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	<title>Medioevo in Umbria &#187; Santi e Beati</title>
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		<title>L&#8217;invenzione del Presepio</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Dec 2019 10:36:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rolando]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[Dicembre]]></category>
		<category><![CDATA[Santi e Beati]]></category>
		<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Dalla VITA DI SAN FRANCESCO (Legenda Maior) di San Bonaventura da Bagnoregio (al secolo Giovanni Fidanza)</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<address><a href="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/Immagine-che-ricorda-il-Presepio-di-Greccio.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-5780" title="Immagine che ricorda il Presepio di Greccio" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/Immagine-che-ricorda-il-Presepio-di-Greccio.jpg" alt="" width="300" height="195" /></a>Dalla <strong>VITA DI SAN FRANCESCO</strong> (<em>Legenda Maior</em>) di San Bonaventura da Bagnoregio (al secolo <strong>Giovanni Fidanza</strong>)</address>
<address> </address>
<p><strong>7.</strong> San Francesco, tre anni prima della sua morte, decise di celebrare vicino al paese di Greccio, il ricordo della natività del bambino Gesù, con la maggior solennità possibile, per rinfocolarne la devozione.</p>
<p>Ma, perché ciò non venisse ascritto a desiderio di novità, chiese ed ottenne prima il permesso del sommo Pontefice. Fece preparare una stalla, vi fece portare del fieno e fece condurre sul luogo un bove ed un asino.</p>
<p>Si adunano i frati, accorre la popolazione; il bosco risuona di voci e quella venerabile notte diventa splendente di innumerevoli luci, solenne e sonora di laudi armoniose.</p>
<p>L&#8217;uomo di Dio stava davanti alla mangiatoia, ricolmo di pietà, cosparso di lacrime, traboccante di gioia.</p>
<p>Il santo sacrificio viene celebrato sopra la mangiatoia e Francesco, levita di Cristo, canta il santo Vangelo. Predica al popolo e parla della nascita del re povero e nel nominarlo, lo chiama, per tenerezza d&#8217;amore, il «bimbo di Bethlehem».</p>
<p>Un cavaliere, virtuoso e sincero, che aveva lasciato la milizia secolaresca e si era legato di grande familiarità all&#8217;uomo di Dio, il signor Giovanni di Greccio, affermò di aver veduto, dentro la mangiatoia, un bellissimo fanciullino addormentato, che il beato Francesco, stringendolo con ambedue le braccia, sembrava destare dal sonno.</p>
<p>Questa visione del devoto cavaliere è resa credibile dalla santità del testimone, ma viene comprovata anche dalla verità che essa indica e confermata dai miracoli da cui fu accompagnata. Infatti l&#8217;esempio di Francesco, riproposto al mondo, ha ottenuto l&#8217;effetto di ridestare la fede di Cristo nei cuori intorpiditi; e il fieno della mangiatoia, conservato dalla gente, aveva il potere di risanare le bestie ammalate e di scacciare varie altre malattie.</p>
<p>Così Dio glorifica in tutto il suo servo e mostra l&#8217;efficacia della santa orazione con l&#8217;eloquenza probante dei miracoli.&#8221;</p>
<p>Per comprendere meglio l&#8217;invenzione &#8220;rivoluzionaria&#8221; del presepio,  trascrivo un&#8217;analisi tratta dal testo del famoso studioso <strong>Jacques Le Goff</strong>  &#8220;<em>San Francesco d&#8217;Assisi</em>&#8221; (Editori Laterza,2003): &#8221; <em>&#8230; In un&#8217;epoca</em> (quella medievale)<em> che presta poca attenzione al bambino, Francesco e i Minori si iscrivono in una linea di valorizzazione del bambino i cui rappresentanti principali sono stati san Bernardo, circa un secolo prima, e Giacomo di Vitry, contemporaneo (e sostenitore) dei primi francescani, il quale identifica una categoria di pueri nei suoi Sermones ad status. Nella lista delle categorie di cristiani della Regula non bullata (XXIII, 7), i bambini compaiono in due occasioni: prima tra le categorie dominate; quindi tra le classi di età: infantes, adolescentes, iuvenes e senes. Un episodio popolare, quello del presepe di Greccio, ha contribuito alla diffussione del culto di Gesù bambino che, a sua volta, nella promozione del bambino ha giocato un ruolo paragonabile al culto della Vergine per quanto riguarda la donna.</em>&#8221; (pag. 148)</p>
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		<title>San Benedetto da Norcia</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Mar 2019 15:00:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Celeste patrono principale dell&#8217;intera Europa. Alla fine del V sec. l&#8217;Impero Romano, già da tempo in crisi per lotte interne e per la pressione dei popoli barbari che ne occupano il territorio, cessa formalmente di esistere e l&#8217;Italia e Roma piombano in una situazione di povertà e insicurezza di fronte alle nuove popolazioni che si istallano con i loro re, [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; text-align: justify; width: 197px; height: 244px;" src="/wp-content/gallery/resources/norcia_benedetto.jpg" alt="" width="197" height="244" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<div style="text-align: justify;" align="center"></div>
<div style="text-align: justify;" align="center"><strong>Celeste patrono principale dell&#8217;intera Europa.</strong></div>
<div align="justify">Alla fine del V sec. l&#8217;Impero Romano, già da tempo in crisi per lotte interne e per la pressione dei popoli barbari che ne occupano il territorio, cessa formalmente di esistere e <strong>l&#8217;Italia</strong> e <strong>Roma</strong> piombano in una situazione di povertà e insicurezza di fronte alle nuove popolazioni che si istallano con i loro re, le armi e le loro tradizioni culturali. In questo periodo anche una città ed una provincia, lontana ed isolata fra i monti come <strong>Norcia</strong>, risente dei cambiamenti violenti che accadono a Roma. Da secoli municipium romanum, l&#8217;antica <strong>Nursia</strong> ha conservato fedelmente le istituzioni pubbliche e religiose di Roma; da poco aveva accolto il cristianesimo che però già dava frutti maturi di una civiltà che, innestandosi su quella romana, appariva più equa ed aperta alle attese delle persone. A Norcia nascono <strong>Benedetto</strong> e sua sorella gemella <strong>Scolastica</strong> nell&#8217;anno <strong>480</strong>. <strong>Gregorio Magno</strong>, il primo biografo di S.Benedetto, dedica al santo nursino l&#8217;intero libro secondo dei Dialoghi e, attingendo da fonti e testimonianze di prima mano, scrive una singolare storia senza la preoccupazione scientifica dello storico moderno, ma con l&#8217;ammirazione incantata del discepolo che ricorda i fatti importanti e prodigiosi della vita del maestro.<br />
La famiglia di Benedetto apparteneva alla borghesia provinciale che abitualmente forniva i funzionari alle amministrazioni pubbliche. I genitori avviarono i ragazzi agli studi classici. Dopo la scuola primaria, Benedetto fu inviato a Roma per continuare gli studi, probabilmente in vista della carriera amministrativa tradizionale. Ma a Roma ebbe una grande delusione, al punto di decidere di abbandonare studi e prospettive di carriera e di ripensare completamente la propria vita. Certo, in questo momento gli tornarono alla mente gli <strong>eremiti</strong> di <strong>Norcia</strong> e della <strong>Valle Castoriana</strong> e gli sembrò possibile tentare anche lui tale esperienza che appariva davvero liberante. Benedetto si allontanò quindi da Roma ed intorno al <strong>500</strong> arrivò a <strong>Subiaco</strong>. E&#8217; il tempo del deserto, quando tutto deve tacere perchè possa parlare <strong>Dio</strong> al cuore.<br />
<img class="alignright" style="width: 196px; height: 312px; border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/norcia_benedetto2.jpg" alt="" width="196" height="312" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" />Poi si avvicina, perchè richiesto, all&#8217;esperienza di alcuni monaci di <strong>Vicovaro</strong> che volevano rinnovarsi secondo i pricipi di Benedetto. Ma fu un&#8217; esperienza breve e Benedetto iniziò a questo punto l&#8217;opera del <strong>fondatore</strong> di un nuovo monachesimo che, riprendendo l&#8217;esperienza monastica orientale, apporta alcune novità, come quella di<strong> collegare diversi monasteri in una struttura centralizzata</strong> che, finchè potrà, guiderà personalmente curando in maniera <strong>diretta</strong> la formazione dei giovani novizi. . Benedetto però continua la sua ricerca e si dirige verso sud attraversando la <strong>Ciociaria</strong>, fino ad arrivare alla <strong>rocca di Cassino</strong>, posta su un alto colle con ai piedi la <strong>valle del Garigiano</strong> e, lontano, il <strong>Mar Tirreno</strong>. La data tradizionale dell&#8217;arrivo a <strong>Cassino</strong> viene fissata al <strong>529</strong>. Cassino costituisce l&#8217;era della maturità nel progetto monastico di Benedetto che abbandona <strong>definitivamente</strong> le forme del monachesimo orientale ed individua una propria originale proposta.Dallo speco sull&#8217; Aniene alle fondazioni sublacensi fino all&#8217;esperienza cassinese, con la scelta cenobitica ancora più marcata, e con un nuovo e più forte equilibrio fra vita attiva e contemoplativa che permette al monaco anche un apostolato diretto nella società.<br />
Benedetto muore il <strong>21 marzo</strong> dell&#8217;anno <strong>547</strong>, poco dopo la conquista di Roma da parte di Totila. <strong>Papa Paolo VI</strong>, il <strong>24 ottobre 1964</strong>, proclama San Benedetto, <span style="color: #8b0000;"><strong>patrono principale dell&#8217;Europa</strong></span>.</div>
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		<title>Santa Scolastica</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Mar 2019 08:39:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Santa Scolastica nata a Norcia verso il 480 e morta a Piumarola nel 547, fu sorella di San Benedetto. Della sua vita si conoscono solo le poche vicende tramandate ne &#8220;Il Libro dei Dialoghi&#8221; di san Gregorio Magno. Di certo si sa che almeno alcuni anni prima della morte dimorava nei pressi di Montecassino. La consanguineità con San Benedetto e [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Santa Scolastica nata a <strong>Norcia</strong> verso il <strong>480</strong> e morta a <strong>Piumarola</strong> nel <strong>547</strong>, fu sorella di <strong>San Benedetto</strong>. Della sua vita si conoscono solo le poche vicende tramandate ne <strong>&#8220;Il Libro dei Dialoghi&#8221;</strong> di san <strong>Gregorio Magno</strong>. Di certo si sa che <img class="alignleft" src="/wp-content/gallery/resources/norcia_s_scolastica.jpg" alt="" width="150" height="227" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" />almeno alcuni anni prima della morte dimorava nei pressi di <strong>Montecassino</strong>.<br />
La consanguineità con <strong>San Benedetto</strong> e la forza spirituale della sua figura hanno fatto di lei un&#8217;immagine molto venerata, sin dalle origini, dalla grande famiglia del legislatore cassinese. Molti monasteri furono dedicati al suo nome: lo stesso cenobio di <strong>Subiaco</strong> le fu consacrato.<br />
A <strong>Norcia</strong> vi è anche una chiesa a lei dedicata, la <strong>chiesa di Santa Scolastica</strong>.<br />
<strong>Santa Scolastica</strong> è invocata dalla tradizione popolare per difendersi dai fulmini e per ottenere la pioggia, in seguito al famoso episodio, narrato da Gregorio Magno, che precedette la sua morte.<br />
Santa Scolastica e San Benedetto si incontravano una volta all&#8217;anno in una casa a metà strada tra i loro monasteri, in uno di questi incontri, poco prima della sua morte, Scolastica chiese al fratello di prolungare il colloquio spirituale fino al mattino seguente, ma Benedetto per non infrangere la regola, si oppose. Allora Scolastica implorò il Signore di non far partire il fratello e subito scoppiò un violento temporale che costrinse Benedetto a rimanere tutta la notte. Gregorio conclude la narrazione dell&#8217;episodio affermando: «Poté di più, colei che più amò».</p>
<p>Ancora Gregorio Magno narra che Benedetto, avuta notizia della morte della sorella &#8220;da un segno divino&#8221;, la seppellì nella tomba dove anch&#8217;egli fu sepolto, poco più tard<a href="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/santa-scolastica.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7928" src="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/santa-scolastica-300x85.jpg" alt="santa scolastica" width="300" height="85" /></a>i: «come la mente loro sempre era stata unita in Dio, nel medesimo modo li corpi furono congiunti in uno stesso sepolcro».</p>
<p>Le reliquie di Scolastica e Benedetto sono conservate sotto l&#8217;altare maggiore della basilica di Montecassino.</p>
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		<title>San Bevignate &#8211; Perugia</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Sep 2017 11:28:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>(&#8230;) Chi si avvicina alla figura di questo santo, a cui fu dedicata la grande chiesa fuori di Porta Sole, non può non rimanere sconcertato dalla oscurità totale che avvolge la sua vicenda. L&#8217;ultimo, che in una grande opera si sia interessato anche di lui, il Vauchez, lo ricorda sempre con l&#8217;espressione: &#8220;il santo misterioso di Perugia&#8221;. A nessuno dei [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div align="justify"><img class="alignleft" style="width: 230px; height: 426px; border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/san_bevignate.jpg" alt="" width="230" height="426" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" /><br />
(&#8230;) Chi si avvicina alla figura di questo santo, a cui fu dedicata <strong>la grande chiesa</strong> fuori di Porta Sole, non può non rimanere sconcertato dalla <strong>oscurità totale</strong> che avvolge la sua vicenda. L&#8217;ultimo, che in una grande opera si sia interessato anche di lui, il Vauchez, lo ricorda sempre con l&#8217;espressione: &#8220;il santo misterioso di Perugia&#8221;. A nessuno dei santi locali di <strong>Perugia</strong> è mancata una leggenda di epoca medievale, che risalga almeno al Quattrocento, come dobbiamo invece lamentare per <span style="color: #8b0000;"><strong>san Bevignate</strong></span>. La tradizione manoscritta è inesistente o meglio, sarebbe, se non avessimo le dichiarazione del consiglio del 22 aprile del 1453 manoscritte, forse di mano di Girolamo Ronchi da Faenza, successore di Tommaso Pontano nella cancelleria perugina fin dal 1451.<br />
(&#8230;) il quale, come si vede dalla sua leggenda (&#8220;qui ut ex legenda eius prospicitur&#8221;) nacque e visse nel nostro contado e terminò la sua vita piamente nella medesima città (&#8220;natus et nutritus fuit in comitatu nostro et in ipsa civitate vitam eius pie et laudabiliter finiit&#8221;), e benchè non sia iscritto nel catalogo dei santi, tuttavia per la santità della vita e frequenza dei miracoli operati dalla divina bontà per suoi meriti, molti e evidentissimi, in vita e in morte, non c&#8217;è dubbio ch&#8217;egli sia tra i santi nella gloria del paradiso; così dunque dice la delibera del consiglio, solenne e grandiosa come una proclamazione &#8220;ex cathedra&#8221; o una sanzione concistoriale (&#8230;).<span style="color: #8b0000; font-size: xx-small;">Stralcio tratto da</span><span style="font-size: xx-small;">: La chiesa di San Bevignate a Perugia &#8211; Le canonizzazioni &#8220;facili&#8221; del Comune di Perugia: il caso di san Bevignate di Ugolino Nicolini.</span></div>
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		<title>Beato Raniero da Fasano</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Sep 2017 09:19:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>La vita del Beato Raniero da Fasano, un personaggio storico dai tratti incerti. Del fondatore della Confraternita dei Battuti, si hanno solamente poche, sporadiche e spesso imprecise informazioni, a cominciare dall’incertezza sul nome proprio. Le scarse fonti disponibili, per lo più tarde (XVI secolo), ne riportano almeno due versioni: «Raynerius» e «Raiinerio». Proveniente dalla media borghesia perugina, ancora ragazzino rimase [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La vita del Beato Raniero da Fasano, un personaggio storico dai tratti incerti.</strong></p>
<div align="justify"><img class="alignleft" style="border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/sbevignate_pittura.jpg" alt="" width="200" height="292" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" />Del fondatore della Confraternita dei Battuti, si hanno solamente poche, sporadiche e spesso imprecise informazioni, a cominciare dall’incertezza sul nome proprio. Le scarse fonti disponibili, per lo più tarde (XVI secolo), ne riportano almeno due versioni: «Raynerius» e «Raiinerio».<br />
Proveniente dalla media borghesia perugina, ancora ragazzino rimase certamente molto turbato dalla predicazione e dal modello di vita che <strong>San Francesco d’Assisi</strong>, vissuto poco prima di lui, aveva divulgato. Prese la decisione di passare alcuni anni da penitente, e si rinchiuse in una stanza della sua abitazione trasformata in cella. In seguito pronunciò i voti di terziario francescano, rinunciando completamente al bel mondo e si diede alla vita eremitica fino al 1258, sull’esempio dell’anacoreta San Bevignate, vissuto nel V secolo d.C. Secondo la leggenda popolare, il Santo sarebbe apparso a Raniero mentre era in preghiera e gli avrebbe indicato una duplice missione: predicare il Vangelo e diffondere la Disciplina. Questa pratica consisteva nell’autoflagellazione, allo scopo di espiare i propri peccati partecipando alla sofferenza di Cristo crocifisso. Non sentendosi ancora pronto, Raniero rimase ancora a lungo ritirato in preghiera, cominciando però a fustigarsi.<br />
Secondo La lezenda di fra’ <strong>Raniero Fasani</strong>, scritta verso la fine del XIV secolo, durante la sua vita eremitica il Beato avrebbe avuto la visione della Madonna in trionfo, con le lacrime agli occhi. Preso da inquietudine prese allora a battersi più forte di quanto avesse fatto fino a quel momento e decise di recarsi alla chiesa di San Fiorenzo. Sulla strada incontrò alcuni Santi che lo accompagnarono fino all’Altare; lì si inginocchiarono, cominciando a battersi. La Vergine riapparve allora tra gli Arcangeli Michele e Gabriele e consegnò a Raniero una missiva celeste, dicendogli che avrebbe dovuto portarla, al Vescovo di Perugia dopo averla letta. In questa lettera la Madonna avrebbe sottolineato il bisogno estremo di redenzione nella vita dei cristiani, che avevano perso lo spirito di carità e di obbedienza al Vangelo. La Vergine suggeriva come mezzi per l’espiazione dei peccati, la preghiera, il digiuno, l’astinenza e la partecipazione alla sofferenza di Cristo Crocifisso tramite la Disciplina.</div>
<div align="justify"></div>
<div align="justify"><strong>L&#8217;incontro che cambiò la vita</strong><br />
Questo incontro ultraterreno diede nuovo impulso alla vita penitenziale e spirituale di Raniero. Egli prese a predicare dapprima nelle campagne perugine e poi nelle città, la necessità della conversione, della carità verso il prossimo e della espiazione dei propri peccati tramite atti pubblici penitenziali. Per commuovere gli ascoltatori, il Beato ricorreva spesso al racconto della Passione di Cristo, figura di riferimento da imitare, “<strong>Uomo dei Dolori</strong>” alle cui sofferenze occorreva avvicinarsi tramite la pratica della flagellazione.<br />
Così parla di Raniero un anonimo storico del tempo: «[…] vestito di sacco, cinto di fune, con una disciplina in mano cominciò per le piazze, con la predicazione e con l’esempio con tanto fervore a muovere il popolo a disciplinarsi […]».<br />
La forza delle convinzioni del terziario francescano fu palese quando riuscì a convincere il vescovo di Perugia Bernardo Corio, sulla effettività dell’ispirazione Divina all’origine della sua missione. Narra la Lezenda che, convintosi, il Vescovo disse Messa e, subito dopo, lesse la lettera al popolo lì riunito e subito in molti avrebbero preso a battersi, per l’assoluzione dei propri peccati. Tutta la cittadinanza si sarebbe così convertita alle parole di Raniero.<br />
Iniziarono così grandi processioni guidate da Raniero i cui partecipanti si facevano chiamare <strong>Flagellanti</strong>. Stando alla Lezenda, il Potestà di Perugia Orlandino Marescotti, avrebbe chiesto a Raniero di recarsi a Bologna, per portare anche laggiù la sua salvifica parola. Il fervore del frate fu più coinvolgente di quello di tutti gli altri predicatori precedenti e trascinò buona parte della popolazione, che si lasciò guidare da lui fino alla città felsinea. In realtà, più probabilmente l’esaltazione religiosa provocata dalla divulgazione della disciplina penitenziale stava diventando pericolosa per l’equilibrio sociale cittadino e la faccenda fu risolta dal Consiglio del Podestà con la proposta di un pellegrinaggio in Romagna ai primi di ottobre. Un allontanamento dunque che nella Lezenda fu trasformato in un moto spontaneo di divulgazione; da essa, infatti, risulta che dopo un lungo cammino segnato dal digiuno e dalla predicazione attraverso la Toscana e la Romagna, circondato da una moltitudine di penitenti, Raniero arrivò a Bologna il 10 ottobre del 1260.<br />
Arrivato che fu cominciò ad ammaestrare le folle cittadine, trovando nella popolazione bolognese un attivo recettore di novità. La spinta riformista dell’ex-eremita fu tale che, in pochi mesi, costituì la <strong>Compagnia de’ Divoti</strong>, di cui sembra facessero parte più di ventimila persone. Secondo molti storici invece, sarebbero stati i discepoli del Beato ad espandere la Disciplina utilizzando la nomea di Raniero per autogiustificare il proprio operato. D’altra parte le notizie sul terziario francescano a Perugia si interrompono dal 1261 al 1266, un silenzio che potrebbe avvallare e avvalorare l’ipotesi della sua presenza in quegli anni in altre città dell’Italia centro &#8211; meridionale. Quali esse furono, purtroppo, non è dato sapere.</div>
<p><strong>L&#8217;approvazione delle gerarchie</strong></p>
<div align="justify">Seguendo il filo della Lezenda, Raniero si sarebbe adoperato pazientemente per ottenere l’approvazione del suo operato da parte delle gerarchie ecclesiastiche bolognesi. Il placet arrivò il 15 febbraio 1261 con l’indulgenza concessa da papa <strong>Alessandro IV</strong>.<br />
Successivamente il movimento prese forza e la Legenda narra che Raniero stabilì che l’assistenza ai poveri, ai malati e ai carcerati fosse doveroso per i devoti, perché in linea con i dettami evangelici: «Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.». La Lezenda narra che, con la sola imposizione delle mani, guarì molte persone in modo miracoloso.<br />
Il doversi occupare dei bisognosi creò la necessità di avere un luogo in cui accoglierli, curarli e nutrirli nonostante la povertà di risorse. Grazie alla donazione di una casa e di un po’ di terra nel centro cittadino da parte della ricca e pia Donna Dolce, nacque l’Ospedale della Vita.<br />
Date le regole basilari della Compagnia, che furono presto approvate dagli statuti comunali, il Beato Raniero lasciò Bologna per tornare a Perugia, delegando il ruolo di guida ad un suo devoto discepolo, colui che in seguito verrà conosciuto come il <strong>Beato Bonaparte Ghisilieri</strong>.<br />
Tornato alla sua città natale prese moglie ed ebbe alcune figlie e si stabilì a <strong>Fontenuovo</strong>, dove istituì un piccolo ospedale e un ricovero per bisognosi. Ben presto fu però sollecitato a chiudere la sua attività dall’autorità religiosa, che temeva azioni di disturbo dalla folla di disperati che si accalcava nel ricovero.<br />
La morte del Beato avvenne probabilmente tra il novembre del 1281 e il marzo del 1283.</div>
<div align="justify"></div>
<div align="justify">Articolo realizzato da <strong>Maria Martelli</strong></div>
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		<title>Santa Chiara di Montefalco</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Aug 2013 09:33:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Montefalco, Perugia, 1268 &#8211; Montefalco, 17 agosto 1308 LA VITA S. Chiara della Croce nacque a Montefalco (Perugia) nel 1268 da una famiglia benestante. Era attirata fin da piccola a pregare e ad immedesimarsi nella contemplazione di Gesù bambino e della sua via crucis, anche perché la sorella Giovanna, maggiore di circa diciotto anni, le era d&#8217;esempio nella dedizione alla [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #8b0000;"><strong><img class="alignleft" style="width: 200px; height: 291px; border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" alt="" src="/wp-content/gallery/resources/s_chiara_mon.jpg" width="200" height="291" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" /></strong></span><span style="color: #8b0000;"><strong>Montefalco, Perugia, 1268 &#8211; Montefalco, 17 agosto 1308</strong></span></p>
<div align="justify">
<p><span style="color: #8b0000;"><strong>LA VITA</strong></span><br />
<strong>S. Chiara</strong> della Croce nacque a <strong>Montefalco (Perugia)</strong> nel 1268 da una famiglia benestante. Era attirata fin da piccola a pregare e ad immedesimarsi nella contemplazione di Gesù bambino e della sua via crucis, anche perché la sorella Giovanna, maggiore di circa diciotto anni, le era d&#8217;esempio nella dedizione alla preghiera e nel <strong>&#8220;tenere solitario il cuore&#8221;</strong>, e nel <strong>1271</strong> entrò con un&#8217;amica in un piccolo reclusorio costruito da papà <strong>Damiano</strong> poco fuori del paese. Chiara aveva sei anni quando volle entrare anche lei nel reclusorio e subito s&#8217;impegnò in lunghe preghiere, in penitenze e nei servizi comuni. L&#8217;esempio delle tre recluse e particolarmente di <strong>Giovanna</strong> e <strong>Chiara</strong> attirò nuove aspiranti, tanto che il reclusorio divenne del tutto insufficiente. Allora papà Damiano iniziò a costruirne uno più grande, in un luogo indicato dalla stessa Giovanna, dov&#8217;è l&#8217;attuale <strong>monastero di S.Chiara</strong>.</p>
<p><span style="color: #8b0000;"><strong>GRANDE PENITENTE</strong></span><br />
Chiara si offrì volontaria per chiedere l&#8217;elemosina: scalza, il volto velato, uscì una decina di volte, accompagnata da una Sorella, senza mai varcare la soglia di una casa, sempre ringraziando con un profondo inchino sia quando riceveva l&#8217;elemosina sia quando riceveva un rifiuto o un insulto. Chiara fu grande penitente, servendo Dio con digiuni e preghiere. Ma le sue penitenze erano esclusivamente motivate dalla sua continua comunione col Cristo della via crucis, fino a sentirla fisicamente, fino ad applicarla in tutte le sue esperienze anche fisiche. Essa si era formata sull&#8217;ammonimento della sorella Giovanna, la quale, all&#8217;inizio della loro esperienza comune nel reclusorio, ammoniva Chiara che tenesse sempre la mente in Dio e nella passione di Cristo.<span style="color: #8b0000;"><strong><img class="alignright" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" alt="" src="/wp-content/gallery/resources/Santa%20Chiara%20da%20Montefalco/SantaChiaraMontefalco.jpg" width="240" height="320" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /></strong></span></p>
<p><span style="color: #8b0000;"><strong>UNA REGOLA</strong></span><br />
Nel <strong>1290</strong> la comunità dovette scegliere una <strong>Regola</strong> e chiese e ottenne dal vescovo di <strong>Spoleto</strong> di adottare la <strong>Regola di S. Agostino</strong>, che da allora diviene la guida spirituale comunitaria della vita quotidiana, della preghiera comune, del lavoro, della correzione fraterna, dello spirito di povertà, di castità e di obbedienza, dell&#8217;interiorità e, in tutto e sopra tutto, della carità fraterna delle sorelle <em>&#8220;esalanti dalla santa convivenza il buon profumo di Cristo, non come serve sotto la legge, ma come donne libere sotto la grazia&#8221;</em>.</p>
<p><span style="color: #8b0000;"><strong>LA PROVA</strong></span><br />
<strong>Chiara</strong> già da un paio d&#8217;anni era afflitta da una grave <strong>aridità</strong>: credeva di essere la peggiore delle creature, abbandonata da Dio e come disperata e fu così per <strong>undici anni</strong>. Alla fine del <strong>1291</strong> morì la sorella e Chiara, nonostante le sue preghiere e le lacrime, fu eletta abbadessa e fu subito e sempre madre e maestra delle Sorelle. Fu durante la <strong>Crisi</strong>, all&#8217;inizio del <strong>1294</strong>, che Cristo le apparve portando una grande croce e le disse: <em>&#8220;Ho cercato un luogo forte per piantare questa croce; qui e non altrove l&#8217;ho trovato, se vuoi essere mia figlia, devi morire sulla croce&#8221;</em>. Da quel momento sentì nel suo cuore sensibilmente e per sempre la croce.<br />
Essa superò la prova col dono e l&#8217;esperienza dell&#8217;umiltà. Quanto questa fu profonda e semplice altrettanto lo furono i doni mistici e i doni di scienza e sapienza infusi nel suo cuore e nella sua mente. Benché illetterata diventò centro di forti decisive esperienze spirituali, ma anche bibliche e teologiche, di moltissime persone di ogni estrazione sociale e culturale, compresi teologi, santi e grandi peccatori.<br />
E fu solo Chiara che intuì chiaramente l&#8217;errore mortale del francescano <strong>fra Bentivenga</strong> da <strong>Gubbio</strong>, capo dello <strong>&#8220;Spirito di libertà&#8221;</strong>, un movimento pseudoreligioso in cui convivevano culture e istinti, mistica e lussuria. Tentò di attirare anche Chiara, ma essa lo smascherò e lo denunciò all&#8217;autorità ecclesiastica. Ma Chiara era anche tutta per i poveri, per i bisognosi nel corpo e nell&#8217;anima, per i perseguitati, per i giovani sbandati. Si adoperò, sia con la preghiera sia con interventi vari, per la pace spesso violata sia in <strong>Umbria</strong> che in <strong>Toscana</strong>. Chiara aveva molti doni straordinari ma specialmente durante la prova, imparò l&#8217;umiltà dalle cose che patì e quindi portò la sua croce dietro a Gesù senza mai voltarsi indietro, senza più bisogno di conforti umani.</p>
<p><span style="color: #8b0000;"><strong><img class="alignleft" style="width: 300px; height: 184px; border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" alt="" src="/wp-content/gallery/resources/s_chiara_montef.jpg" width="300" height="184" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" />LA MORTE</strong></span><br />
Morì verso le <strong>nove</strong> del <strong>17 agosto 1308</strong>, lietamente: <em>&#8220;Belglie, belglie, belglie vita eterna! Non mi si afà Signore, sì gran pagamento!&#8221;</em> Le monache, decise a conservare il corpo, lo esenterarono e il giorno dopo, ricordando il ritornello di chiara <em>&#8220;Io ajo Jesu Cristo mio crocifisso entro lo core mio&#8221;</em>, aprirono il cuore e vi scoprirono i <strong>&#8220;segni&#8221;</strong> della passione di Gesù, che nei giorni successivi furono esaminati da esperti <strong>civili</strong> e <strong>religiosi</strong> e ritenuti unanimemente miracolosi. Tra il <strong>1317</strong> e il <strong>1318</strong> si svolse il processo apostolico (<strong>486</strong> deposizioni). Il processo fu ripreso nel <strong>1724</strong> e Chiara venne chiamata ufficialmente <strong><span style="color: #8b0000;">Beata</span></strong>, ma ancora una volta la causa si arrestò. Fu concluso solo nel <strong>1881</strong>. La canonizzazione avvenne in <strong>S. Pietro</strong> l&#8217;<strong>8 dicembre</strong> <strong>1881</strong>. Chi la incontra fa una singolare esperienza di fede e di carità e di consolazione come coloro che la conobbero e che testimoniarono.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Le dimissioni di un Papa : Celestino V &#8211; Eletto a Perugia</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Feb 2013 08:23:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rolando]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Uno dei primi atti ufficiali di Celestino V fu l&#8217;emissione della cosiddetta Bolla del Perdono, bolla che elargisce l&#8217;indulgenza plenaria a tutti coloro che confessati e pentiti dei propri peccati si rechino nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio, nella città dell&#8217;Aquila, dai vespri del 28 agosto al tramonto del 29. Fu così istituita la Perdonanza, celebrazione religiosa che anticipò [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/Celestino-V1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5312" title="Celestino V" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/Celestino-V1-176x300.jpg" alt="" width="176" height="300" /></a>Uno dei primi atti ufficiali di <strong>Celestino V</strong> fu l&#8217;emissione della cosiddetta <strong>Bolla del Perdono</strong>, bolla che elargisce l&#8217;indulgenza plenaria a tutti coloro che confessati e pentiti dei propri peccati si rechino nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio, nella città dell&#8217;Aquila, dai vespri del <strong>28 agosto</strong> al tramonto del <a href="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/documento-elezione-Celestino-V.jpeg"><img class="alignright size-medium wp-image-5309" title="documento elezione Celestino V" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/documento-elezione-Celestino-V-300x156.jpg" alt="" width="300" height="156" /></a><strong>29</strong>. Fu così istituita la <strong>Perdonanza</strong>, celebrazione religiosa che anticipò di sei anni il primo Giubileo del 1300, ancora oggi tenuta nel capoluogo abruzzese.</p>
<p>In pratica, <strong>Celestino V</strong> istituì a Collemaggio (L’Aquila) un prototipo del Giubileo, successivamente copiato dal suo successore (Bonifacio VIII).</p>
<p><em>Chi era Celestino V ?</em></p>
<p>Le trattative tra Carlo II d&#8217;Angiò, Re di Napoli, e Giacomo II, Re di Aragona, per sistemare le vicende legate all&#8217;occupazione aragonese della Sicilia, avvenuta all&#8217;indomani dei cosiddetti vespri siciliani, del 31 marzo 1282. Poiché si stava per giungere alla stipula di un trattato, Carlo d&#8217;Angiò aveva necessità dell&#8217;avallo pontificio, la qual cosa era impossibile, stante la situazione di stallo dei lavori del Conclave. Spinto da questa esigenza, il re di Napoli si recò, insieme al figlio Carlo Martello, a <strong>Perugia</strong> dove era riunito il Conclave, con lo scopo di sollecitare l&#8217;elezione del nuovo Pontefice. Il suo ingresso nella sala dove era riunito il Sacro Collegio provocò ovviamente la riprovazione di tutti i cardinali e il re fu cacciato fuori, soprattutto per l&#8217;intervento del cardinale Benedetto Caetani. Questa vicenda, con molta probabilità, indusse i cardinali a prendere coscienza del fatto che si rendeva necessario chiudere al più presto la sede vacante.</p>
<p>Nel frattempo, <strong>Pietro del Morrone</strong> aveva predetto &#8220;<em>gravi castighi</em>&#8221; alla Chiesa se questa non avesse provveduto a scegliere subito il proprio pastore. La profezia fu inviata al Cardinale Decano Latino Malabranca, il quale la presentò all&#8217;attenzione degli altri cardinali, proponendo il monaco eremita come Pontefice; la sua figura ascetica, mistica e religiosissima, era nota a tutti i regnanti d&#8217;Europa e tutti parlavano di lui con molto rispetto. Il Cardinale Decano, però, dovette adoperarsi molto per rimuovere le numerose resistenze che il Sacro Collegio aveva sulla persona di un non porporato. Alla fine, dopo ben 27 mesi, emerse dal Conclave, all&#8217;unanimità, il nome di Pietro Angelerio del Morrone; era il 5 luglio 1294.</p>
<p>L&#8217;elezione unanime da parte del Sacro Collegio di un semplice frate eremita, completamente privo di esperienza di governo e totalmente estraneo alle problematiche della Santa Sede, può forse essere spiegato dal proposito attendista di tacitare l&#8217;opinione pubblica e le monarchie più potenti d&#8217;Europa, vista l&#8217;impossibilità di eleggere un porporato su cui tutti fossero d&#8217;accordo. È possibile che i cardinali fossero pervenuti a questa soluzione pensan<a href="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/Collemaggio-LAquila.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-5314" title="Collemaggio (L'Aquila)" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/Collemaggio-LAquila.jpeg" alt="" width="253" height="199" /></a>do anche di poter gestire, ciascuno a modo suo, la totale inesperienza del vecchio frate eremita, guidandolo in quel mondo curiale e burocratico a cui egli era totalmente estraneo, sia per reggere meglio la Chiesa in quel difficile momento, sia per vantaggi personali.</p>
<p>In effetti Pietro da Morrone dimostrò una notevole ingenuità nella gestione amministrativa della Chiesa, ingenuità che, unitamente ad una considerevole ignoranza (nei concistori si parlava in volgare, non conoscendo egli a sufficienza la lingua latina) precipitò l&#8217;amministrazione in uno stato di gran confusione, giungendo persino ad assegnare il medesimo beneficio a più di un richiedente.</p>
<p>Circa quattro mesi dopo la sua incoronazione, nonostante i numerosi tentativi per dissuaderlo avanzati da Carlo d&#8217;Angiò, il 13 dicembre 1294 <strong>Celestino V</strong>, nel corso di un Concistoro, diede lettura di una bolla, forse appositamente preparata per l&#8217;occasione, nella quale si contemplava la possibilità di un&#8217;abdicazione del Pontefice per gravi motivi. L&#8217;esistenza di questo documento, il cui originale ad oggi non ci è pervenuto, è ancora controversa nella storiografia.</p>
<p>Undici giorni dopo le sue dimissioni infatti, il Conclave, riunito a Napoli in Castel Nuovo, elesse il nuovo papa nella persona del cardinal <strong></strong>, laziale di Anagni. Aveva 64 anni circa ed assunse il nome di <strong>Bonifacio VIII</strong>.<a href="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/monogramma-di-Celestino-V.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-5319" title="monogramma di Celestino V" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/monogramma-di-Celestino-V-300x274.jpg" alt="" width="300" height="274" /></a></p>
<p>Caetani, che aveva aiutato Celestino V nel suo intento di dimettersi, temendo uno scisma da parte dei cardinali filo-francesi a lui contrari mediante la rimessa in trono di Celestino, diede disposizioni affinché l&#8217;anziano frate fosse messo sotto controllo, per evitare un rapimento da parte dei suoi nemici. Celestino, venuto a conoscenza della decisione del nuovo papa grazie ad alcuni tra i suoi fedeli cardinali da lui precedentemente nominati, tentò una fuga verso oriente fuggendo da San Germano per raggiungere la sua cella sul Morrone e poi Vieste sul Gargano per tentare l&#8217;imbarco per la Grecia, ma il 16 maggio 1295 fu catturato presso Santa Maria di Merino da Guglielmo Stendardo II, connestabile del regno di Napoli, figlio del celebre Guglielmo Stendardo detto &#8220;Uomo di Sangue&#8221;.</p>
<p>Raggiunto dai soldati, questi lo rinchiusero nella rocca di Fumone, in Ciociaria, castello nei territori dei Caetani e di diretta proprietà del nuovo Papa; qui il vecchio Pietro morì il 19 maggio 1296, fortemente debilitato dalla deportazione coatta e dalla successiva prigionia.</p>
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		<title>Santa Margherita da Cortona</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Mar 2011 22:52:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Di umili origini, venne battezzata presso una pieve di Pozzuolo Umbro, dove attualmente sorge la chiesa dei Santi Pietro e Paolo: rimase presto orfana di madre e dall&#8217;età di diciassette anni visse come concubina con un nobile di Montepulciano, Arsenio del Pecora dei signori di Valiano, dal quale ebbe anche un figlio. Nel 1273 Arsenio, mentre visitava una delle sue [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/Margherita_daCortona.jpg" alt="" width="250" height="342" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /><br /> Di umili origini, venne battezzata presso una <strong>pieve di Pozzuolo</strong> Umbro, dove attualmente sorge la chiesa dei Santi <strong>Pietro</strong> e <strong>Paolo</strong>: rimase presto orfana di madre e dall&#8217;età di diciassette anni visse come concubina con un nobile di <strong>Montepulciano</strong>, <strong>Arsenio del Pecora </strong>dei signori di Valiano, dal quale ebbe anche un figlio.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel <strong>1273 </strong>Arsenio, mentre visitava una delle sue proprietà di Petrignano del Lago, venne aggredito e assassinato da un gruppo di briganti. Secondo la tradizione, il suo fedele cane condusse Margherita al suo cadavere sfigurato. Scacciata col figlio dai famigliari dell&#8217;amante, rifiutata dal padre e dalla sua nuova moglie, si pentì della sua vita e si convertì. Si avvicinò ai francescani di <strong>Cortona</strong>, in particolare ai frati <strong>Giovanni</strong> da <strong>Castiglione</strong> e <strong>Giunta Bevegnati</strong>, suoi direttori spirituali e poi biografi: affidò la cura del figlio ai frati minori di Arezzo e nel <strong>1277</strong> entrò nel Terz&#8217;Ordine di <strong>San Francesco</strong>, dedicandosi esclusivamente alla preghiera ed alle opere di carità.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;">Diede vita ad una congregazione di terziarie, dette le Poverelle; fondò nel <strong>1278</strong> un ospedale presso la chiesa di San Basilio e formò la Confraternita di Santa Maria della Misericordia, per le dame che intendevano assistere i poveri ed i malati.<br /> <img class="alignright" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/Orazione_santamargherita.jpg" alt="" width="230" height="374" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<p>Onorata come beata sin dalla morte, <strong>Innocenzo X</strong> ne approvò il culto il <strong>17 marzo 1653</strong>, ma fu canonizzata soltanto il <strong>16 maggio 1728 </strong>da <strong>Benedetto XIII</strong>.</p>
<p>Il Martirologio Romano fissa per la sua memoria liturgica la data del <strong>22 febbraio</strong>. La biografia redatta dal suo confessore frà Giunta Bevegnati (in AA. SS., mense Februarii, die 22), con i racconti delle numerose estasi e visioni di Margherita, ha contribuito a renderla una delle sante più popolari dell&#8217;italia centrale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il suo corpo è conservato a Cortona, nella basilica a lei intitolata, in un&#8217;urna collocata sopra l&#8217;altare maggiore, bordata da una cornice in lamina d&#8217;argento sbalzata e cesellata.</p>
<p style="text-align: justify;">Presso la frazione di Petrignano del Lago, nel luogo della tragedia e decisione di conversione (il cosiddetto Pentimento) vi è una pieve ed una quercia tutt&#8217;ora in vita ai cui piedi ella pregò, considerata sacra ed intangibile. Nell&#8217;estate <strong>1972</strong>, per il settimo centenario dell&#8217;evento ci sono state grandi celebrazioni nel Castiglionese con ostensione delle sue spoglie.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<hr />
<p style="text-align: justify;"><img src="/wp-content/gallery/resources/s_margherita_cortona.jpg" alt="" width="141" height="200" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Colei che, fuggita ancora giovanissima dalla nativa Laviano per seguire l&#8217;amato, riconobbe dopo la morte di questi i suoi peccati e si votò ad una vita di durissima penitenza. La biografia di una donna che seppe scoprire l&#8217;amore come ricchezza interiore, per portarlo ai più alti livelli del legame con Cristo: diventa esempio allo stesso tempo di vita contemplativa nella meditazione e nella preghiera e attiva nella carità verso i più bisognosi. <br />I testi sono di Valter Corelli e Leopoldo Boscherini. Le illustrazioni di Anna Maria Pasqua.</p>
<p>Tratto da: LE COLLINE DELLA SPERANZA<br />edito da edimond</p>
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		<title>San Rinaldo di Nocera Umbra</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Mar 2011 09:49:24 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Santi e Beati]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>San Rinaldo, dopo aver brillato come fulgida stella fra i confratelli dell’eremo camaldolese di Fonte Avellana, ove fu priore, rifulse come splendido sole sulla cattedra episcopale di Nocera Umbra. Fu instancabile nel zelare la salute delle anime e praticò sino alla morte le osservanze dell’eremo, mantenendo innanzitutto l’abito monastico. Morì presso Nocera Umbra il 9 febbraio 1217. In tale anniversario [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #800000;"><br /> </span></strong><img class="alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/rainaldus.jpg" alt="" width="250" height="371" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /><br /> San Rinaldo, dopo aver brillato come fulgida stella fra i confratelli dell’eremo camaldolese di Fonte Avellana, ove fu priore, rifulse come splendido sole sulla cattedra episcopale di Nocera Umbra. <br /> Fu instancabile nel zelare la salute delle anime e praticò sino alla morte le osservanze dell’eremo, mantenendo innanzitutto l’abito monastico. Morì presso Nocera Umbra il 9 febbraio 1217. In tale anniversario è commemorato dal Martyrologium Romanum e dal Menologio Camaldolese.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800000;"><strong>Etimologia: Rinaldo</strong></span> = potente consigliere, dall&#8217;antico tedesco</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800000;"><br /> <strong>Emblema:</strong> </span>Bastone pastorale</p>
<p style="text-align: justify;">Martirologio Romano: A Nocera Umbra, san Rainaldo, vescovo, già monaco camaldolese di Fonte Avellana, che, pur svolgendo l’ufficio episcopale, conservò con fermezza le abitudini della vita monastica. <br />  <br /> San Rinaldo, vescovo di Nocera Umbra, visse a cavallo tra il XII ed il XIII secolo e costituì una figura alquanto singolare di monaco eremita e di vescovo, staccatosi dalla mentalità del suo tempo per dare una svolta radicale alla sua vita, divenendo mirabile esempio di pietà e di carità, di fede e di coerenza, in un mondo caratterizzato da ricchezza e potere, compromessi e collusioni tra potere temporale e spirituale. Figlio primogenito di uno dei signorotti locali che dominavano Nocera Umbra e Foligno, erede del feudo di Postignano e già destinato a posti di importanza politica e militare di primo grado, Rinaldo ricevette un’educazione culturalmente elevata come si conveniva al suo rango. All’età di venti anni abbandonò tutti i suoi averi per darsi all’eremitaggio sul monte di Gualdo, il Serrasanta, celebre per la presenza di uomini dediti alla preghiera ed alla penitenza, ove poté vivere “una vita eremitica perfetta”. Sentì però assai presto in cuor suo la necessità di assoggettarsi ad un superiore, che potesse guidarlo nel seguire costantemente la volontà di Dio, e divenne allora monaco presso il monastero camaldolese di Fonte Avellana, dove “insieme ai confratelli, servì Dio in modo perfetto e devoto” e fu anche eletto priore. Per giochi di potere umano o, se si preferisce vedere gli avvenimenti alla luce della fede, per gli insondabili disegni della Provvidenza, Rinaldo fu associato nell’episcopato al vescovo Ugo, impegnato in alti incarichi giuridici nella Curia Romana. L’elezione sarebbe avvenuta tra gli anni 1209 e 1212 ed infine, alla morte di Ugo, dal 1213 il santo eremita divenne a tutti gli effetti titolare della diocesi. L’episcopato di Rinaldo si contraddistinse per la sua singolare scelta di rimanere monaco anche da vescovo e lo fece con l’ostinazione tipica dei santi, sempre interamente dedito a Dio ed ai fratelli, come narra la Legenda Minor : “tenne la vita perfetta rimanendo come quando era in monastero con digiuni, veglie, e preghiere, dedicandosi a Dio e occupato nella cura vescovile di celebrante del culto divino e di soccorritore delle persone più povere e bisognose”. Per dare un vivace esempio di amore cristiano adottò un bimbo di Nocera, orfano dei due genitori , tenendolo nel palazzo vescovile ed onorandolo quotidianamente a mensa, come fosse stato Cristo stesso che chiedeva aiuto. Importante fu la presenza del santo vescovo alla promulgazione della Indulgenza della Porziuncola nell’agosto del 1216, voluta da San Francesco d’Assisi.<br /> San Rinaldo morì il 9 febbraio 1217 presso Nocera Umbra, ed il suo corpo fu subito imbalsamato. Con un processo sui miracoli, promosso dal vescovo Pelagio suo successore, dopo pochi mesi fu elevato sull’altare maggiore della cattedrale e perciò proclamato santo secondo gli usi del tempo. Le travagliate vicende politiche dispersero presto preziosi documenti e tradizioni relativi al culto del santo, in particolare quando nel 1248 Nocera, città guelfa, fu distrutta dall’esercito di Federico II che si accampò proprio nella suddetta cattedrale. Straordinario evento fu il ritrovamento del corpo di san Rinaldo, intatto e non profanato come le tombe degli altri vescovi. San Rinaldo allora fu proclamato patrono di Nocera ed intorno alla sua urna, trasferita nella chiesa di Santa Maria dell’Arengo, oggi dedicata a San Giovanni Battista, si ricostruì la città distrutta e la devozione verso il santo che perdurò nei secoli. Quando nel 1448 riprese nuovamente la ricostruzione della cattedrale, in cima al colle ove sorge il centro storico di Nocera, al titolo ufficiale della chiesa, che da sette secoli era dedicata alla Vergine Assunta, fu aggiunto il ricordo di san Rinaldo. Il suo corpo fu solennemente trasportato nella nuova cattedrale nel 1456 e per secoli costituì il centro del culto che fece di San Rinaldo il protettore della città e della diocesi di Nocera. Il santo non mancò di provvedere ad aiutare i suoi devoti con interventi di protezione nei momenti tragici di guerre, distruzioni ed eventi calamitosi come i frequenti terremoti. Odiernamente, dopo i dolorosi eventi del terremoto del 1997, il corpo del patrono è venerato nella provvisoria chiesa lignea di san Felicissimo.<br /> Nell’anniversario della morte San Rinaldo è commemorato dal Martyrologium Romanum e dal Menologio Camaldolese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Autore: Fabio Arduino</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Beato Angelo &#8211; Gualdo Tadino</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Mar 2011 09:47:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>  Beato Angelo da Casale o da Gualdo Tadino (1270- 15 gennaio 1324) fu un eremita del XIV° secolo vissuto a Gualdo Tadino. Fu dichiarato beato dalla Chiesa cattolica ed è molto venerato dagli abitanti di Gualdo, tanto da essere compatrono della città inseme a San Michele Arcangelo. Angelo nacque a Casale, una piccola frazione in mezzo alle campagne gualdesi, [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #800000;"><strong> </strong></span></p>
<p><img class="alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/beatoangelo.jpg" alt="" width="250" height="370" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Beato Angelo</strong> da Casale o da <strong>Gualdo Tadino</strong> (<strong>1270- 15 </strong><strong>gennaio</strong> <strong>1324</strong>) fu un eremita del <strong>XIV° secolo</strong> vissuto a Gualdo Tadino. Fu dichiarato beato dalla Chiesa cattolica ed è molto venerato dagli abitanti di Gualdo, tanto da essere compatrono della città inseme a San Michele Arcangelo.<br /> <strong>Angelo</strong> nacque a Casale, una piccola frazione in mezzo alle campagne gualdesi, è di origine umile, rimane molto presto orfano di padre e quindi la madre è costretta a lavorare molto per mandare avanti il piccolo nucleo familiare. Il giovane ragazzo già di animo dolce e altruista si preoccupa dei ragazzi più poveri di lui per i quali rinuncia al suo pane per sfamarli.<br /> La leggenda racconta che un giorno dopo un acceso diverbio con la madre, Angelo la maledice ed esce di casa per andare a lavorare nei campi. La sera, di ritorno dai campi, sente le campane della chiesa suonare a morto, corre in casa e trova la madre che giace morta sul letto. Questo episodio cambia la vita del giovane Angelo, sopraffatto dal rimorso, sentendosi responsabile di ciò che era capitato alla madre, decide di partire come pellegrino verso il monastero di <strong>San Giacomo</strong>, in <strong>Spagna</strong>. Di ritorno dal lungo viaggio decide di farsi monaco nella vicina <strong>Abbazia di San Benedetto</strong> a Gualdo Tadino, dove resterà per qualche tempo. Presto però sente l&#8217;esigenza di vivere in stretto contatto con Dio ed ottiene il permesso di condurre una vita eremitica presso l&#8217;eremo detto di Capodacqua dove resterà fino alla morte. Il <strong>15 gennaio 1324</strong>, mentre le campane dell’abbazia di San Benedetto suonavano da sole, Angelo venne trovato morto.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800000;"><strong>   La fioritura del biancospino <br /> </strong></span><strong><br /> </strong><img class="alignright" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/Biancospino2.jpg" alt="" width="200" height="150" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /><br /> Si racconta che al passaggio della salma di Angelo, lungo la strada che conduceva al <strong>convento di San Benedetto</strong>, le siepi di biancospino e i campi di lino fiorirono miracolosamente.</p>
<p>Al beato Angelo sono attribuiti numerosi miracoli, il più noto che ancora oggi si ripete è la prodigiosa fioritura delle siepi di biancospino che la notte del <strong>14 gennaio </strong>si coprono di numerosi germogli nonostante le basse temperature della stagione invernale.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"> </p>
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