima.</li>
<li>E per prima cosa bisognerà incaricare uno o due monaci anziani di fare il giro del monastero nelle ore in cui i fratelli sono occupati nello studio,</li>
<li>per vedere se per caso ci sia qualche monaco indolente, che, invece di dedicarsi allo studio, perda, tempo oziando e chiacchierando e quindi, oltre a essere improduttivo per sé, distragga anche gli altri.</li>
<li>Se si trovasse &#8211; non sia mai! &#8211; un fratello che si comporta in questo modo, sia rimproverato una prima e una seconda volta,</li>
<li>ma se non si corregge, gli si infligga una punizione prevista dalla Regola, in modo da incutere anche negli altri un salutare timore.</li>
<li>Non è neppure permesso che un monaco si trovi con un altro fuori del tempo stabilito.</li>
<li>Anche alla domenica si dedichino tutti allo studio della parola di Dio, a eccezione di quelli destinati ai vari servizi.</li>
<li>Ma se ci fosse qualcuno tanto negligente e fannullone da non volere o poter studiare o leggere, gli si dia qualche lavoro da fare, perché non rimanga in ozio.</li>
<li>Infine ai monaci infermi o cagionevoli si assegni un lavoro o un&#8217;attività che non li lasci nell&#8217;inazione e nello stesso tempo non li sfinisca per l&#8217;eccessiva fatica, spingendoli ad andarsene,</li>
<li>poiché l&#8217;abate ha il dovere di tener conto della loro debolezza.</li>
</ol>
<p>Fonte: <a href="http://www.filosofico.net " target="_blank">www.filosofico.net </a></p>
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		<title>L’indulgenza della Porziuncola: leggenda o realtà?</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Aug 2017 10:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rolando]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>«Ego volo vos omnes mittere ad Paradisum», «voglio portarvi tutti in paradiso». Con queste parole Francesco d’Assisi avrebbe annunciato alla folla l’approvazione dell’indulgenza in uno dei luoghi più legati alla sua esperienza evangelica: la Porziuncola. Da quel momento, la piccola chiesa di Santa Maria degli Angeli divenne il luogo del Perdono e mèta continua di pellegrinaggio, dal tardo Medioevo fino [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/perdono-di-assisi.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-6403" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/perdono-di-assisi.jpg" alt="perdono di assisi" width="250" height="251" /></a>«<em>Ego volo vos omnes mittere ad Paradisum</em>», «voglio portarvi tutti in paradiso».</p>
<p>Con queste parole Francesco d’Assisi avrebbe annunciato alla folla l’approvazione dell’indulgenza in uno dei luoghi più legati alla sua esperienza evangelica: la Porziuncola. Da quel momento, la piccola chiesa di Santa Maria degli Angeli divenne il luogo del Perdono e mèta continua di pellegrinaggio, dal tardo Medioevo fino a oggi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #800000;"><b>fonti e testimonianze</b></span></p>
<p>Sono diverse le testimonianze che raccontano i fatti accaduti nella notte tra il primo e il due di agosto del 1216, quando cioè Francesco avrebbe avuto la rivelazione divina dell’indulgenza, poi confermata da papa Onorio III. Il documento che più degli altri ha saputo catalizzare l’attenzione degli storici è il Diploma di Teobaldo (1310), vescovo di Assisi agli inizi del Trecento: con questo scritto, in modo particolare, la chiesa assisiate tentò di preservare l’istituzione dell’indulgenza dagli attacchi dei detrattori del tempo, che la consideravano infondata per la mancanza di un documento pontificio che la attestasse. Infatti, come poteva il pontefice condiscendere a una simile richiesta senza confermarla per iscritto tramite un documento apposito? Come conciliare poi questa richiesta con il <i>modus operandi</i> di Francesco, avverso ai privilegi, e tanto più che nel 1216 l’Ordine muoveva ancora i primi passi all’interno della Chiesa, in un contesto così delicato a causa della lotta alle cosiddette eresie? Infine, come inquadrare un’indulgenza plenaria con cadenza annuale elargita in una piccola chiesa, considerando che, al momento della concessione, si poteva ufficialmente lucrare soltanto a Roma e in Terra santa?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #800000;"><b>la lacuna documentaria</b></span></p>
<p>Tra la concessione del Perdono e le prime testimonianze intercorrono più di sessant’anni: le tante biografie di Francesco non citano l’avvenimento, che invece avrebbe dovuto assumere una certa rilevanza agli occhi dei contemporanei. Nel 1277 vennero depositate nel convento di Monteripido – <i>ad perpetuam rei memoriam </i>– tre testimonianze sulla veridicità di quanto accaduto in Porziuncola: la fonte dei tre testi era frate Leone, uno dei compagni più vicini a Francesco, che confermava l’elargizione di un’indulgenza plenaria, locale e gratuita. Nei fatti, sin dalla morte di Francesco, il luogo di Santa Maria degli Angeli continuò ad attirare la visita dei pellegrini proprio nei giorni in cui lo stesso avrebbe richiesto il Perdono. Su questo si trovano testimonianze anche nelle biografie di Angela da Foligno, Ubertino da Casale e Margherita da Cortona, che attestano l’indulgenza e la relativa festa a cavallo tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo, comunque prima della stesura del diploma teobaldino. Oltre quest’ultimo, la letteratura francescana ha prodotto negli anni immediatamente successivi altri scritti apologetici: su tutti, il Diploma di Corrado, il <i>Tractatus de indulgentia Sanctae Mariae de Portiuncula</i> di fra Francesco Bartoli e la <i>Quaestio de veritate indulgentiae Porziuncolae </i>di fra Pietro Giovanni Olivi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #800000;"><b>la richiesta di Francesco</b></span></p>
<p>Secondo le testimonianze, la mancanza di un documento ufficiale è spiegata con il secco rifiuto di Francesco davanti al papa: «Per me è sufficiente la vostra parola. Se è opera di Dio, tocca a Lui renderla manifesta. Di tale Indulgenza non voglio altro istrumento, ma solo che la Vergine Maria sia la carta, Cristo sia il notaio e gli Angeli siano i testimoni»[1]. La risposta, che sembra creata ad arte per colmare la lacuna documentaria, corrisponde tuttavia al linguaggio teatrale e metaforico spesso utilizzato da Francesco. Lo conferma chiaramente Sensi: « [&#8230;] l’episodio, così come ci è stato tramandato da testimoni “de visu” e “de auditu”, è perfettamente in linea con il <i>Testamento</i> di san Francesco, nel quale è stato fatto espresso divieto ai frati di richiedere alla Curia romana – personalmente o per interposta persona – alcun documento a tutela dei luoghi francescani»[2]. Questa chiave di lettura mantiene il profilo minoritico di Francesco, che – come detto sopra – non avrebbe mai richiesto un privilegio seguendo un’iniziativa personale, specialmente se si considera la rilevanza della petizione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #800000;"><b>tra leggenda e realtà</b></span><a href="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/interno-porziuncola1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-6406" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/interno-porziuncola1-300x240.jpg" alt="interno porziuncola" width="300" height="240" /></a></p>
<p>L’indulgenza della Porziuncola divenne ufficialmente quotidiana – cioè lucrabile tutti i giorni dell’anno – nel 1544 con papa Paolo III, che concesse il privilegio soltanto oralmente: sarà poi confermato nel 1921, col breve <i>Constat apprime</i>, da Benedetto xv.</p>
<p>Leggenda o realtà, dunque? Tentando di sciogliere i tanti interrogativi, la storiografia francescana non è tuttavia riuscita a risolvere la questione sulla veridicità storica dell’indulgenza: «Allo stato attuale delle conoscenze non è possibile avanzare ipotesi di soluzione che vadano al di là di quelle già proposte nel primo ventennio del secolo scorso. In assenza di ulteriori documenti sarebbe illusorio ogni tentativo di fare nuova luce sull’origine del Perdono d’Assisi, come sarebbe mal fondato trarre delle conclusioni a favore o contro la sua storicità»[3]. La Sacra Penitenzieria, dicastero della Chiesa cattolica, ha confermato l’indulgenza su base storico-teologica col decreto del 15 luglio 1988: «Questo decreto se, da una parte, pone fine a controversie di natura storica e teologica [&#8230;] dall’altra lascia spazio al teologo e allo storico per una serena riflessione sull’iter e sul significato di tale privilegio – decisamente eccezionale – concesso oralmente dal pontefice a san Francesco e, a lungo, rimasto segreto»[4].</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>a cura del Dott.  Salvatore Ruscica</em></p>
<p><span style="color: #3366ff;">Riproduzione vietata &#8211; Proprietà di MedioevoinUmbria</span></p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p>[1] M. Sensi, Il perdono d’Assisi, Assisi, pp. 175-177. Il Diploma di Teobaldo si può trovare anche tradotto sul web, all’indirizzo <a href="http://www.porziuncola.org/diploma-di-teobaldo-83-1.html">http://www.porziuncola.org/diploma-di-teobaldo-83-1.html</a></p>
</div>
<div>
<p>[2] Ibid., p. 171</p>
</div>
<div>
<p>[3] S. Brufani, Il diploma del vescovo Teobaldo d’Assisi per l’indulgenza della Porziuncola, in <i>Franciscana. Bollettino della Società internazionali di studi francescani</i>, ii (2000), Spoleto, p. 76. Il saggio raccoglie tutti gli studi intorno alla questione dell’indulgenza in Porziuncola.</p>
</div>
<div>
<p>[4] Sensi, Il perdono d’Assisi, cit., p. 22</p>
</div>
</div>
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		<title>Sul &#8220;Perdono&#8221; di Assisi</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Jul 2017 07:30:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rolando]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>In quella notte del 1216, alla Porziuncola, Francesco d&#8217;Assisi avrebbe potuto chiedere davvero qualunque cosa! Avrebbe potuto mettere fine alle Crociate che flagellavano la Terra Santa, avrebbe potuto far cessare le carestie, avrebbe potuto arrestare la piaga dell&#8217;analfabetismo&#8230;fu una notte piena di luce, fu una notte che avrebbe cambiato il cuore degli uomini! Mentre Francesco dimorava alla Porziuncola venne terribilmente [&#8230;]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>In quella notte del 1216, alla Porziuncola, <strong>Francesco d&#8217;Assisi</strong> avrebbe potuto chiedere davvero qualunque cosa!</p>
<p>Avrebbe potuto mettere fine alle Crociate che flagellavano la Terra Santa, avrebbe potuto far cessare le carestie, avrebbe <a href="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/stampa-porziuncola.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-6367" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/stampa-porziuncola-300x231.jpg" alt="stampa porziuncola" width="300" height="231" /></a>potuto arrestare la piaga dell&#8217;analfabetismo&#8230;fu una notte piena di luce, fu una notte che avrebbe cambiato il cuore degli uomini!</p>
<p>Mentre Francesco dimorava alla <strong>Porziuncola</strong> venne terribilmente tentato  di abbandonare la via che il Signore gli aveva indicato. La tentazione fu così forte e bruciante che per vincerla dovette gettarsi, nudo, in un roveto pieno di spine acuminate che si trovava a pochi passi dalla piccola chiesa già dedicata alla Madonna degli Angeli.</p>
<p><strong> Francesco</strong> si spogliò perché voleva sentire le spine nella carne come a voler risvegliare, con il dolore che queste gli avrebbero arrecato, la sua vera coscienza, quella buona, quella che non desiderava farlo tornare indietro ma che voleva portare a compimento ciò che gli era stato indicato e affidato.</p>
<p>In realtà le spine lo sfiorarono appena e, in un attimo, Francesco si trovò sommerso da profumatissime rose prive di spine. Il patibolo della penitenza si era trasformato in un letto di soave odore e Francesco si recò subito in Porziuncola per ringraziare… ma qualcuno lo stava già aspettando.</p>
<p>Si trovò faccia a faccia con Gesù e con la sua tenerissima Madre e si sentì come invaso da una grande luce e da un intenso calore.</p>
<p><em>“Francesco, chiedi quello che è necessario per la salute delle anime ed io te lo concederò” </em>disse Gesù.</p>
<p>Avrebbe potuto chiedere davvero qualunque cosa…qualunque cosa&#8230;</p>
<p>Francesco sapeva bene cosa voleva e doveva chiedere, aveva capito quello che era necessario e disse: “<em>O Signore, Tu sai che io sono un peccatore, ma ti chiedo che tutte le persone che verranno a visitare questo luogo, pentite e confessate dei loro peccati, possano ottenere il perdono di tutti i peccati dal giorno del Battesimo fino al giorno in cui entrano in questo luogo”</em>.</p>
<p>Quello che accadde in seguito fu un miracolo e un mistero e Francesco ebbe la forza e la gioia di poter dire: “<strong>Fratelli, voglio mandarvi tutti in Paradiso”</strong>!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><i>Raffaella Vellucci</i></strong></p>
<p><i>Guida turistica autorizzata per la regione Umbria</i></p>
<p><span style="color: #0000ff;"> <span style="color: #3366ff;"> Riproduzione vietata &#8211; proprietà di MedioevoinUmbria</span></span></p>
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		<title>La Quaresima</title>
		<link>https://www.medioevoinumbria.dokploy.desegno.it/spiritualita/la-quaresima/</link>
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		<pubDate>Wed, 13 Mar 2013 15:23:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Tra i più umili, come Gesù La fede – dicono &#8211; va realizzata nella quotidianità, negli incontri, nel lavoro, nelle scelte, negli affetti e perfino al supermercato. Dio non aspetta in chiesa o nel ritiro, per quanto questi siano gesti importanti, ma nel quotidiano, dove incontriamo l’altro. di Achille Rossi Il luogo dove abitano i Piccoli Fratelli del Vangelo è [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="color: #8b0000;">Tra i più umili, come Gesù</span></strong></p>
<p><em>La fede – dicono &#8211; va realizzata nella quotidianità, negli incontri, nel lavoro, nelle scelte, negli affetti e perfino al supermercato. Dio non aspetta in chiesa o nel ritiro, per quanto questi siano gesti importanti, ma nel quotidiano, dove incontriamo l’altro.</em></p>
<p align="right"><em>di Achille Rossi</em></p>
<p align="justify">Il luogo dove abitano i Piccoli Fratelli del Vangelo è già indicativo del loro stile di vita: una casa tra tante altre disseminate fra gli ulivi della collina di Spello.<br />
Nessun monastero, nessuna clausura, una ricerca di contemplazione vissuta nella condizione della gente comune, particolarmente di quella più povera.<br />
«Noi vogliamo metterci alla sequela di Cristo che ci rivela i Padre e che ha fatto la scelta dei piccoli&#8221; ci spiega Ivo, un francese dalla faccia bruciata dal sole e dalle mani ruvide di contadino. &#8220;Ci ispiriamo a Charles de Foucauld, che ha vissuto in solitudine nel deserto algerino l&#8217;esperienza di Nazareth, ossia il silenzio e la contemplazione. Questa dimensione, però, vogliamo viverla nella quotidianità della gente. Cerchiamo di essere, a modo nostro e con tutti i nostri limiti, una buona notizia per tutti, un segno dell&#8217;amore del Padre per i più piccoli».<br />
Il condividere la sorte degli ultimi è molto sottolineato nella vostra spiritualità. Come mai? «E&#8217; la vita che ha fatto Gesù. Noi scegliamo di vivere come la gente più povera per testimoniare che, nonostante tutto, la loro esperienza ha senso, ha dignità. La fede va realizzata nella quotidianità, negli incontri, nel lavoro, nelle scelte, negli affetti e persino al supermercato. Condividiamo con i poveri anche la loro ricerca di giustizia e il loro sforzo per uscire da una condizione umiliante».<br />
Ma Ivo insiste soprattutto sul significato della dimensione contemplativa; «Dio non ci aspetta in chiesa o nel ritiro, per quanto questi siano gesti importanti, ma nel quotidiano, dove incontriamo l&#8217;altro. Il volto dell&#8217;altro dovrebbe cambiare ogni volta qualcosa in noi. Il Vangelo è chiaro: &#8220;Tutto ciò che fate a uno di questi piccoli è a me che lo fate&#8221;. Per vivere un cristianesimo autentico bisogna mantenere i due poli: l&#8217;eucarestia e l&#8217;altro. Adorare per essere capaci di riconoscere Cristo nella quotidianità. Forse è questo il contributo che Charles de Foucauld può portare alla chiesa di oggi».<br />
Sembra che nel vostro stile di vita il lavoro assuma un&#8217;importanza fondamentale. E&#8217; davvero così? «Per vivere come tutti occorre lavorare e riportare a casa i soldi necessari per andare avanti. Nei vari loghi del mondo dove le nostre fraternità sono disseminate lavoriamo con la gente più povera in attività umili e modeste: manovali, muratori, minatori, contadini».</p>
<p align="center"><strong><span style="color: #8b0000;">UNA FRATERNITA&#8217; DI ACCOGLIENZA</span></strong></p>
<p align="justify">E qui a Spello quale lavoro fate? «Questa di Spello è una fraternità di accoglienza dove si lavora solo per metà della giornata. Al momento, raccogliamo le olive e diamo una mano ai nostri vicini, ma trovare un lavoro diventa sempre più difficile, a causa della disoccupazione. Siamo costretti a cambiare spesso attività o ad accontentarci di un lavoro stagionale». A fratel Ivo la flessibilità proprio non va giù: «E&#8217; un modo di procedere che mette in primo piano il prodotto e non rispetta le persone. Io ti utilizzo fin quando mi servi, poi ti licenzio».<br />
Vivere con i poveri vi mette anche a contatto con i problemi della politica? «Nella politica ci siamo da sempre. Anche alzarsi la mattina e decidere di vivere è un gesto politico. Altra cosa è l&#8217;attività di partito. Io credo che abbiamo il dovere di difendere i valori evangelici di giustizia, di rispetto dell&#8217;altro. I poveri hanno diritto di vivere una vita degna».<br />
Charles de Foucauld ha scritto che bisogna amare la giustizia e odiare l&#8217;iniquità, perciò quando si è spettatori di gravi ingiustizie è necessario denunciarle. «Certamente. Abbiamo l&#8217;obbligo di denunciare, restando però ancorati al concreto; rimanere muti di fronte alla miseria e alle lacrime dei poveri è un vero insulto. Occorre soprattutto promuovere la giustizia anche attraverso i gesti semplici. Mia pare che oggi cresca la consapevolezza che esistano situazioni umane insostenibili, per questo non ci facciamo scrupolo d partecipare ai movimenti che desiderano cambiarle».<br />
A proposito di movimenti. Cosa pensa di quello che contrasta la globalizzazione economico-finanziaria attuale? «Sono in Italia da appena dieci anni e non posso dare un giudizio motivato. Ho l&#8217;impressione che il movimento di cui parliamo si sia lasciato troppo tentare dalla violenza, ma che oggi stia cambiando posizione. Nel complesso mi sembra una specie di grido di allarme e di disperazione che testimonia l&#8217;impossibilità di procedere sulla linea attuale e la sete di un mondo fraterno».<br />
Voi vivete a contatto con le frange più marginalizzate dell&#8217;umanità contemporanea. Come fotografate la situazione socioeconomica attuale? «La gente è sempre più povera anche all&#8217;interno dell&#8217;Occidente. I fratelli che vivono con gli zingari ci raccontano che la vita di questo popolo nomade è diventata più difficile di prima. L&#8217;Africa, il continente più disastrato, costituisce un grande scandalo per me. L&#8217;occidente, invece che aiutare, alimenta la corruzione e lo sfacelo. E tutto per il profitto, per un calcolo egoistico. Se vuole sopravvivere, il nostro mondo deve attuare un grande processo di conversione e cominciare a chiedersi dove stiamo andando. Sul piano concreto dovremmo smettere di inviare aiuti e cercare piuttosto di realizzare un&#8217;autentica giustizia». Ivo fa notare che l&#8217;Occidente si accontenta di fare elemosina: «E&#8217; una forma di ipocrisia che impedisce di chiamare le cose con il loro nome. La verità è che noi rubiamo. In Argentina, ad esempio, le multinazionali acquistano grandi estensioni di territorio, cacciano la gente e la costringono a vivere nelle bidonville».<br />
Qui a Spello prima del terremoto circolavano molti giovani. Quale tipo di popolazione giovanile frequenta la vostra fraternità? «Attualmente la nostra capacità recettiva è molto diminuita. Nella casa abbiamo solo nove posti letto e in una stagione, che va da marzo a settembre, possiamo accogliere una quarantacinquina di persone, rispetto alle 250 di prima. Tornando alla domanda, potrei distinguere due filoni: il primo è costituito da quei giovani che hanno già fatto un cammino di fede e che cercano un approfondimento, difficile da trovare nella pastorale delle parrocchie e nella pratica dei riti; il secondo da coloro che non trovano un senso alla vita, al proprio futuro, che non sanno più chi sono anche perché mancano modelli. Noi tentiamo di aiutarli a ritrovare se stessi e il senso della vita, nell&#8217;apertura all&#8217;altro e nell&#8217;ascolto del Vangelo».<br />
E che cosa proponete? «Semplicemente il nostro stile di vita: la fraternità, il lavoro, la preghiera silenziosa. E&#8217; un ritmo equilibrato in cui si fondono dimensione spirituale, lavoro, scambio personale. Non abbiamo televisione, ma nessuno dei nostri ospiti si accorge della sua mancanza. Il dialogo e la lettura la sostituiscono ottimamente».<br />
Potrebbe descriverci il ritmo giornaliero della Fraternità? «Ci alziamo alle 6.30, alle 7.15 c&#8217;è una preghiera in cappella, molto semplice perché ognuno possa rifarla una volta tornato a casa, segue la colazione individuale e in silenzio. Subito dopo inizia il lavoro, che termina a mezzogiorno. Dopo pranzo c&#8217;è un intervallo di riposo fino alle 15, quando comincia una preghiera silenziosa fino alle 17.30». E&#8217; un periodo di silenzio piuttosto lungo? «Abbiamo bisogno di fare l&#8217;esperienza del silenzio e di imparare ad ascoltare. La preghiera silenziosa ci aiuta a non essere protagonisti e a lasciare che Dio si manifesti. Solo nel silenzio possiamo recuperare il senso della gratuità».</p>
<p align="center"><strong><span style="color: #8b0000;">MOMENTI DI ASCOLTO</span></strong></p>
<p align="justify">La vostra giornata non prevede la celebrazione dell&#8217;Eucarestia? «La celebriamo solo tre volte la settimana alle ore 18, perché non tutti i nostri ospiti sono praticanti e non vogliamo metterli a disagio.Al posto dell&#8217;Eucarestia organizziamo dei momenti di ascolto, nei quali ognuno condivide con gli altri liberamente qualcosa della propria vita. Ascoltare l&#8217;altro, accogliere la sua parola rimanendo in silenzio è un atto sacro. La nostra giornata termina dopo la cena con un altro momento vissuto insieme in cappella recitando la preghiera dell&#8217;abbandono di padre de Foucauld».<br />
Come reagisce la gente di fronte alla proposta del silenzio? «Il silenzio è difficile perché ci mette a nudo di fronte a noi stessi e di fronte a Dio. Per aiutare le persone a coglierne il senso organizziamo una volta alla settimana una giornata di deserto. Il venerdì ci alziamo di notte, prima dell&#8217;alba, e ci incamminiamo nel buio verso la cima del Subasio per accogliere il sorgere del sole. E&#8217; una grande metafora della fede: un pellegrinaggio dal buio alla luce».<br />
La Fraternità di Spello ha organizzato anche degli eremi dove ci si può ritirare in completa solitudine. «Più la nostra vita è inserita tra la gente, più è necessario avere dei tempi di deserto per ritrovare se stessi, unirsi a Dio e purificare la nostra capacità di amare gli uomini».<br />
Com&#8217;è accolta la Fraternità nell&#8217;ambiente ecclesiale e italiano? «Con la chiesa locale c&#8217;è un&#8217;ottima collaborazione. La chiesa italiana a me pare piuttosto pesante, poco libera, troppo preoccupata di Roma. Ho l&#8217;impressione che faccia troppi compromessi col potere e questo non giova alla chiarezza. Per carità, tutti facciamo piccoli compromessi, per questo ci vuole misericordia e umiltà».<br />
Cosa chiederebbe lei a questa chiesa?<br />
«Di rispettare maggiormente il cammino di crescita delle persone, perché il percorso di fede non è lo stesso per tutti. E poi di ricordare che la morale è la conseguenza della scoperta di un amore».<br />
«Il nostro &#8220;Nazareth&#8221;: accogliere i lontani (o coloro che sono stati allontanati) dalla chiesa, accettando di non essere più capiti dal &#8220;Tempio&#8221;, ma cercando sempre la fraternità, l&#8217;amicizia&#8230; la verità. E ripartire &#8220;in Galilea&#8221; dove la vita è censurata, per riscoprire la speranza con i censurati della storia e saperla cantare&#8230; anche con un nodo alla gola e con la paura di essere messi da parte&#8230;». Queste parole, scritte sulla rivista dei Piccoli Fratelli che Ivo mi ha messo in mano al momento del congedo, sono davvero la testimonianza della scoperta di un amore.</p>
<p>tratto da: L&#8217;altrapagina &#8211; num.12 Dic 2002 &#8211; <a href="http://www.altrapagina.it/" target="_blank">www.altrapagina.it</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Spiritualità</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 16:50:27 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;" align="center"><img class="aligncenter size-full wp-image-3872" title="cartina_spirituality" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/cartina_spirituality.jpg" alt="" width="480" height="628" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="justify"><strong>Fin dal 500 d.C.</strong>, il verde paesaggio umbro, con i suoi dolci declivi e le sue limpide acque, <strong>diventa il centro di una forte spiritualità e religiosità</strong>: se nel VI secolo, il monachesimo benedettino ispirò la vita politica, sociale ed economica non solo umbra, ma nazionale ed europea, nel XIII secolo, il nuovo fervore mistico trova <strong>la sua massima espressione nel francescanesimo</strong>.<br />Oltre questi due grandi ordini monastici, l&#8217;Umbria fu il crocevia di molti altri, tra cui i <strong>Mendicanti</strong>, i <strong>Domenicani</strong>, i <strong>Servi di Maria</strong>, gli <strong>Agostiniani</strong>, i <strong>Disciplinati</strong>. <br />Numerosi furono anche gli uomini e le donne di fede che nacquero e vissero in questa terra: S. Valentino (III sec.), <strong>S. Benedetto e S. Scolastica da Norcia </strong>(VI sec.), <strong>S. Ubaldo</strong> (1084-1160), <strong>S. Francesco </strong>(1181-1226) e <strong>S. Chiara di Assisi </strong>(1193-1253), <strong>Beata Angela da Foligno </strong>(1248-1309), <strong>S. Chiara da Montefalco </strong>(1268-1308), <strong>S. Rita da Cascia </strong>(1381-1456) e altri ancora (<strong>Beato Egidio</strong>, <strong>Santa Margherita da Cortona</strong>, <strong>Beata Giovanna da Orvieto</strong>, <strong>Beata Margherita da Città di Castello</strong>, <strong>Beato Angelo</strong>), le cui qualità morali e dogmatiche hanno assunto un ruolo fondamentale nella storia religiosa dell&#8217;Umbria e non solo.</p>
<p align="justify">Ma non vanno dimenticati quei movimenti che, pur ponendosi spesso ai margini dell&#8217;ortodossia cattolica, furono ugualmente espressione di un forte movimento religioso. La nascita e l&#8217;insediamento di questi ordini portò alla costruzione di numerosi <strong>monasteri</strong>, <strong>abbazie</strong> e <strong>cattedrali</strong>, ricchi di storia ed arte, alcuni dei quali, per la loro bellezza e grandiosità, incisero grandemente sulla stessa configurazione del territorio e che, nel tempo, sono diventati importanti centri devozionali.</p>
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		<title>Intervista alle Clarisse</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Mar 2011 15:57:55 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Intervista alle Clarisse Eremite dell&#8217;Eremo “Vergine della Tenerezza”  1. Perché l’Eremo in cui attualmente siete ospitate si chiama “Vergine della Tenerezza”? Siamo monache clarisse e incarniamo il carisma di s. Chiara ispirandoci alla regola che s. Francesco ha dato per gli eremi. L’Eremo, per noi, è come una tenda nella quale sostiamo pellegrine nel cammino del tempo verso la terra [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><strong><span style="color: #8b0000;">Intervista alle Clarisse Eremite dell&#8217;Eremo “Vergine della Tenerezza”</span></strong> </p>
<p align="justify"><strong><img class="alignleft" style="width: 200px; height: 296px; border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/eremo_tenerezza.jpg" alt="" width="200" height="296" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" />1. Perché l’Eremo in cui attualmente siete ospitate si chiama “Vergine della Tenerezza”?<br /> </strong>Siamo monache clarisse e incarniamo il carisma di s. Chiara ispirandoci alla regola che s. Francesco ha dato per gli eremi. L’Eremo, per noi, è come una tenda nella quale sostiamo pellegrine nel cammino del tempo verso la terra promessa, la casa del Padre, e vi dimoriamo per la durata della nostra esistenza terrena. Una tenda che vuole essere un segno dell’amore filiale che abbiamo verso la Madre di Dio, sotto la cui guida intendiamo rivivervi la ricchezza spirituale delle origini dell’Ordine Serafico. <br /> Della vita di Maria Santissima desideriamo fare un programma per la nostra, imparando da Lei che è“maestra di sequela incondizionata”. Lei, come Donna del silenzio e dell’ascolto, dell’estasi e della concretezza, dell’amorevolezza e della condivisione, è la prima Consacrata che traduce nell’umano la tenerezza del Padre nel silenzio contemplativo del mistero che accoglie nelle profondità del <br /> suo essere femminile, lasciando al Signore tutto lo spazio della sua vita. Voglia, la Vergine della Tenerezza, accoglierci ogni giorno alla sua scuola!</p>
<p><strong>2. Cosa rappresenta la vostra presenza in questa precisa realtà? </strong><br /> Siamo donne consacrate nella Chiesa che vivono nel silenzio della preghiera continua, in castità, povertà e semplicità di vita, ma aperte alla condivisione con i fratelli e le sorelle. Tutto questo può dire molto a chi ci avvicina.<br /> • Innanzitutto che Dio esiste, ed è l’Amore totale e assoluto: Egli sa riempire il cuore umano realizzandolo integralmente, lo sa pacificare unificando tutte le dimensioni dell’essere.<br /> • E poi, nel frastuono di voci che ci assordano a tal punto da aver paura di ascoltare la realtà di noi stessi intessuti di fragilità personali, questa vita nel silenzio testimonia che l’uomo è, e si realizza, nella misura che riceve sé stesso da un Altro. Accettando questo dato di fatto come dato di vita, nella sperimentazione della tenerezza del Padre si sciolgono le inquietudine e le paure, i sentimenti di inadeguatezza che serpeggiano in noi. Da qui nasce il nostro bisogno, come consacrate e contemplative, di un dialogo continuo, di una preghiera incessante a nome dell’umanità perchè chiunque vive sulla faccia della terra possa “riceversi dall’Alto” ed essere felice.<br /> • Inoltre, la ricerca dell’essenziale e della semplicità, la rinuncia al diritto di possesso in proprio, nonchè al relativo libero uso di tutti i beni materiali nella sequela di Cristo povero, vuole richiamare l’attenzione sull’insoddisfazione di base che spesso attanaglia la società e i singoli rendendo talvolta false le scelte nella vita, non rispondenti al diritto e alla dignità di ciascuno. Solo nella condivisione dei beni e non nell’accumulo egoistico. esiste vera realizzazione.</p>
<p align="justify"><strong>3. Come si svolge la vostra giornata di lavoro e di preghiera?</strong><br /> Ciò che anima la nostra giornata è uno spirito assetato della comunione amicale con Dio nel silenzio nella solitudine ma vissuto all’interno della comunità, per cui vogliamo vivere tempi e modalità di eremitaggio e altri di comunione fraterna.<br /> La preghiera individuale e silenziosa inizia prima dell’alba come sentinelle del mattino che vogliono essere deste davanti al Signore della storia prima del sorgere del sole, affinché la lode di Dio accompagni l’aprirsi del nuovo giorno a fianco dell’umanità che inizia la sua fatica quotidiana. <br /> Poi, alle 7, la nostra cappella si apre per accogliere chi desidera condividere la celebrazione delle Lodi e dalla Santa Messa. Al termine, noi eremite ci fermiamo ancora in preghiera fino ad oltre le nove. Dopo colazione ciascuna trascorre il resto della giornata ritirata a svolgere il proprio incarico e, secondo la regola degli eremi di s. Francesco, ci alterniamo tra il ruolo di “Maria” ( preghiera e studio), e quello di “Marta” (accoglienza e servizi per la comunità).Questo fino alle 18 quando ci ritroviamo insieme per la celebrazione di Vespro. La nostra cappella si apre ancora la pubblico alle 17 per l’Adorazione Eucaristica e il canto dei Vespri. Con questo momento liturgico termina il tempo passato in solitudine e ha inizio quello comunitario che comprende anche la cena. Infatti, come forma di digiuno nel suo aspetto liberatorio e penitenziale, non consumiamo uno dei due pasti principali della giornata, e solitamente si tratta del pranzo. Intorno alle 21 celebriamo compieta, ultima preghiera liturgica della giornata, dopo di che rientriamo nel silenzio adorante della Presenza Divina. <br /> La prima parte della notte, una di noi, sosta nel turno di veglia per la preghiera notturna.<br /> Il sabato e i giorni festivi viviamo comunitariamente, senza alcuna forma di eremitaggio, e totalmente disponibili all’accoglienza esterna.<br /> Ogni giorno, eccetto il venerdì che lo riserviamo totalmente al silenzio, c’è sempre una sorella a disposizione per l’ascolto di coloro che bussano alla nostra porta.<br /> In quanto monache eremite, chiamate “alla purificazione del cuore e della mente per educarci ad occuparci totalmente del Signore” dedicandogli la nostra vita per la salvezza del mondo”, periodicamente ci riserviamo una intera settimana di più intenso deserto di silenzio, delle labbra e della mente, nella solitudine totale.</p>
<p align="justify"><strong>4. Potete accogliere anche esterni per vivere assieme a voi un periodo di ricerca e approfondimento spirituale?<br /> </strong>Certamente! Sentendoci profondamente avvolte dall’Abbraccio di Dio che si manifesta con squisito amore, desideriamo a nostra volta diventare braccia e cuore aperti verso chi cerca un ristoro spirituale o una mano che lo accompagni nella ricerca di senso. Il nostro vuole essere un servizio di ascolto e di vicinanza nella com-passione evangelica e nella condivisione della preghiera aperta a singoli o a piccoli gruppi.<br /> Nel rispetto dello specifico che caratterizza l’Eremo, valutiamo di volta in volta le modalità e i tempi dell’accoglienza secondo le esigenze presentateci.</p>
<p align="justify"><strong>5. Attraverso quali esperienze vi arriva il “mondo”che è fuori dell’Eremo?<br /> </strong>L’Eremita non è isolata o lontana dal mondo, ma vive “l’interiore ed esteriore separazione da esso per testimoniare la provvisorietà del tempo presente”, additando l’unico futuro di ogni uomo: Dio. Per cui sentiamo di essere in comunione con l’intero genere umano e la Chiesa sparsa nel mondo. Le persone che vengono all’Eremo e i quotidiani ci aggiornano sulle notizie e gli eventi politici, sociali ed economici che cambiano e toccano l’ esistenza, per portarli nella preghiera davanti a Colui che tiene le fila della storia e la fa sfociare in offerta di salvezza.</p>
<p align="justify"><strong>6. …e quale giudizio ne date?</strong><br /> Più che un giudizio, il nostro è uno sguardo di fede con i colori della speranza. Tutti abbiamo bisogno di sentirci amati per stare bene e poter riamare a nostra volta. Ogni conflitto o violenza, e qualsiasi altra cosa che crea disarmonia e dolore sulla terra…nasce dalla mancanza di amore, dalla mancanza di una esperienza d’amore talmente gratuito quale solo Chi ci ha creato e ci dona il respiro ad ogni istante può dare. Da Lui abbiamo origine e a Lui tendiamo: il travaglio dell’umanità, per quanto doloroso sia, porta sempre ad una nuova vita se accogliamo il Signore Gesù.</p>
<p align="justify">Il Signore ci dia pace!</p>
<p align="justify">Sr. Paola Bellin</p>
<p align="justify"> <br />  </p>
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		<title>Il Francescanesimo</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Mar 2011 15:51:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ordine religioso mendicante fondato da San Francesco (1178 circa-1226), il cui nome ufficiale, in segno di umiltà, è di frati Minori. Nel progetto di Francesco i frati dovevano vivere in completa povertà, senza possedere nulla né in comune né a titolo personale, privi di ripari stabili, vivendo del lavoro delle loro mani, poveri fra poveri. Non dovevano chiedere alcun privilegio [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">Ordine religioso mendicante fondato da San Francesco (1178 circa-1226), il cui nome ufficiale, in segno di umiltà, è di frati Minori. Nel progetto di Francesco i frati dovevano vivere in completa povertà, senza possedere nulla né in comune né a titolo personale, privi di ripari stabili, vivendo del lavoro delle loro mani, poveri fra poveri. Non dovevano chiedere alcun privilegio alla Chiesa né dedicarsi allo studio; il loro ruolo era d&#8217;essere un esempio per condotta di vita, condividendo i disagi degli emarginati, fra cui i lebbrosi, esortando a seguire i precetti del Vangelo, rivolgendo l&#8217;invito anche agli infedeli per cercare di convertirli, ma senza piegarli con alcuna costrizione; al contrario, in caso di insuccesso bisognava essere pronti al martirio. Il ricorso alla questua era previsto soltanto come fatto eccezionale; ben presto esso si trasformò al contrario in un elemento fondante, dando vita al concetto stesso di ordine mendicante.<br /> Francesco era un laico e laici la maggior parte dei frati dei primi tempi, mentre in seguito avvenne una sempre più massiccia clericalizzazione; tanto che dei Francescani, come San Bonaventura, Matteo d&#8217;Acquasparta, Ruggero Bacone e Duns Scoto, occuparono cattedre nelle prestigiose università di Parigi e di Oxford.</p>
<p align="center"><strong><span style="color: #8b0000;">L&#8217;approvazione ufficiale dell&#8217;Ordine</span></strong></p>
<p align="justify">L&#8217;ordine ebbe <strong>una prima approvazione orale nel 1210 da Innocenzo III </strong>e <strong>un&#8217;approvazione ufficiale da Onorio III nel 1223</strong>. Proprio perché c&#8217;era stata un&#8217;approvazione orale Francesco poté mantenere la propria regola, che veniva così ad affiancarsi a quelle antiche di Basilio, Benedetto ed Agostino, non contraddicendo al divieto del IV Concilio Lateranense del 1215, che proibiva l&#8217;adozione di nuove regole. Soprattutto <strong>dopo la morte di Francesco si fece però sempre più difficile l&#8217;equilibrio fra le prescrizioni della regola</strong>, pensata per un gruppo di poche persone, e il successo straordinario dell&#8217;ordine, con la quantità di compiti ad esso affidati in conseguenza. Fu soprattutto la questione della povertà e dell&#8217;interpretazione da dare alla regola e al testamento di Francesco (ai quali, secondo il santo, i frati erano giuridicamente tenuti ad attenersi) a creare le maggiori lacerazioni. Gregorio IX in un tentativo pacificatore, con la bolla Quo elongati del 1230 era intervenuto a togliere valore giuridico al testamento, istituendo nel contempo la figura dei nunzi (poi detti sindaci) per ricevere le offerte dei benefattori e amministrarle. Tuttavia i contrasti sulla questione della povertà non si appianarono e portarono alla contrapposizione fra i frati più moderati, che ritenevano non incompatibile il possesso di beni da parte dell&#8217;ordine, e i rigoristi che volevano l&#8217;osservanza più stretta del voto di povertà, nei singoli e nella comunità.<br /> Inutile fu il tentativo di Niccolò III che con la bolla Exiit qui seminat, del 1279, per difendere i Mendicanti dagli attacchi del clero secolare, ricorreva all&#8217;espediente dell&#8217;usus pauper: era cioè consentito ai frati l&#8217;uso ma non il possesso dei beni, di cui la Chiesa evocava a sé la proprietà. I<strong> frati che condividevano questa interpretazione della regola si dissero Conventuali, gli altri, che erano invece contrari anche a questa forma di possesso indiretto, presero il nome di Spirituali</strong>, almeno a partire da Clemente V (morto nel 1314). Dalla metà del XIV secolo, dopo la repressione delle <strong>frange estreme del movimento spirituale,</strong> detto dei Fraticelli, coloro che continuavano a propugnare un&#8217;interpretazione rigorosa della regola, pur senza entrare in urto con l&#8217;autorità ecclesiastica, <strong>presero il nome di Osservanti</strong>; al movimento dell&#8217;Osservanza diedero grande prestigio l&#8217;adesione di San Bernardino da Siena, San Giovanni da Capestrano e San Giacomo della Marca, tanto che gli Osservanti finirono per prendere il sopravvento sui Conventuali. Più tardi dagli Osservanti della Marca d&#8217;Ancona si staccarono i Cappuccini, per desideri di un rigore maggiore e di una più decisa fedeltà alle origini; essi si aggiunsero agli Osservanti e ai Conventuali come la terza e ultima in ordine di tempo delle famiglie autonome del primo ordine di San Francesco, e vennero approvati da Clemente VII con la bolla Religosis zelus del 3 luglio del 1528. <strong>L&#8217;ordine, perciò , si compone ora di tre famiglie: ordine dei frati semplicemente Minori (Ordo fratrum minorum, O.F.M.); ordine dei frati Minori Conventuali (Ordo fratrum minorum conventualium, O.F.M. Conv.) e ordine dei frati Minori Cappuccini (Ordo fratrum minorum Cappuccinorum, O.F.M. Cap.).</strong> Il secondo ordine è quello delle Clarisse, il terzo quello dei cosiddetti terziari.</p>
<p align="center"><span style="color: #8b0000;"><strong><br /> L&#8217;organizzazione dell&#8217;Ordine</strong></span></p>
<p align="justify">I Francescani sono distribuiti in province, con a capo il ministro provinciale eletto dal capitolo provinciale; le province sono suddivise in custodie, a loro volta suddivise in conventi cui è preposto il guardiano. Capo dei Francescani é il ministro generale, eletto dal capitolo generale. Francesco aveva scelto per i suoi frati un abito al di fuori della tradizione monastica, rispondente soltanto alla prescrizione evangelica di povertà : i frati professi ricevevano una tonaca senza cappuccio ed un&#8217;altra con cappuccio, rafforzata al massimo con della stoffa di sacco &#8211; una veste simile a quella indossata dai contadini e dai poveri &#8211; trattenuta da un cingolo fermato da nodi, e delle brache; solo in caso di necessità erano previsti calzari. quindi all&#8217;inizio il color fu molto variabile, con tutte le sfumature del marrone e del grigio. Oggigiorno i Minori Conventuali indossano il saio nero e le scarpe, i Minori il saio marrone e i sandali senza calze; i Cappuccini si diversificano dai Minori per il fatto che hanno il cappuccio più lungo ed aguzzo e le cuciture a vista, inoltre portano la barba. L&#8217;abito di tutte e tre le famiglie è stretto dal cingolo di corda con tre nodi.</p>
<hr />
<p><a title="Storia dell’Ordine Francescano" href="http://medioevoinumbria.it/?p=718">Storia dell&#8217;Ordine Francescano </a></p>
<p><a title="I Francescani Spirituali" href="http://medioevoinumbria.it/?p=720">I Francescani Spirituali</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I Domenicani</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Mar 2011 15:50:42 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ordine religioso mendicante, detto ufficialmente dei “frati predicatori”; prende nome dal fondatore Domenico di Guzmàn (1170-1221). Sacerdote e canonico regolare, insieme col priore Diego de Azevedo, già vescovo di Osma, fu inviato con alcuni altri chierici in Linguadoca per predicare contro gli Albigesi. Da questa esperienza, fallimentare, Domenico maturò il progetto di costituire un ordine formato da religiosi dalla condotta [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><strong>Ordine religioso mendicante, detto ufficialmente dei “frati predicatori”; prende nome dal fondatore Domenico di Guzmàn (1170-1221).</strong></p>
<p style="text-align: center;" align="center"><strong><img class="aligncenter" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/sandomenico.jpg" alt="" width="400" height="254" align="top" border="0" hspace="10" vspace="10" /></strong></p>
<p>Sacerdote e canonico regolare, insieme col <strong>priore Diego de Azevedo</strong>, già vescovo di Osma, fu inviato con alcuni altri chierici in Linguadoca per predicare contro gli Albigesi. Da questa esperienza, fallimentare, Domenico maturò il progetto di costituire un ordine formato da religiosi dalla condotta irreprensibile e culturalmente preparati, capaci di vincere il carisma e la dottrina dei Catari. <strong>L’ordine fu approvato da Onorio III nel 1216</strong>, e <strong>assunse la regola di Sant’Agostino</strong>, affiancata da costruzioni particolari. Il successo fu enorme: <strong>nel 1303 si erano costituite 18 province con 582 conventi</strong>. Il potere legislativo era affidato al capitolo generale che si riuniva all’inizio di ogni anno, poi ogni tre; l’ordine diviso in province, era retto da un maestro generale, eletto nel Medioevo a vita, e dai priori posti a capo delle province. Per motivi organizzativi, la prescrizione della povertà e della mendicità venne accantonata già nel XIV secolo; la specificità dell’ordine fu piuttosto quella della <strong>predicazione missionaria</strong>, della <strong>polemica dottrinale e </strong>dell’<strong>elaborazione teologica</strong>, di cui fu maestro illustre San Tommaso d’Aquino. I domenicani, proprio per queste caratteristiche, <strong>furono molto presenti e attivi all’interno dei tribunali dell’Inquisizione</strong>, sorti fra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo per reprimere l’eresia, guadagnandosi l’appellativo di “<em>Domini Canes</em>” (“<em>Cani da guardia dell’ortodossia</em>”), posizione più tardi mantenuta durante l’espansione della Spagna nel Nuovo Mondo. <strong>I frati si dedicarono inoltre con grande successo a tradurre in volgare testi di pietà religiosa</strong> come le “Vite dei santi Padri del deserto” di Domenico Cavalca (1270-1342), a comporre, sempre in volgare, libri di ammaestramento come lo “Specchio di vera penitenza” di Jacopo Passavanti (1300-1357) <strong>e a divulgare le vite dei santi ordinate così come sono disposte nell’anno liturgico</strong>, come la “Leggenda Aurea” di Jacopo da Varazze (1228-1298). Oltre al primo ordine, formato dai frati, Domenico fondò, nel 1216, il secondo, delle suore domenicane di clausura; al terzo ordine, formato da laici e dalle connotazioni penitenziali, appartenne Santa Caterina da Siena (1347-1380). I Domenicani vestono l’abito che il fondatore portava quando era canonico regolare: tunica e scapolare con cappuccio bianchi, con cintura di cuoio, e mantello con cappuccio nero. In Inghilterra sono conosciuti anche con il nome Frati Neri ed in francia con il nome Giacobini, dal luogo della prima casa a Parigi, San Giacomo.</p>
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		<title>L&#8217;antica regola dei Templari</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Mar 2011 15:26:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>L&#8217;Antica regola dei Templari. I. Quale divino ufficio debbano udire. Voi che rinunciate alla propria volontà, e tutti gli altri che per la salvezza delle anime con voi militano per un certo tempo, con cavalli e armi per il sommo Re, abbiate cura di udire con pio e puro desiderio nella sua totalità i Matutini e l’Integro Servizio, secondo l’istituzione [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><strong><span style="color: #a52a2a; font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">L&#8217;Antica regola dei Templari.</span></strong></p>
<p><strong>I. Quale divino ufficio debbano udire.<br /> </strong>Voi che rinunciate alla propria volontà, e tutti gli altri che per la salvezza delle anime con voi militano per un certo tempo, con cavalli e armi per il sommo Re, abbiate cura di udire con pio e puro desiderio nella sua totalità i Matutini e l’Integro Servizio, secondo l’istituzione canonica e la consuetudine dei dottori regolari della Santa Città. Soprattutto da voi, venerabili fratelli, è dovuto in sommo grado, poiché disprezzata la luce di questa vita, e superata la preoccupazione dei vostri corpi, avete promesso di disprezzare il mondo incalzante per amore di Dio per sempre: rifocillati e saziati dal divino cibo, istruiti e confermati dai precetti del Signore, dopo la consumazione del Divino Mistero nessuno tema la battaglia, ma sia preparato alla corona.</p>
<p align="justify"><strong>II. Dicano le preghiere del Signore, se non hanno potuto udire il servizio di Dio.<br /> </strong>Inoltre se un fratello lontano per caso per un impegno della cristianità orientale (e questo più spesso non dubitiamo sia avvenuto) non potesse udire per tale assenza il servizio di Dio: per i Matutini dica tredici orazioni del Signore e per le singole ore, sette; per i Vespri riteniamo se ne debbano dire nove, e questo lo affermiamo unanimemente a libera voce. Questi infatti impegnati così in un lavoro di preservazione, non possono accorrere nell’ora opportuna al Divino Ufficio. Ma se fosse possibile, nell’ora stabilita non trascurino quanto dovuto per istituzione.</p>
<p align="justify"><strong>III. Che cose fare per i fratelli defunti.<br /> </strong>Quando uno dei fratelli professi sacrifica ciò che è impossibile strappare alla morte, che non risparmia nessuno, ciò che è impossibile strappare: ai cappellani e ai sacerdoti che con voi caritatevolmente e temporaneamente servono al Sommo Sacerdote comandiamo con carità di offrire per la sua anima a Cristo con purezza di spirito l’ufficio e la Messa solenne. I fratelli ivi presenti, che pernottano pregando per la salvezza del fratello defunto, dicano cento orazioni del Signore fino al settimo giorno per il fratello defunto: dal giorno in cui fu annunciata la morte del fratello, fino al predetto giorno, il numero centenario venga rispettato con fraterna osservanza nella sua integrità con divina e misericordiosa carità scongiuriamo, e con pastorale autorità, comandiamo, che ogni giorno, come al fratello si dava e si doveva nelle necessità, così si dia ad un povero fino al quarantesimo giorno ciò che è necessario al sostentamento di questa vita, per quanto riguarda cibo e bevanda. Del tutto proibiamo ogni altra offerta, che nella morte dei fratelli, e nella solennità di Pasqua, inoltre nelle altre solennità, la spontanea povertà dei poveri commilitoni di Cristo era solita in modo esagerato dare al Signore.</p>
<p align="justify"><strong>IV. I cappellani abbiano soltanto vitto e vestito.</strong><br /> Comandiamo che per comune accordo del capitolo le altre offerte e tutte le altre speci di elemosine, in qualunque modo siano, vengano date con attenta cura ai cappellani o agli altri che restano temporaneamente. Perciò i servitori della Chiesa abbiano soltanto vitto e vestito secondo l’autorità, e non pretendano di avere nulla più, tranne i maestri pontaneamente e caritatevolmente abbiano dato.</p>
<p align="justify"><strong>V. I soldati temporanei defunti.<br /> </strong>Vi sono tra di noi dei soldati che temporaneamente e misericordiosamente rimangono nella casa di Dio, e Tempio di Salomone. Perciò con ineffabile supplica vi preghiamo, scongiuriamo, e anche con insistenza comandiamo, che se frattanto la tremenda potestà avesse condotto qualcuno all’ultimo giorno, per amore di Dio, fraterna pietà, un povero abbia sette giorni di sostentamento per la sua anima.</p>
<p align="justify"><strong>VI. Nessun fratello professo faccia un’offerta.<br /> </strong>Abbiamo decretato, come più sopra fu detto, che nessuno dei fratelli professi presuma di trattare un’altra offerta: ma giorno e notte con cuore puro rimanga nella sua professione, perché sia in grado di eguagliare il più santo dei profeti in questo: prenderò il calice della salvezza, e nella mia morte imiterò la morte del Signore: poiché come Cristo diede la sua anima per me, così anch’io sono pronto a dare l’anima per i fratelli, ecco l’offerta giusta: ecco l’ostia viva gradita a Dio.</p>
<p align="justify"><strong>VII. Non esagerare nello stare in piedi.<br /> </strong>Abbiamo sentito con le nostre orecchie un teste sincerissimo, che voi assistete al divino ufficio stando costantemente in piedi: questo non comandiamo anzi vituperiamo: comandiamo che, finito il salmo, “Venite esultiamo al Signore” con l’invitatorio e l’inno , tutti siedano tanto i forti quanto i deboli, per evitare scandalo.</p>
<p align="justify">Voi che siete presenti, terminato ogni salmo, nel dire “Gloria al Padre”, con atteggiamento supplice alzatevi dai vostri scanni verso gli altari, per riverenza alla Santa Trinità ivi nominata, e insegnammo ai deboli il modo di inchinarsi. Così anche nella proclamazione del Vangelo, e al “Te Deum laudamus”, e durante tutte le Lodi, finché finito “Benediciamo il Signore”, cessiamo di stare in piedi; comandiamo anche che la stessa regola sia tenuta nei Matutini di S. Maria.</p>
<p align="justify"><strong>VIII. Il riunirsi per il pasto.<br /> </strong>In un palazzo, ma sarebbe meglio dire refettorio, comunitariamente riteniamo che voi assumiate il cibo, dove, quando ci fosse una necessità, a causa della non conoscenza dei segni, sottovoce e privatamente è opportuno chiedere. Così in ogni momento le cose che vi sono necessarie con ogni umiltà e soggezione di reverenza chiedete durante la mensa, poiché dice l’Apostolo: “Mangia il tuo pane in silenzio”. E il Salmista vi deve animare, quando dice: “Ho posto un freno alla mia bocca, cioè ho deciso dentro di me, perché non venissi meno nella lingua cioè custodivo la mia bocca perché non parlassi malamente”.</p>
<p align="justify"><strong>IX. La lettura.</strong><br /> Nel pranzo e nella cena sempre si faccia una Santa Lettura. Se amiamo il Signore, dobbiamo desiderare di ascoltare attentamente le sue parole salutifere e i suoi precetti. Il lettore vi intima il silenzio.</p>
<p align="justify"><strong>X. Uso della carne.<br /> </strong>Nella settimana, se non vi cadono il Natale del Signore, o la Pasqua, o la festa di S. Maria, o di tutti i Santi, vi sia sufficiente mangiare tre volte la carne: l’abituale mangiare la carne va compresa quale grave corruzione del corpo. Se nel giorno di Marte cadesse il digiuno, per cui l’uso della carne è proibito, il giorno dopo sia dato a voi più abbondantemente. Nel giorno del Signore appare senza dubbio opportuno due portate a tutti i soldati professi e ai cappellani in onore della Santa Resurrezione. Gli altri invece, cioè gli armigeri e gli aggregati, rimangono contenti di uno, ringraziando.</p>
<p align="justify"><strong>XI. Come debbano mangiare i soldati.<br /> </strong>È opportuno generalmente che mangino per due, perché l’uno sollecitamente provveda all’altro, affinché la durezza della vita, o una furtiva astinenza non si mescoli in ogni pranzo. Questo giudichiamo giustamente, che ogni soldato o fratello abbia per sé una uguale ed equivalente misura di vino.</p>
<p align="justify"><strong>XII. Negli altri giorni siano sufficienti due o tre portate di legumi.<br /> </strong>Negli altri giorni cioè nella seconda e quarta feria nonché il sabato, riteniamo che siano sufficienti per tutti due o tre portate di legumi o di altri cibi, o che si dica companatici cotti: e così comandiamo che ci si comporti, perché chi non possa mangiare dell’uno sia rifocillato dall’altro.</p>
<p align="justify"><strong>XIII. Con quale cibo è necessario cibarsi nella feria sesta.<br /> </strong>Nella feria sesta riteniamo accontentarsi di prendere solamente un unico cibo quaresimale per riverenza della passione, tenuto conto però della debolezza dei malati, a partire dalla festa dei Santi fino a Pasqua, tranne che capiti il Natale del Signore o la festa di S. Maria o degli Apostoli. Negli altri tempi, se non accadesse un digiuno generale, si rifocillino due volte.</p>
<p align="justify"><strong>XIV. Dopo il pranzo sempre rendano grazie.</strong><br /> Dopo il pranzo e la cena sempre nella chiesa, se è vicina, o, se così non è, nello stesso luogo, come conviene, comandiamo che con cuore umiliato immediatamente rendano grazie al Sommo Procuratore Nostro: che è Cristo: messi in disparte i pani interi, si comanda di distribuire come dovuto per fraterna carità ai servi o ai poveri.</p>
<p align="justify"><strong>XV. Il decimo del pane sia sempre dato all’elemosiniere.<br /> </strong>Benché il premio della povertà che è il regno dei cieli senza dubbio spetti ai poveri: a voi tuttavia, che la fede cristiana vi confessa indubbiamente parte di quelli, comandiamo che il decimo di tutto il pane quotidianamente consegniate al vostro elemosiniere.</p>
<p align="justify"><strong>XVI. La colazione sia secondo il parere del Maestro.<br /> </strong>Quando il sole abbandona la regione orientale e discende nel sonno, udito il segnale, come è consuetudine di quella regione, è necessario che tutti voi vi rechiate a Compieta, ma prima desideriamo che assumiate un convivio generale. Questo convivio poniamo nella disposizione e nella discrezione del Maestro, perché quando voglia sia composto di acqua; e quando con benevolenza comanderà, di vino opportunamente diluito. Questo non è necessario che conduca a grande sazietà o avvenga nel lusso, ma sia parco; infatti vediamo apostatare anche i sapienti.</p>
<p align="justify"><strong>XVII. Terminata la Compieta si conservi il silenzio.<br /> </strong>Finita la Compieta è necessario recarsi al giaciglio. Ai fratelli che escono da Compieta non venga data licenza di parlare in pubblico, se non per una necessità impellente; quanto sta per dire al suo scudiero sia detto sommessamente.</p>
<p align="justify">Forse può capitare che in tale intervallo per voi che uscite da Compieta, per grandissima necessità di un affare militare, o dello stato della nostra casa, perché il giorno non è stato sufficiente, sia necessario che lo stesso Maestro parli con una parte dei fratelli, oppure colui al quale è dovuto il comando della casa come Maestro. Così questo comandiamo che avvenga; poiché è scritto: “Nel molto parlare non sfuggirai il peccato”. E altrove: “La morte e la vita nelle mani della lingua”. In questo colloquio proibiamo le scurrilità, le parole inutili e ciò che porta al riso: e a voi che vi recate a letto, se qualcuno ha detto qualcosa di stolto, comandiamo di dire l’orazione del Signore con umiltà e devota purezza.</p>
<p align="justify"><strong>XVIII. Gli stanchi non si alzino per i Matutini.<br /> </strong>Non approviamo che i soldati stanchi si alzino per i Matutini, come è a voi evidente: ma con l’approvazione del Maestro, riteniamo unanimemente che essi debbano riposare e cantare le tredici orazioni costituite, in modo che la loro mente ricordi con la voce quanto detto dal Profeta: “Salmeggiate al Signore con sapienza”: e ancora: “Al cospetto degli Angeli salmeggerò a Te”. Ma questo deve dipendere dal consiglio del Maestro.</p>
<p align="justify"><strong>XIX. Sia conservata comunità di vitto tra i fratelli.</strong><br /> Si legge nella pagina Divina: “Si divideva ai singoli, come era necessario per ciascuno”. Perciò non diciamo che vi sia accezione di persone ma vi deve essere considerazione delle malattie. Quando uno ha meno bisogno, ringrazi Dio, e non si rattristi: colui che ha bisogno si umigli per l’infermità, non si innalzi per la misericordia, e così tutte le membra saranno in pace. Ma questo proibiamo ché a nessuno sia lecito abbracciare una astinenza fuori posto, ma conducano una vita comune costantemente.</p>
<p align="justify"><strong>XX. Qualità e stile del vestito.<br /> </strong>Comandiamo che i vestiti siano sempre di un unico colore, ad esempio bianchi , o neri, o, per così dire, bigi. A tutti i soldati professi in inverno e in estate, se è possibile, concediamo vesti bianche, cosicché coloro che avranno posposto una vita tenebrosa, riconoscano di doversi riconciliare con il loro Creatore,mediante una vita trasparente e bianca.</p>
<p align="justify">Che cosa di bianco, se non l’integra castità? La castità è sicurezza nella mente, e sanità di corpo. Infatti ogni militare, se non avrà preservato nella castità, non potrà raggiungere la pace perpetua e vedere Dio; come attesta l’Apostolo Paolo: “Seguiamo la pace con tutti e la castità, senza cui nessuno vedrà il Signore”. Ma perché uno sia di questo stile deve essere privo della nota arroganza e del superfluo: comandiamo a tutti che abbiano tali cose affinché ciascuno da solo sia capace senza clamore di vestirsi e svestirsi, mettersii calzari e levarseli. Il procuratore di questo ministero con vigile cura sia attento nell’evitare questo, coloro che necessitano non ricevano un abito troppo lungo o troppo corto ma di giusta misura secondo la tagli di ciascuno fratello. Coloro che ricevono abiti nuovi, restituiscano subito i vecchi, da riporre in camera, o dove il fratello cui spetta il compito avesse deciso, perché possano servire agli scudieri o agli aggregati, oppure ai poveri.</p>
<p align="justify"><strong>XXI. I servi non portino vesti bianche, cioè palii.<br /> </strong>Decisamente disapproviamo quanto era nella casa di Dio e del Tempio dei suoi soldati, senza discrezione e decisione del comune capitolo, e comandiamo, che venga radicalmente eliminato quasi fosse un vizio proprio. I servi e gli scudieri portavano una volta vesti bianchi, donde derivavano danni. Sorsero infatti in zone ultra montane alcuni falsi fratelli, sposati, ed altri, che dissero di appartenere al Tempio, mentre sono nel mondo.</p>
<p align="justify">Costoro procurarono tante ingiurie e tanti danni all’Ordine Militare, e agli aggregati presuntuosi come professi insuperbendo fecero nascere molti scandali.</p>
<p align="justify">Portino quindi sempre vesti neri: nel caso in cui questi non possano essere trovati, abbiano quelli che si possano trovare nella provincia in cui abitano, o quanto può essere avvicinato alla più semplice di un unico colore, cioè bigio.</p>
<p align="justify"><strong>XXII. I soldati professi portino solo vesti bianche.<br /> </strong>A nessuno è concesso di portare tuniche candide, o avere palii bianchi, se non ai nominati soldati.</p>
<p align="justify"><strong>XXIII. Si usino solo pelli di agnelli.</strong><br /> Abbiamo deciso di comune accordo, che nessun fratello professo abbia pelli di lunga durata perenne o pelliccia o qualcosa di simile, e che serva al corpo, anche per coprirlo se non di agnelli o arieti.</p>
<p align="justify"><strong>XXIV. I vecchi vestiti siano dati agli scudieri.</strong><br /> Il procuratore o datore dei vestiti con ogni attenzione dia i vecchi abiti sempre agli scudieri e agli aggregati, e talvolta ai poveri, agendo con fedeltà ed equità.</p>
<p align="justify"><strong>XXV. Chi brama le cose migliori abbia le peggiori.<br /> </strong>Se un fratello professo, o perché gli è dovuto o perché mosso da superbia volesse abiti belli o ottimi, meriterebbe per tale presunzione senza dubbio quelli più umili.</p>
<p align="justify"><strong>XXVI. Sia rispettata la qualità e la quantità dei vestiti. <br /> </strong>È necessario osservare la quantità secondo la grandezza dei corpi e la larghezza dei vestiti: colui che consegna gli abiti sia in questo attento.</p>
<p align="justify"><strong>XXVII. Colui che consegna i vestiti conservi innanzitutto l’uguaglianza.<br /> </strong>Il procuratore con fraterno intuito consideri la lunghezza, come sopra fu detto, con la stessa attenzione, perché l’occhio dei sussurratori o dei calunniatori non presuma di notare alcunché: e in tutte queste cose, umilmente mediti la ricompensa di Dio.</p>
<p align="justify"><strong>XXVIII. L’inutilità dei capelli.<br /> </strong>Tutti i fratelli, soprattutto i professi, è bene portino capelli in modo che possano essere considerati regolari davanti e dietro e ordinati; e nella barba e nei baffi si osservi senza discussione la stessa regola, perché non si mostri o superficialità o il vizio della frivolezza.</p>
<p align="justify"><strong>XXIX. Circa gli speroni e le collane.<br /> </strong>Chiaramente gli speroni e le collane sono una questione gentilizia. E poiché questo è riconosciuto abominevole da tutti, proibiamo e rifiutiamo l’autorizzazione a possederli, anzi vogliamo che non ci siano. A coloro che prestano servizio a tempo non permettiamo di avere né speroni, né collane, né capigliatura vanitosa, né esagerata lunghezza di vestiti, anzi del tutto proibiamo.</p>
<p align="justify">A coloro che servono al Sommo Creatore è sommamente necessaria la mondezza interna ed esterna, come egli stesso attesta, dicendo: “Siate mondi, perché Io sono mondo”.</p>
<p align="justify"><strong>XXX. Numero dei cavalli e degli scudieri.<br /> </strong>A ciascun soldato è lecito possedere tre cavalli, poiché povertà della casa di Dio e del Tempio di Salomone non permette di aumentare oltre, se non per licenza del Maestro.</p>
<p align="justify"><strong>XXXI. Nessuno ferisca uno scudiero che serve gratuitamente.<br /> </strong>Concediamo ai singoli militari per la stessa ragione un solo scudiero. Ma se gratuitamente e caritatevolmente quello scudiero appartiene a un soldato, a costui non è lecito flagellarlo, e neppure percuoterlo per qualsiasi colpa.</p>
<p align="justify"><strong>XXXII. In che modo siano ricevuti coloro che restano a tempo.<br /> </strong>Comandiamo a tutti i soldati che desiderano servire a tempo a Gesù Cristo con purezza d’animo nella stessa casa, di comprare fedelmente cavalli idonei in questo impegno quotidiano, e armi e quanto è necessario.Abbiamo anche giudicato, tutto considerato, che sia cosa buona e utile valutare i cavalli. Si conservi perciò il prezzo per iscritto perché non venga dimenticato: quanto sarà necessario al soldato, o ai suoi cavalli, o allo scudiero, aggiunti i ferri dei cavalli secondo la facoltà della casa, sia acquistato dalla stessa casa con fraterna carità. Se frattanto il soldato per qualche evento perdesse i suoi cavalli in questo servizio; il Maestro per quanto può la casa, ne procurerà altri. Al giungere del momento di rimpatriare, lo stesso soldato conceda la metà del prezzo per amore Divino, e se a lui piace, riceva l’altra dalla comunità dei fratelli.</p>
<p align="justify"><strong>XXXIII. Nessuno agisca secondo la propria volontà.<br /> </strong>È conveniente a questi soldati, che stimano niente di più caro loro di Cristo, che per il servizio, secondo il quale sono professi, e per la gloria della Somma Beatitudine, o il timore della Genna, prestino continuamente obbedienza al Maestro.</p>
<p align="justify">Occorre quindi che immediatamente, se qualcosa sia stato comandato dal Maestro, o da colui al quale è stato dato mandato dal Maestro, senza indugio, come fosse divinamente comandato, nel fare non conoscano indugio. Di questi tali la stessa Verità dice: “Per l’ascolto dell’orecchio mi ha obbedito”.</p>
<p align="justify"><strong>XXXIV. Se è lecito andare senza comando del Maestro in un luogo isolato.<br /> </strong>Scongiuriamo, e fermamente loro comandiamo, che i generosi soldati che hanno rinunciato alla propria volontà, e quanti sono aggregati, senza la licenza del Maestro, o di colui cui fu conferito, di non permettersi di andare in un luogo isolato, eccetto di notte al Sepolcro, o a quei luoghi che sono inclusi nelle mura della Santa Città.</p>
<p align="justify"><strong>XXXV. Se è lecito camminare da soli.<br /> </strong>Coloro che viaggiano, non ardiscano iniziare un viaggio né di giorno né di notte, senza un custode, cioè un soldato o un fratello professo. Infatti dopo che furono ospitati nella Milizia, nessun militare, o scudiero o altro, si permetta di andare per vedere negli atri del altri militari o per parlare con qualcuno, senza permesso, come fu detto sopra.</p>
<p align="justify">Perciò affermiamo saggiamente, che in tale casa ordinata da Dio, nessuno secondo il suo possesso svolga il proprio servizio o riposi; ma secondo il comando del Maestro ciascuno agisca cosi che imiti la sentenza del Signore, con cui ha detto: “Non sono venuto a fare la mia volontà ma di colui che mi ha mandato”.</p>
<p align="justify"><strong>XXXVI. Nessuno chieda singolarmente ciò che è a lui necessario.</strong><br /> Comandiamo, che sia scritta tra le altre come propria questa consuetudine, e posta ogni attenzione confermiamo perché si eviti di cercare il vizio.</p>
<p align="justify">Nessun fratello professo deve chiedere che gli sia assegnato personalmente un cavallo o una cavalcatura o delle armi.</p>
<p align="justify">In che modo? Se la sua malattia, o la debolezza dei suoi cavalli, o la scarsezza delle sue armi, fosse riconosciuta tale, che avanzare così sia un danno comune: si rechi dal Maestro, o da colui cui è dovuto il ministero dopo il Maestro, e gli esponga la causa con sincerità e purezza: infatti la cosa va risolta nella decisione del Maestro, o del suo procuratore.</p>
<p align="justify"><strong>XXXVII. I morsi e gli speroni.<br /> </strong>Non vogliamo che mai oro o argento che sono ricchezze particolari, appaiono nei morsi o nei pettorali, né negli speroni, o nei finimenti, né sia lecito ad alcun fratello professo acquistarli. Se per caso tali vecchi strumenti fossero stati dati in dono, l’oro o l’argento siano colorati in modo che il colore o il decoro non appaia arroganza in mezzo agli altri. Se fossero stati dati nuovi, il Maestro faccia ciò che vuole di queste cose.</p>
<p align="justify"><strong>XXXVIII. Sulle aste e sugli scudi non venga posta una copertura.<br /> </strong>Non si abbia una copertura sopra gli scudi e le aste, perché secondo noi questo non è proficuo, anzi dannoso.</p>
<p align="justify"><strong>XXXIX. L’autorizzazione del Maestro.<br /> </strong>Al Maestro è lecito dare cavalli o armi a chiunque, o a chi ritiene opportuno qualunque altra cosa.</p>
<p align="justify"><strong>XL. Sacco e baule.</strong><br /> Non sono permessi sacco e baule con il lucchetto: così siano presentati, perché non si posseggano senza il permesso del Maestro, o di colui a cui furono affidati i compiti della casa e i compiti in suo vece. Da questa norma sono esclusi i procuratori e coloro che abitano in province diverse, e neppure è inteso lo stesso Maestro.</p>
<p align="justify"><strong>XLI. L’autorizzazione scritta.<br /> </strong>In nessun modo a un fratello sia lecito ricevere, o dare, dai propri parenti, né da qualsiasi uomo, né dall’uno all’altro, senza il permesso del Maestro o del procuratore. Dopo che un fratello avrà avuto licenza, alla presenza del Maestro, se così a lui piace, siano registrati. Nel caso che dai parenti sia indirizzato a lui qualcosa, non si permetta riceverla, se prima non è stato segnalato al Maestro. In questa norma non sono inclusi il Maestro e i procuratori della casa.</p>
<p align="justify"><strong>XLII. La confessione delle proprie colpe.<br /> </strong>Poiché ogni parola oziosa si sa che genera il peccato, che cosa essi diranno ostentamente riguardo alle proprie colpe davanti al severo giudice. Dice bene il Profeta che se occorre astenersi dai buoni discorsi per il silenzio, quanto più occorre astenersi dalle cattive parole per la pena del peccato.</p>
<p align="justify">Vietiamo quindi che un fratello professo osi ricordare con un suo fratello, o con qualcun altro, per meglio dire, le stoltezze, che nel secolo del servizio militare compì in modo enorme, e i piaceri della carne con sciaguratissime donne, o qualsiasi altra cosa: e se per caso avesse sentito qualcuno che riferisce tali cose, lo faccia tacere, o appena può si allontani per obbedienza, e al venditore d’olio non offra il cuore.</p>
<p align="justify"><strong>XLIII. Questua e accettazione.</strong><br /> Se a un fratello fosse stata data qualcosa senza averla chiesta, la consegni al Maestro o all’economo: se un altro suo amico o parente non volesse che fosse usata se non da lui, questa non riceva, fino a quando abbia il permesso del Maestro.</p>
<p align="justify">Colui al quale sarà data la cosa, non dispiaccia che venga data a un altro: sappia per certo, che se si arrabbiasse per questo, agisce contro Dio. Nella sopraddetta regola non sono contenuti gli amministratori ai quali in modo speciale è affidato e concesso il ministero riguardo al sacco e al baule.</p>
<p align="justify"><strong>XLIV. I sacchi per il cibo sui cavalli.<br /> </strong>È utile a tutti che questo ordine da noi stabilito sia rispettato senza eccezioni.</p>
<p align="justify">Nessun fratello presuma di confezionare sacchi per il cibo di lino o di lana, preparati con troppa cura: non ne abbia se non di panno grezzo.</p>
<p align="justify"><strong>XLV. Nessuno osi cambiare o domandare.<br /> </strong>Nessuno presuma di cambiare le sue cose, fratello con il fratello, senza l’autorizzazione del Maestro, e chiedere qualcosa, se non fratello al fratello, purché la cosa sia piccola, vile, non grande.</p>
<p align="justify"><strong>XLVI. Nessuno catturi un uccello con un uccello, neppure proceda con il richiamo.<br /> </strong>Noi giudichiamo con sentenza comune che nessuno osi catturare un uccello con un uccello.</p>
<p align="justify">Non conviene infatti aderire alla religione conservando i piaceri mondani, ma ascoltare volentieri i comandamenti del Signore, frequentemente applicarsi alle preghiere, confessare a Dio i propri peccati con lacrime e gemito quotidianamente nella preghiera. Nessun fratello professo per questa causa principale presuma di accompagnarsi con un uomo che opera con il falco o con qualche altro uccello.</p>
<p align="justify"><strong>XLVII. Nessuno colpisca una fiera con l’arco o la balestra.<br /> </strong>È conveniente camminare in atteggiamento pio, con semplicità, senza ridere, umilmente, non pronunciando molte parole, ma ragionando, e non con voce troppo elevata. Specialmente imponiamo e comandiamo ad ogni fratello professo di non osare entrare in un bosco con arco o balestra o lanciare dardi: non vada con colui che fece tali cose se non per poterlo salvare da uno sciagurato pagano: né osi gridare con un cane né garrire; né spinga il suo cavallo per la bramosia di catturare la fiera.</p>
<p align="justify"><strong>XLVIII. Il leone sia sempre colpito.</strong><br /> Infatti è certo, che a voi fu specialmente affidato il compito di offrire la vita per i vostri fratelli, e eliminare dalla terra gli increduli, che sempre minacciano il Figlio della Vergine. Del leone questo leggiamo, perché egli circuisce cercando chi divorare, e le sue mani contro tutti, e le mani di tutti contro lui.</p>
<p align="justify"><strong>XLIX. Ascoltate il giudizio riguardo a quanto è chiesto su di voi.</strong><br /> Sappiamo che i persecutori della Santa Chiesa sono senza numero, e si affrettano incessantemente e sempre più crudelmente ad inquietare coloro che non amano le contese. In questo si tenga la sentenza del Concilio fatta con serena considerazione, che se qualcuno nelle parti della regione orientale, o in qualunque altro luogo chiedesse qualcosa su di voi, a voi comandiamo di ascoltare il giudizio emesso da giudici fedeli e amanti del vero; e ciò che sarà giusto, comandiamo che voi compiate senza esitazione.</p>
<p align="justify"><strong>L. In ogni cosa sia tenuta questa regola.<br /> </strong>Questa regola comandiamo che venga tenuta per sempre in tutte le cose che immeritatamente sono state a voi tolte.</p>
<p align="justify"><strong>LI. Quando è lecito a tutti i militari professi avere una terra e degli uomini.<br /> </strong>Crediamo che per Divina Provvidenza nei santi luoghi prese inizio da voi questo genere nuovo di religione, che cioè alla religione sia unita la Milizia e così la religione proceda armata mediante la Milizia, o senza colpa colpisca il nemico.</p>
<p align="justify">Giustamente quindi giudichiamo, poiché siamo chiamati soldati del Tempio che voi stessi per l’insigne e speciale merito di probità abbiate casa, terra, uomini, contadini e giustamente li governate: e a voi è dovuto in modo particolare quanto stabilito.</p>
<p align="justify"><strong>LII. Ai malati sia dedicata un’attenzione particolare.<br /> </strong>Ai fratelli che stanno male occorre prestare una cura attentissima, come si servisse a Cristo in loro: il detto evangelico, “sono stato infermo e mi visitaste” sia attentamente ricordato. Costoro vanno sopportati pazientemente, perché mediante loro senza dubbio si acquista una retribuzione superiore.</p>
<p align="justify"><strong>LIII. Agli infermi sia sempre dato ciò che è necessario.<br /> </strong>Agli assistenti degli infermi comandiamo con ogni osservanza e attenta cura, che quanto è necessario per le diverse malattie, fedelmente e diligentemente, secondo le possibilità della casa sia loro amministrato, ad esempio, carne e volatili e altro, fino quando siano restituiti alla sanità.</p>
<p align="justify"><strong>LIV. Nessuno provochi l’altro all’ira.<br /> </strong>Massima attenzione va posta perché qualcuno non presuma di provocare l’altro all’ira: infatti la somma clemenza della vicina Divina Fraternità congiunse tanto i poveri quanto i potenti.</p>
<p align="justify"><strong>LV. In che modo siano accolti i fratelli sposati.<br /> </strong>Permettiamo a voi di accogliere i fratelli sposati in questo modo, se chiedono il beneficio e la partecipazione della vostra fraternità, entrambi concedano una parte della loro sostanza e quanto avessero ad acquistare lo diano all’unità del comune capitolo dopo la loro morte, e frattanto conducano una vita onesta, e si studino di agrire bene verso i fratelli, ma non portino la veste candida e il mantello bianco. Se il marito fosse morto prima lasci la sua parte ai fratelli: la moglie ricavi il sostegno della vita dall’altra parte. Consideriamo infatti questo ingiusto che fratelli di questo tipo risiedano nella stessa casa dei fratelli che hanno promesso la castità a Dio.</p>
<p align="justify"><strong>LVI. Non si abbiano più sorelle.<br /> </strong>Riunire ancora sorelle è pericoloso: l’antico nemico a causa della compagnia femminile cacciò molti dalla retta via del paradiso. Perciò, fratelli carissimi, perché sempre tra voi sia visibile il fiore dell’integrità, non è lecito mantenere ancora questa consuetudine.</p>
<p align="justify"><strong>LVII. I fratelli del Tempio non abbiano parte con gli scomunicati.<br /> </strong>Questo, fratelli è da evitare e da temere, che qualcuno dei soldati di Cristo, in qualche modo si unisca a una persona scomunicata singolarmente e pubblicamente, o presuma di ricevere le sue cose, perché la scomunica non sia simile al maranatha (vieni Signore). Ma se fosse stato soltanto interdetto, non sarà fuori posto avere parte con lui, e ricevere caritatevolmente le suo cose.</p>
<p align="justify"><strong>LVIII. In che modo vanno ricevuti i soldati secolari.<br /> </strong>Se un soldato dalla massa della perdizione, o un altro secolare, volendo rinunziare al mondo, volesse scegliere la vostra comunione e vita, non si dia a lui subito l’assenso ma secondo la parola di Paolo, “provate gli spiriti se sono da Dio così a lui sia concesso l’ingresso”. Si legga dunque la regola in sua presenza: e se costui ottempererà diligentemente ai comandi di questa esimia regola, allora, se al Maestro e ai fratelli sarà piaciuto riceverlo, convocati i fratelli esponga con purezza d’animo a tutti il suo desiderio e la sua richiesta. In seguito il termine della prova dipenda in tutto dalla considerazione e dalla decisione del Maestro, secondo l’onestà di vita del richiedente.</p>
<p align="justify"><strong>LIX. Non siano chiamati tutti i fratelli al consiglio privato.<br /> </strong>Comandiamo che non sempre siano convocati al consiglio tutti i fratelli, ma solo quelli che il Maestro avrà ritenuto idonei e provvidenziali per il consiglio.</p>
<p align="justify">Quando volesse trattare le questioni maggiori, quale dare la terra comune, o discutere dell’Ordine stesso, o ricevere un fratello: allora è opportuno convocare tutta la congregazione, se così ritenne il Maestro; udito il parere di tutto il capitolo, quanto di meglio e di più utile il Maestro avrà ritenuto opportuno, questo si faccia.</p>
<p align="justify"><strong>LX. Devono pregare in silenzio.<br /> </strong>Comandiamo con parere concorde che, come avrà richiesto l propensione dell’anima e del corpo, i fratelli preghino in piedi o seduti: tuttavia con massima riverenza, con semplicità, senza chiasso, perché uno non disturbi l’altro.</p>
<p align="justify"><strong>LXI. Ricevere la fede dei serventi.<br /> </strong>Abbiamo saputo che molti da diverse province, tanto aggregati, quanto scudieri desiderano vincolarsi nella nostra casa a tempo con animo fervoroso per la salvezza delle anime. È utile che riceviate la fede loro, affinché per caso l’antico nemico non intimi loro nel servizio di Dio alcunché furtivamente o indecentemente, o li distolga improvvisamente dal buon proposito.</p>
<p align="justify"><strong>LXII. I fanciulli, fin quando sono piccoli non siano ricevuti tra i fratelli del Tempio.<br /> </strong>Quantunque la regola dei Santi Padri permetta di avere dei fanciulli in una congregazione, noi non riteniamo di dover caricare voi di tale peso. Chi volesse dare in perpetuo suo figlio, o un suo congiunto, nella religione militare: lo nutra fino agli anni, in cui virilmente con mano armata possa eliminare dalla Terra Santa i nemici di Cristo: in seguito secondo la regola il padre o i genitori lo pongano in mezzo ai fratelli, e rendano nota a tutti la sua richiesta. È meglio nella fanciullezza non giurare, piuttosto che diventato uomo, ritirarsi in modo clamoroso.</p>
<p align="justify"><strong>LXIII. Sempre i vecchi siano venerati.<br /> </strong>È bene che i vecchi con pia considerazione secondo la debolezza delle forze siano sopportati e diligentemente onorati: in nessun modo si usi severità in quanto la tolleranza è necessaria per il corpo, salva tuttavia l’autorità della regola.</p>
<p align="justify"><strong>LXIV. I fratelli che partono per diverse province.<br /> </strong>I fratelli che si incamminano per diverse province, per quanto lo permettano le forze, si impegnino ad osservare la regola nel cibo e nella bevanda e nelle altre cose, e vivano in modo irreprensibile, perché abbiano buona testimonianza da coloro che stanno fuori: non macchino il proposito di religione né con parola né con atto, ma soprattutto a coloro, con i quali si sono incontrati, offrano esempio e sostanza di sapienza e di buone opere. Colui presso il quale avranno deciso di alloggiare, abbia buona fama: e, se è possibile la casa dell’ospite non manchi della candela, affinché il nemico tenebroso non procuri la morte, Dio non voglia. Quando avranno sentito di riunire soldati non scomunicati, diciamo che colà devono andare non preoccupandosi di una utilità temporale, quanto piuttosto della salvezza eterna delle loro anime. Ai fratelli diretti nelle zone al di là del mare con la speranza di essere trasportati raccomandiamo di ricevere con questa convenzione coloro che avessero voluto unirsi in perpetuo all’Ordine Militare: entrambi si presentino al Vescovo di quella provincia e il presule ascolti la volontà di colui che chiede.</p>
<p align="justify">Ascoltata la richiesta, il fratello lo invii al Maestro e ai fratelli che si trovano nel Tempio che è in Gerusalemme: e se la sua vita è onesta e degna di tale appartenenza, misericordiosamente sia accolto, se questo sembra bene al Maestro e ai fratelli. Se nel frattempo morisse, a causa del lavoro e della fatica, come a un fratello a lui sia riconosciuto tutto il beneficio e la fraternità dei poveri e dei commilitoni di Cristo.</p>
<p align="justify"><strong>LXV. A tutti sia distribuito in modo uguale il vitto.<br /> </strong>Riteniamo anche che questo in modo congruo e ragionevole sia rispettato, che a tutti i fratelli professi sia dato cibo in egual misura secondo la possibilità del luogo: non è infatti utili l’accezione delle persone, ma è necessario considerare le indisposizioni.</p>
<p align="justify"><strong>LXVI. I soldati abbiano le decime del Tempio.<br /> </strong>Crediamo che avendo abbandonato le ricchezze a voi donate abbiate ad essere soggetti alla spontanea povertà, per cui in questo modo abbiamo dimostrato in quale modo spettino a voi che vivete invita comune, le decime.</p>
<p align="justify">Se il Vescovo della Chiesa al quale è dovuta giustamente la decima, avrà voluto darla a voi caritatevolmente: deve dare a voi le decime che allora la Chiesa sembra possedere con il consenso del capitolo comune. Se un laico dovesse impossessarsi di essa (decima) o sottrarla dal suo patrimonio in modo condannabile, e confessando la propria colpa avrà voluto lasciare a voi la stessa: secondo la discrezione di colui che presiede questo può essere fatto, senza il consenso del capitolo.</p>
<p align="justify"><strong>LXVII. Le colpe leggere e gravi.<br /> </strong>Se un fratello avrà sbagliato in modo lieve nel parlare, nell’agire o altrimenti, egli stesso confessi al Maestro il suo peccato con l’impegno della soddisfazione.</p>
<p align="justify">Per le cose lievi, se non esiste una consuetudine, ci sia una lieve penitenza. Nel caso in cui tacesse e la colpa fossa conosciuta attraverso un altro, sia sottoposto a una disciplina e a una riparazione maggiore e più evidente. Se la colpa sarà grave, si allontani dalla familiarità dei fratelli, né mangi con loro alla stessa mensa, ma da solo assuma il pasto. Il tutto dipenda dalla decisione e dall’indicazione del Maestro, affinché sia salvo nel giorno del giudizio.</p>
<p align="justify"><strong>LXVIII.Per quale colpa il fratello non sia più accolto.<br /> </strong>Soprattutto occorre provvedere che, nessun fratello, sia potente o impotente, forte o debole, voglia esaltarsi e poco a poco insuperbire, difendere la propria colpa, possa rimanere indisciplinato: ma, se non avrà voluto correggersi a lui venga data una correzione più severa. Che se non avrà voluto correggersi con pie ammonizioni e per le preghiere a lui innalzate, ma si sarà innalzato sempre più nella superbia: allora secondo l’Apostolo, “sia sradicato dal pio gregge”: togliete il male da voi: è necessario che la pecora malata sia allontanata dalla società dei fratelli fedeli. Inoltre il Maestro che deve tenere in mano il bastone e la verga (cioè il bastone, con cui sostenga le debolezze delle altre forze, la verga con cui colpisca con lo zelo della rettitudine i vizi di coloro che vengono meno) con il consiglio del Patriarca e con una considerazione spirituale studi il da farsi, affinché, come dice il Beato Massimo, “la più libera clemenza non approvi l’arroganza del peccatore, né l’esagerata severità non richiami dall’errore chi sbaglia”.</p>
<p align="justify"><strong>LXIX. Dalla solennità di Pasqua fino alla festa di tutti i Santi si possa soltanto portare una camicia di lino.<br /> </strong>Per il grande caldo della regione Orientale, consideriamo compassionevolmente, che dalla festa di Pasqua fino alla solennità di tutti i Santi, si dia a ciascuno un’unica camicia di lino, non per il dovuto, ma per sola grazia, e questo dico per chi vorrà usufruire di essa. Negli altri tempi generalmente tutti portino camice di lana.</p>
<p align="justify"><strong>LXX. Quanti e quali panni siano necessari nel letto.<br /> </strong>Per coloro che dormono nei singoli letti riteniamo di comune consiglio, se non sopravviene qualche grave causa o necessità: ciascuno abbia biancheria secondo la discreta assegnazione del Maestro: crediamo infatti che a ciascuno sia sufficiente un pagliericcio, un cuscino e una coperta. Colui che manca di uno di questi, prenda una stuoia, e in ogni tempo sarà lecito usufruire di una coperta di lino, cioè un panno: dormano vestiti con la camicia, e sempre dormano indossando gli stivali. Mentre i fratelli dormono, fino al mattino non manchi la lucerna.</p>
<p align="justify"><strong>LXXI. Va evitata la mormorazione.<br /> </strong>Comandiamo a voi, per Divino Ammonimento, di evitare quasi peste da fuggire, le emulazioni, le invidie, il livore, le mormorazioni, il sussurrare, le detrazioni.</p>
<p align="justify">Si impegni ciascuno con animo vigile a non incolpare o riprendere il suo fratello ma ricordi tra sé la parola dell’Apostolo: “Non essere un accusatore, né diffamatore del popolo”. Quando qualcuno avrà conosciuto che un fratello ha peccato in qualcosa, in pace e fraterna pietà, secondo il precetto del Signore, lo corregga tra sé e lui solo: e se non lo avrà ascoltato prenda un altro fratello: ma se avrà disprezzato entrambi, in riunione davanti a tutti pubblicamente sia rimproverato. Soffrono di grave cecità, coloro che calunniano gli altri; sono di grande infelicità coloro che non si guardano dal livore: da qui sono immersi nell’antica iniquità dell’astuto nemico.</p>
<p align="justify"><strong>LXXII. Si evitino i baci di tutte le donne.<br /> </strong>Riteniamo pericoloso per ogni religioso fissare lungamente il volto delle donne: perciò un fratello non osi baciare né una vedova, né una nubile, né la madre, né la sorella, né un’amica, né nessuna altra donna. Fugga dunque la Milizia di Cristo i baci femminili, attraverso i quali gli uomini spesso sono in pericolo: così con coscienza pura e vita libera può perennemente conversare al cospetto del Signore.</p>
<p align="justify">Fonte: <a href="http://www.templarioggi.it/" target="_blank">www.templarioggi.it</a></p>
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<p align="justify"><a title="La spada e la Croce" href="http://medioevoinumbria.it/?p=700">La spada e la Croce</a></p>
<p align="justify"><a title="Le cittadelle della Vergine" href="http://medioevoinumbria.it/?p=702">Le cittadelle della Vergine</a></p>
<p align="justify"><a title="I Templari a Costacciaro" href="http://medioevoinumbria.it/?p=704">I Templari a Costacciaro</a></p>
<p align="justify"><a title="Rivive il mito dei Templari" href="http://medioevoinumbria.it/?p=706">Rivive il mito dei Templari</a></p>
<p align="justify"><a title="I Templari a Perugia" href="http://medioevoinumbria.it/?p=708">I Templari a Perugia</a></p>
<p align="justify"><a title="I Templari a Monteleone di Spoleto" href="http://medioevoinumbria.it/?p=710">I Templari a Monteleone di Spoleto</a></p>
<p align="justify"><a title="Cronologia dei Templari" href="http://medioevoinumbria.it/?p=712">Cronologia dei Templari</a></p>
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		<title>Piccoli Frati del Vangelo di Spello</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Mar 2011 15:21:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Tra i più umili, come Gesù La fede – dicono &#8211; va realizzata nella quotidianità, negli incontri, nel lavoro, nelle scelte, negli affetti e perfino al supermercato. Dio non aspetta in chiesa o nel ritiro, per quanto questi siano gesti importanti, ma nel quotidiano, dove incontriamo l’altro. di Achille Rossi Il luogo dove abitano i Piccoli Fratelli del Vangelo è [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="color: #8b0000;">Tra i più umili, come Gesù</span></strong></p>
<p><em>La fede – dicono &#8211; va realizzata nella quotidianità, negli incontri, nel lavoro, nelle scelte, negli affetti e perfino al supermercato. Dio non aspetta in chiesa o nel ritiro, per quanto questi siano gesti importanti, ma nel quotidiano, dove incontriamo l’altro.</em></p>
<p align="right"><em>di Achille Rossi</em></p>
<p align="justify">Il luogo dove abitano i Piccoli Fratelli del Vangelo è già indicativo del loro stile di vita: una casa tra tante altre disseminate fra gli ulivi della collina di Spello.<br /> Nessun monastero, nessuna clausura, una ricerca di contemplazione vissuta nella condizione della gente comune, particolarmente di quella più povera.<br /> «Noi vogliamo metterci alla sequela di Cristo che ci rivela i Padre e che ha fatto la scelta dei piccoli&#8221; ci spiega Ivo, un francese dalla faccia bruciata dal sole e dalle mani ruvide di contadino. &#8220;Ci ispiriamo a Charles de Foucauld, che ha vissuto in solitudine nel deserto algerino l&#8217;esperienza di Nazareth, ossia il silenzio e la contemplazione. Questa dimensione, però, vogliamo viverla nella quotidianità della gente. Cerchiamo di essere, a modo nostro e con tutti i nostri limiti, una buona notizia per tutti, un segno dell&#8217;amore del Padre per i più piccoli».<br /> Il condividere la sorte degli ultimi è molto sottolineato nella vostra spiritualità. Come mai? «E&#8217; la vita che ha fatto Gesù. Noi scegliamo di vivere come la gente più povera per testimoniare che, nonostante tutto, la loro esperienza ha senso, ha dignità. La fede va realizzata nella quotidianità, negli incontri, nel lavoro, nelle scelte, negli affetti e persino al supermercato. Condividiamo con i poveri anche la loro ricerca di giustizia e il loro sforzo per uscire da una condizione umiliante».<br /> Ma Ivo insiste soprattutto sul significato della dimensione contemplativa; «Dio non ci aspetta in chiesa o nel ritiro, per quanto questi siano gesti importanti, ma nel quotidiano, dove incontriamo l&#8217;altro. Il volto dell&#8217;altro dovrebbe cambiare ogni volta qualcosa in noi. Il Vangelo è chiaro: &#8220;Tutto ciò che fate a uno di questi piccoli è a me che lo fate&#8221;. Per vivere un cristianesimo autentico bisogna mantenere i due poli: l&#8217;eucarestia e l&#8217;altro. Adorare per essere capaci di riconoscere Cristo nella quotidianità. Forse è questo il contributo che Charles de Foucauld può portare alla chiesa di oggi».<br /> Sembra che nel vostro stile di vita il lavoro assuma un&#8217;importanza fondamentale. E&#8217; davvero così? «Per vivere come tutti occorre lavorare e riportare a casa i soldi necessari per andare avanti. Nei vari loghi del mondo dove le nostre fraternità sono disseminate lavoriamo con la gente più povera in attività umili e modeste: manovali, muratori, minatori, contadini».</p>
<p align="center"><strong><span style="color: #8b0000;">UNA FRATERNITA&#8217; DI ACCOGLIENZA</span></strong></p>
<p align="justify">E qui a Spello quale lavoro fate? «Questa di Spello è una fraternità di accoglienza dove si lavora solo per metà della giornata. Al momento, raccogliamo le olive e diamo una mano ai nostri vicini, ma trovare un lavoro diventa sempre più difficile, a causa della disoccupazione. Siamo costretti a cambiare spesso attività o ad accontentarci di un lavoro stagionale». A fratel Ivo la flessibilità proprio non va giù: «E&#8217; un modo di procedere che mette in primo piano il prodotto e non rispetta le persone. Io ti utilizzo fin quando mi servi, poi ti licenzio».<br /> Vivere con i poveri vi mette anche a contatto con i problemi della politica? «Nella politica ci siamo da sempre. Anche alzarsi la mattina e decidere di vivere è un gesto politico. Altra cosa è l&#8217;attività di partito. Io credo che abbiamo il dovere di difendere i valori evangelici di giustizia, di rispetto dell&#8217;altro. I poveri hanno diritto di vivere una vita degna».<br /> Charles de Foucauld ha scritto che bisogna amare la giustizia e odiare l&#8217;iniquità, perciò quando si è spettatori di gravi ingiustizie è necessario denunciarle. «Certamente. Abbiamo l&#8217;obbligo di denunciare, restando però ancorati al concreto; rimanere muti di fronte alla miseria e alle lacrime dei poveri è un vero insulto. Occorre soprattutto promuovere la giustizia anche attraverso i gesti semplici. Mia pare che oggi cresca la consapevolezza che esistano situazioni umane insostenibili, per questo non ci facciamo scrupolo d partecipare ai movimenti che desiderano cambiarle».<br /> A proposito di movimenti. Cosa pensa di quello che contrasta la globalizzazione economico-finanziaria attuale? «Sono in Italia da appena dieci anni e non posso dare un giudizio motivato. Ho l&#8217;impressione che il movimento di cui parliamo si sia lasciato troppo tentare dalla violenza, ma che oggi stia cambiando posizione. Nel complesso mi sembra una specie di grido di allarme e di disperazione che testimonia l&#8217;impossibilità di procedere sulla linea attuale e la sete di un mondo fraterno».<br /> Voi vivete a contatto con le frange più marginalizzate dell&#8217;umanità contemporanea. Come fotografate la situazione socioeconomica attuale? «La gente è sempre più povera anche all&#8217;interno dell&#8217;Occidente. I fratelli che vivono con gli zingari ci raccontano che la vita di questo popolo nomade è diventata più difficile di prima. L&#8217;Africa, il continente più disastrato, costituisce un grande scandalo per me. L&#8217;occidente, invece che aiutare, alimenta la corruzione e lo sfacelo. E tutto per il profitto, per un calcolo egoistico. Se vuole sopravvivere, il nostro mondo deve attuare un grande processo di conversione e cominciare a chiedersi dove stiamo andando. Sul piano concreto dovremmo smettere di inviare aiuti e cercare piuttosto di realizzare un&#8217;autentica giustizia». Ivo fa notare che l&#8217;Occidente si accontenta di fare elemosina: «E&#8217; una forma di ipocrisia che impedisce di chiamare le cose con il loro nome. La verità è che noi rubiamo. In Argentina, ad esempio, le multinazionali acquistano grandi estensioni di territorio, cacciano la gente e la costringono a vivere nelle bidonville».<br /> Qui a Spello prima del terremoto circolavano molti giovani. Quale tipo di popolazione giovanile frequenta la vostra fraternità? «Attualmente la nostra capacità recettiva è molto diminuita. Nella casa abbiamo solo nove posti letto e in una stagione, che va da marzo a settembre, possiamo accogliere una quarantacinquina di persone, rispetto alle 250 di prima. Tornando alla domanda, potrei distinguere due filoni: il primo è costituito da quei giovani che hanno già fatto un cammino di fede e che cercano un approfondimento, difficile da trovare nella pastorale delle parrocchie e nella pratica dei riti; il secondo da coloro che non trovano un senso alla vita, al proprio futuro, che non sanno più chi sono anche perché mancano modelli. Noi tentiamo di aiutarli a ritrovare se stessi e il senso della vita, nell&#8217;apertura all&#8217;altro e nell&#8217;ascolto del Vangelo».<br /> E che cosa proponete? «Semplicemente il nostro stile di vita: la fraternità, il lavoro, la preghiera silenziosa. E&#8217; un ritmo equilibrato in cui si fondono dimensione spirituale, lavoro, scambio personale. Non abbiamo televisione, ma nessuno dei nostri ospiti si accorge della sua mancanza. Il dialogo e la lettura la sostituiscono ottimamente».<br /> Potrebbe descriverci il ritmo giornaliero della Fraternità? «Ci alziamo alle 6.30, alle 7.15 c&#8217;è una preghiera in cappella, molto semplice perché ognuno possa rifarla una volta tornato a casa, segue la colazione individuale e in silenzio. Subito dopo inizia il lavoro, che termina a mezzogiorno. Dopo pranzo c&#8217;è un intervallo di riposo fino alle 15, quando comincia una preghiera silenziosa fino alle 17.30». E&#8217; un periodo di silenzio piuttosto lungo? «Abbiamo bisogno di fare l&#8217;esperienza del silenzio e di imparare ad ascoltare. La preghiera silenziosa ci aiuta a non essere protagonisti e a lasciare che Dio si manifesti. Solo nel silenzio possiamo recuperare il senso della gratuità».</p>
<p align="center"><strong><span style="color: #8b0000;">MOMENTI DI ASCOLTO</span></strong></p>
<p align="justify">La vostra giornata non prevede la celebrazione dell&#8217;Eucarestia? «La celebriamo solo tre volte la settimana alle ore 18, perché non tutti i nostri ospiti sono praticanti e non vogliamo metterli a disagio.Al posto dell&#8217;Eucarestia organizziamo dei momenti di ascolto, nei quali ognuno condivide con gli altri liberamente qualcosa della propria vita. Ascoltare l&#8217;altro, accogliere la sua parola rimanendo in silenzio è un atto sacro. La nostra giornata termina dopo la cena con un altro momento vissuto insieme in cappella recitando la preghiera dell&#8217;abbandono di padre de Foucauld».<br /> Come reagisce la gente di fronte alla proposta del silenzio? «Il silenzio è difficile perché ci mette a nudo di fronte a noi stessi e di fronte a Dio. Per aiutare le persone a coglierne il senso organizziamo una volta alla settimana una giornata di deserto. Il venerdì ci alziamo di notte, prima dell&#8217;alba, e ci incamminiamo nel buio verso la cima del Subasio per accogliere il sorgere del sole. E&#8217; una grande metafora della fede: un pellegrinaggio dal buio alla luce».<br /> La Fraternità di Spello ha organizzato anche degli eremi dove ci si può ritirare in completa solitudine. «Più la nostra vita è inserita tra la gente, più è necessario avere dei tempi di deserto per ritrovare se stessi, unirsi a Dio e purificare la nostra capacità di amare gli uomini».<br /> Com&#8217;è accolta la Fraternità nell&#8217;ambiente ecclesiale e italiano? «Con la chiesa locale c&#8217;è un&#8217;ottima collaborazione. La chiesa italiana a me pare piuttosto pesante, poco libera, troppo preoccupata di Roma. Ho l&#8217;impressione che faccia troppi compromessi col potere e questo non giova alla chiarezza. Per carità, tutti facciamo piccoli compromessi, per questo ci vuole misericordia e umiltà».<br /> Cosa chiederebbe lei a questa chiesa?<br /> «Di rispettare maggiormente il cammino di crescita delle persone, perché il percorso di fede non è lo stesso per tutti. E poi di ricordare che la morale è la conseguenza della scoperta di un amore».<br /> «Il nostro &#8220;Nazareth&#8221;: accogliere i lontani (o coloro che sono stati allontanati) dalla chiesa, accettando di non essere più capiti dal &#8220;Tempio&#8221;, ma cercando sempre la fraternità, l&#8217;amicizia&#8230; la verità. E ripartire &#8220;in Galilea&#8221; dove la vita è censurata, per riscoprire la speranza con i censurati della storia e saperla cantare&#8230; anche con un nodo alla gola e con la paura di essere messi da parte&#8230;». Queste parole, scritte sulla rivista dei Piccoli Fratelli che Ivo mi ha messo in mano al momento del congedo, sono davvero la testimonianza della scoperta di un amore.</p>
<p>tratto da: L&#8217;altrapagina &#8211; num.12 Dic 2002 &#8211; <a href="http://www.altrapagina.it/" target="_blank">www.altrapagina.it</a></p>
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