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	<title>Medioevo in Umbria &#187; Personaggi</title>
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		<title>L&#8217;invenzione del Presepio</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Dec 2019 10:36:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rolando]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[Dicembre]]></category>
		<category><![CDATA[Santi e Beati]]></category>
		<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Dalla VITA DI SAN FRANCESCO (Legenda Maior) di San Bonaventura da Bagnoregio (al secolo Giovanni Fidanza)</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<address><a href="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/Immagine-che-ricorda-il-Presepio-di-Greccio.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-5780" title="Immagine che ricorda il Presepio di Greccio" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/Immagine-che-ricorda-il-Presepio-di-Greccio.jpg" alt="" width="300" height="195" /></a>Dalla <strong>VITA DI SAN FRANCESCO</strong> (<em>Legenda Maior</em>) di San Bonaventura da Bagnoregio (al secolo <strong>Giovanni Fidanza</strong>)</address>
<address> </address>
<p><strong>7.</strong> San Francesco, tre anni prima della sua morte, decise di celebrare vicino al paese di Greccio, il ricordo della natività del bambino Gesù, con la maggior solennità possibile, per rinfocolarne la devozione.</p>
<p>Ma, perché ciò non venisse ascritto a desiderio di novità, chiese ed ottenne prima il permesso del sommo Pontefice. Fece preparare una stalla, vi fece portare del fieno e fece condurre sul luogo un bove ed un asino.</p>
<p>Si adunano i frati, accorre la popolazione; il bosco risuona di voci e quella venerabile notte diventa splendente di innumerevoli luci, solenne e sonora di laudi armoniose.</p>
<p>L&#8217;uomo di Dio stava davanti alla mangiatoia, ricolmo di pietà, cosparso di lacrime, traboccante di gioia.</p>
<p>Il santo sacrificio viene celebrato sopra la mangiatoia e Francesco, levita di Cristo, canta il santo Vangelo. Predica al popolo e parla della nascita del re povero e nel nominarlo, lo chiama, per tenerezza d&#8217;amore, il «bimbo di Bethlehem».</p>
<p>Un cavaliere, virtuoso e sincero, che aveva lasciato la milizia secolaresca e si era legato di grande familiarità all&#8217;uomo di Dio, il signor Giovanni di Greccio, affermò di aver veduto, dentro la mangiatoia, un bellissimo fanciullino addormentato, che il beato Francesco, stringendolo con ambedue le braccia, sembrava destare dal sonno.</p>
<p>Questa visione del devoto cavaliere è resa credibile dalla santità del testimone, ma viene comprovata anche dalla verità che essa indica e confermata dai miracoli da cui fu accompagnata. Infatti l&#8217;esempio di Francesco, riproposto al mondo, ha ottenuto l&#8217;effetto di ridestare la fede di Cristo nei cuori intorpiditi; e il fieno della mangiatoia, conservato dalla gente, aveva il potere di risanare le bestie ammalate e di scacciare varie altre malattie.</p>
<p>Così Dio glorifica in tutto il suo servo e mostra l&#8217;efficacia della santa orazione con l&#8217;eloquenza probante dei miracoli.&#8221;</p>
<p>Per comprendere meglio l&#8217;invenzione &#8220;rivoluzionaria&#8221; del presepio,  trascrivo un&#8217;analisi tratta dal testo del famoso studioso <strong>Jacques Le Goff</strong>  &#8220;<em>San Francesco d&#8217;Assisi</em>&#8221; (Editori Laterza,2003): &#8221; <em>&#8230; In un&#8217;epoca</em> (quella medievale)<em> che presta poca attenzione al bambino, Francesco e i Minori si iscrivono in una linea di valorizzazione del bambino i cui rappresentanti principali sono stati san Bernardo, circa un secolo prima, e Giacomo di Vitry, contemporaneo (e sostenitore) dei primi francescani, il quale identifica una categoria di pueri nei suoi Sermones ad status. Nella lista delle categorie di cristiani della Regula non bullata (XXIII, 7), i bambini compaiono in due occasioni: prima tra le categorie dominate; quindi tra le classi di età: infantes, adolescentes, iuvenes e senes. Un episodio popolare, quello del presepe di Greccio, ha contribuito alla diffussione del culto di Gesù bambino che, a sua volta, nella promozione del bambino ha giocato un ruolo paragonabile al culto della Vergine per quanto riguarda la donna.</em>&#8221; (pag. 148)</p>
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		<title>San Benedetto da Norcia</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Mar 2019 15:00:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Celeste patrono principale dell&#8217;intera Europa. Alla fine del V sec. l&#8217;Impero Romano, già da tempo in crisi per lotte interne e per la pressione dei popoli barbari che ne occupano il territorio, cessa formalmente di esistere e l&#8217;Italia e Roma piombano in una situazione di povertà e insicurezza di fronte alle nuove popolazioni che si istallano con i loro re, [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; text-align: justify; width: 197px; height: 244px;" src="/wp-content/gallery/resources/norcia_benedetto.jpg" alt="" width="197" height="244" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<div style="text-align: justify;" align="center"></div>
<div style="text-align: justify;" align="center"><strong>Celeste patrono principale dell&#8217;intera Europa.</strong></div>
<div align="justify">Alla fine del V sec. l&#8217;Impero Romano, già da tempo in crisi per lotte interne e per la pressione dei popoli barbari che ne occupano il territorio, cessa formalmente di esistere e <strong>l&#8217;Italia</strong> e <strong>Roma</strong> piombano in una situazione di povertà e insicurezza di fronte alle nuove popolazioni che si istallano con i loro re, le armi e le loro tradizioni culturali. In questo periodo anche una città ed una provincia, lontana ed isolata fra i monti come <strong>Norcia</strong>, risente dei cambiamenti violenti che accadono a Roma. Da secoli municipium romanum, l&#8217;antica <strong>Nursia</strong> ha conservato fedelmente le istituzioni pubbliche e religiose di Roma; da poco aveva accolto il cristianesimo che però già dava frutti maturi di una civiltà che, innestandosi su quella romana, appariva più equa ed aperta alle attese delle persone. A Norcia nascono <strong>Benedetto</strong> e sua sorella gemella <strong>Scolastica</strong> nell&#8217;anno <strong>480</strong>. <strong>Gregorio Magno</strong>, il primo biografo di S.Benedetto, dedica al santo nursino l&#8217;intero libro secondo dei Dialoghi e, attingendo da fonti e testimonianze di prima mano, scrive una singolare storia senza la preoccupazione scientifica dello storico moderno, ma con l&#8217;ammirazione incantata del discepolo che ricorda i fatti importanti e prodigiosi della vita del maestro.<br />
La famiglia di Benedetto apparteneva alla borghesia provinciale che abitualmente forniva i funzionari alle amministrazioni pubbliche. I genitori avviarono i ragazzi agli studi classici. Dopo la scuola primaria, Benedetto fu inviato a Roma per continuare gli studi, probabilmente in vista della carriera amministrativa tradizionale. Ma a Roma ebbe una grande delusione, al punto di decidere di abbandonare studi e prospettive di carriera e di ripensare completamente la propria vita. Certo, in questo momento gli tornarono alla mente gli <strong>eremiti</strong> di <strong>Norcia</strong> e della <strong>Valle Castoriana</strong> e gli sembrò possibile tentare anche lui tale esperienza che appariva davvero liberante. Benedetto si allontanò quindi da Roma ed intorno al <strong>500</strong> arrivò a <strong>Subiaco</strong>. E&#8217; il tempo del deserto, quando tutto deve tacere perchè possa parlare <strong>Dio</strong> al cuore.<br />
<img class="alignright" style="width: 196px; height: 312px; border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/norcia_benedetto2.jpg" alt="" width="196" height="312" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" />Poi si avvicina, perchè richiesto, all&#8217;esperienza di alcuni monaci di <strong>Vicovaro</strong> che volevano rinnovarsi secondo i pricipi di Benedetto. Ma fu un&#8217; esperienza breve e Benedetto iniziò a questo punto l&#8217;opera del <strong>fondatore</strong> di un nuovo monachesimo che, riprendendo l&#8217;esperienza monastica orientale, apporta alcune novità, come quella di<strong> collegare diversi monasteri in una struttura centralizzata</strong> che, finchè potrà, guiderà personalmente curando in maniera <strong>diretta</strong> la formazione dei giovani novizi. . Benedetto però continua la sua ricerca e si dirige verso sud attraversando la <strong>Ciociaria</strong>, fino ad arrivare alla <strong>rocca di Cassino</strong>, posta su un alto colle con ai piedi la <strong>valle del Garigiano</strong> e, lontano, il <strong>Mar Tirreno</strong>. La data tradizionale dell&#8217;arrivo a <strong>Cassino</strong> viene fissata al <strong>529</strong>. Cassino costituisce l&#8217;era della maturità nel progetto monastico di Benedetto che abbandona <strong>definitivamente</strong> le forme del monachesimo orientale ed individua una propria originale proposta.Dallo speco sull&#8217; Aniene alle fondazioni sublacensi fino all&#8217;esperienza cassinese, con la scelta cenobitica ancora più marcata, e con un nuovo e più forte equilibrio fra vita attiva e contemoplativa che permette al monaco anche un apostolato diretto nella società.<br />
Benedetto muore il <strong>21 marzo</strong> dell&#8217;anno <strong>547</strong>, poco dopo la conquista di Roma da parte di Totila. <strong>Papa Paolo VI</strong>, il <strong>24 ottobre 1964</strong>, proclama San Benedetto, <span style="color: #8b0000;"><strong>patrono principale dell&#8217;Europa</strong></span>.</div>
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		<title>Santa Scolastica</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Mar 2019 08:39:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Santa Scolastica nata a Norcia verso il 480 e morta a Piumarola nel 547, fu sorella di San Benedetto. Della sua vita si conoscono solo le poche vicende tramandate ne &#8220;Il Libro dei Dialoghi&#8221; di san Gregorio Magno. Di certo si sa che almeno alcuni anni prima della morte dimorava nei pressi di Montecassino. La consanguineità con San Benedetto e [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Santa Scolastica nata a <strong>Norcia</strong> verso il <strong>480</strong> e morta a <strong>Piumarola</strong> nel <strong>547</strong>, fu sorella di <strong>San Benedetto</strong>. Della sua vita si conoscono solo le poche vicende tramandate ne <strong>&#8220;Il Libro dei Dialoghi&#8221;</strong> di san <strong>Gregorio Magno</strong>. Di certo si sa che <img class="alignleft" src="/wp-content/gallery/resources/norcia_s_scolastica.jpg" alt="" width="150" height="227" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" />almeno alcuni anni prima della morte dimorava nei pressi di <strong>Montecassino</strong>.<br />
La consanguineità con <strong>San Benedetto</strong> e la forza spirituale della sua figura hanno fatto di lei un&#8217;immagine molto venerata, sin dalle origini, dalla grande famiglia del legislatore cassinese. Molti monasteri furono dedicati al suo nome: lo stesso cenobio di <strong>Subiaco</strong> le fu consacrato.<br />
A <strong>Norcia</strong> vi è anche una chiesa a lei dedicata, la <strong>chiesa di Santa Scolastica</strong>.<br />
<strong>Santa Scolastica</strong> è invocata dalla tradizione popolare per difendersi dai fulmini e per ottenere la pioggia, in seguito al famoso episodio, narrato da Gregorio Magno, che precedette la sua morte.<br />
Santa Scolastica e San Benedetto si incontravano una volta all&#8217;anno in una casa a metà strada tra i loro monasteri, in uno di questi incontri, poco prima della sua morte, Scolastica chiese al fratello di prolungare il colloquio spirituale fino al mattino seguente, ma Benedetto per non infrangere la regola, si oppose. Allora Scolastica implorò il Signore di non far partire il fratello e subito scoppiò un violento temporale che costrinse Benedetto a rimanere tutta la notte. Gregorio conclude la narrazione dell&#8217;episodio affermando: «Poté di più, colei che più amò».</p>
<p>Ancora Gregorio Magno narra che Benedetto, avuta notizia della morte della sorella &#8220;da un segno divino&#8221;, la seppellì nella tomba dove anch&#8217;egli fu sepolto, poco più tard<a href="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/santa-scolastica.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7928" src="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/santa-scolastica-300x85.jpg" alt="santa scolastica" width="300" height="85" /></a>i: «come la mente loro sempre era stata unita in Dio, nel medesimo modo li corpi furono congiunti in uno stesso sepolcro».</p>
<p>Le reliquie di Scolastica e Benedetto sono conservate sotto l&#8217;altare maggiore della basilica di Montecassino.</p>
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		<title>San Bevignate &#8211; Perugia</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Sep 2017 11:28:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>(&#8230;) Chi si avvicina alla figura di questo santo, a cui fu dedicata la grande chiesa fuori di Porta Sole, non può non rimanere sconcertato dalla oscurità totale che avvolge la sua vicenda. L&#8217;ultimo, che in una grande opera si sia interessato anche di lui, il Vauchez, lo ricorda sempre con l&#8217;espressione: &#8220;il santo misterioso di Perugia&#8221;. A nessuno dei [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div align="justify"><img class="alignleft" style="width: 230px; height: 426px; border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/san_bevignate.jpg" alt="" width="230" height="426" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" /><br />
(&#8230;) Chi si avvicina alla figura di questo santo, a cui fu dedicata <strong>la grande chiesa</strong> fuori di Porta Sole, non può non rimanere sconcertato dalla <strong>oscurità totale</strong> che avvolge la sua vicenda. L&#8217;ultimo, che in una grande opera si sia interessato anche di lui, il Vauchez, lo ricorda sempre con l&#8217;espressione: &#8220;il santo misterioso di Perugia&#8221;. A nessuno dei santi locali di <strong>Perugia</strong> è mancata una leggenda di epoca medievale, che risalga almeno al Quattrocento, come dobbiamo invece lamentare per <span style="color: #8b0000;"><strong>san Bevignate</strong></span>. La tradizione manoscritta è inesistente o meglio, sarebbe, se non avessimo le dichiarazione del consiglio del 22 aprile del 1453 manoscritte, forse di mano di Girolamo Ronchi da Faenza, successore di Tommaso Pontano nella cancelleria perugina fin dal 1451.<br />
(&#8230;) il quale, come si vede dalla sua leggenda (&#8220;qui ut ex legenda eius prospicitur&#8221;) nacque e visse nel nostro contado e terminò la sua vita piamente nella medesima città (&#8220;natus et nutritus fuit in comitatu nostro et in ipsa civitate vitam eius pie et laudabiliter finiit&#8221;), e benchè non sia iscritto nel catalogo dei santi, tuttavia per la santità della vita e frequenza dei miracoli operati dalla divina bontà per suoi meriti, molti e evidentissimi, in vita e in morte, non c&#8217;è dubbio ch&#8217;egli sia tra i santi nella gloria del paradiso; così dunque dice la delibera del consiglio, solenne e grandiosa come una proclamazione &#8220;ex cathedra&#8221; o una sanzione concistoriale (&#8230;).<span style="color: #8b0000; font-size: xx-small;">Stralcio tratto da</span><span style="font-size: xx-small;">: La chiesa di San Bevignate a Perugia &#8211; Le canonizzazioni &#8220;facili&#8221; del Comune di Perugia: il caso di san Bevignate di Ugolino Nicolini.</span></div>
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		<title>Beato Raniero da Fasano</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Sep 2017 09:19:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>La vita del Beato Raniero da Fasano, un personaggio storico dai tratti incerti. Del fondatore della Confraternita dei Battuti, si hanno solamente poche, sporadiche e spesso imprecise informazioni, a cominciare dall’incertezza sul nome proprio. Le scarse fonti disponibili, per lo più tarde (XVI secolo), ne riportano almeno due versioni: «Raynerius» e «Raiinerio». Proveniente dalla media borghesia perugina, ancora ragazzino rimase [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La vita del Beato Raniero da Fasano, un personaggio storico dai tratti incerti.</strong></p>
<div align="justify"><img class="alignleft" style="border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/sbevignate_pittura.jpg" alt="" width="200" height="292" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" />Del fondatore della Confraternita dei Battuti, si hanno solamente poche, sporadiche e spesso imprecise informazioni, a cominciare dall’incertezza sul nome proprio. Le scarse fonti disponibili, per lo più tarde (XVI secolo), ne riportano almeno due versioni: «Raynerius» e «Raiinerio».<br />
Proveniente dalla media borghesia perugina, ancora ragazzino rimase certamente molto turbato dalla predicazione e dal modello di vita che <strong>San Francesco d’Assisi</strong>, vissuto poco prima di lui, aveva divulgato. Prese la decisione di passare alcuni anni da penitente, e si rinchiuse in una stanza della sua abitazione trasformata in cella. In seguito pronunciò i voti di terziario francescano, rinunciando completamente al bel mondo e si diede alla vita eremitica fino al 1258, sull’esempio dell’anacoreta San Bevignate, vissuto nel V secolo d.C. Secondo la leggenda popolare, il Santo sarebbe apparso a Raniero mentre era in preghiera e gli avrebbe indicato una duplice missione: predicare il Vangelo e diffondere la Disciplina. Questa pratica consisteva nell’autoflagellazione, allo scopo di espiare i propri peccati partecipando alla sofferenza di Cristo crocifisso. Non sentendosi ancora pronto, Raniero rimase ancora a lungo ritirato in preghiera, cominciando però a fustigarsi.<br />
Secondo La lezenda di fra’ <strong>Raniero Fasani</strong>, scritta verso la fine del XIV secolo, durante la sua vita eremitica il Beato avrebbe avuto la visione della Madonna in trionfo, con le lacrime agli occhi. Preso da inquietudine prese allora a battersi più forte di quanto avesse fatto fino a quel momento e decise di recarsi alla chiesa di San Fiorenzo. Sulla strada incontrò alcuni Santi che lo accompagnarono fino all’Altare; lì si inginocchiarono, cominciando a battersi. La Vergine riapparve allora tra gli Arcangeli Michele e Gabriele e consegnò a Raniero una missiva celeste, dicendogli che avrebbe dovuto portarla, al Vescovo di Perugia dopo averla letta. In questa lettera la Madonna avrebbe sottolineato il bisogno estremo di redenzione nella vita dei cristiani, che avevano perso lo spirito di carità e di obbedienza al Vangelo. La Vergine suggeriva come mezzi per l’espiazione dei peccati, la preghiera, il digiuno, l’astinenza e la partecipazione alla sofferenza di Cristo Crocifisso tramite la Disciplina.</div>
<div align="justify"></div>
<div align="justify"><strong>L&#8217;incontro che cambiò la vita</strong><br />
Questo incontro ultraterreno diede nuovo impulso alla vita penitenziale e spirituale di Raniero. Egli prese a predicare dapprima nelle campagne perugine e poi nelle città, la necessità della conversione, della carità verso il prossimo e della espiazione dei propri peccati tramite atti pubblici penitenziali. Per commuovere gli ascoltatori, il Beato ricorreva spesso al racconto della Passione di Cristo, figura di riferimento da imitare, “<strong>Uomo dei Dolori</strong>” alle cui sofferenze occorreva avvicinarsi tramite la pratica della flagellazione.<br />
Così parla di Raniero un anonimo storico del tempo: «[…] vestito di sacco, cinto di fune, con una disciplina in mano cominciò per le piazze, con la predicazione e con l’esempio con tanto fervore a muovere il popolo a disciplinarsi […]».<br />
La forza delle convinzioni del terziario francescano fu palese quando riuscì a convincere il vescovo di Perugia Bernardo Corio, sulla effettività dell’ispirazione Divina all’origine della sua missione. Narra la Lezenda che, convintosi, il Vescovo disse Messa e, subito dopo, lesse la lettera al popolo lì riunito e subito in molti avrebbero preso a battersi, per l’assoluzione dei propri peccati. Tutta la cittadinanza si sarebbe così convertita alle parole di Raniero.<br />
Iniziarono così grandi processioni guidate da Raniero i cui partecipanti si facevano chiamare <strong>Flagellanti</strong>. Stando alla Lezenda, il Potestà di Perugia Orlandino Marescotti, avrebbe chiesto a Raniero di recarsi a Bologna, per portare anche laggiù la sua salvifica parola. Il fervore del frate fu più coinvolgente di quello di tutti gli altri predicatori precedenti e trascinò buona parte della popolazione, che si lasciò guidare da lui fino alla città felsinea. In realtà, più probabilmente l’esaltazione religiosa provocata dalla divulgazione della disciplina penitenziale stava diventando pericolosa per l’equilibrio sociale cittadino e la faccenda fu risolta dal Consiglio del Podestà con la proposta di un pellegrinaggio in Romagna ai primi di ottobre. Un allontanamento dunque che nella Lezenda fu trasformato in un moto spontaneo di divulgazione; da essa, infatti, risulta che dopo un lungo cammino segnato dal digiuno e dalla predicazione attraverso la Toscana e la Romagna, circondato da una moltitudine di penitenti, Raniero arrivò a Bologna il 10 ottobre del 1260.<br />
Arrivato che fu cominciò ad ammaestrare le folle cittadine, trovando nella popolazione bolognese un attivo recettore di novità. La spinta riformista dell’ex-eremita fu tale che, in pochi mesi, costituì la <strong>Compagnia de’ Divoti</strong>, di cui sembra facessero parte più di ventimila persone. Secondo molti storici invece, sarebbero stati i discepoli del Beato ad espandere la Disciplina utilizzando la nomea di Raniero per autogiustificare il proprio operato. D’altra parte le notizie sul terziario francescano a Perugia si interrompono dal 1261 al 1266, un silenzio che potrebbe avvallare e avvalorare l’ipotesi della sua presenza in quegli anni in altre città dell’Italia centro &#8211; meridionale. Quali esse furono, purtroppo, non è dato sapere.</div>
<p><strong>L&#8217;approvazione delle gerarchie</strong></p>
<div align="justify">Seguendo il filo della Lezenda, Raniero si sarebbe adoperato pazientemente per ottenere l’approvazione del suo operato da parte delle gerarchie ecclesiastiche bolognesi. Il placet arrivò il 15 febbraio 1261 con l’indulgenza concessa da papa <strong>Alessandro IV</strong>.<br />
Successivamente il movimento prese forza e la Legenda narra che Raniero stabilì che l’assistenza ai poveri, ai malati e ai carcerati fosse doveroso per i devoti, perché in linea con i dettami evangelici: «Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.». La Lezenda narra che, con la sola imposizione delle mani, guarì molte persone in modo miracoloso.<br />
Il doversi occupare dei bisognosi creò la necessità di avere un luogo in cui accoglierli, curarli e nutrirli nonostante la povertà di risorse. Grazie alla donazione di una casa e di un po’ di terra nel centro cittadino da parte della ricca e pia Donna Dolce, nacque l’Ospedale della Vita.<br />
Date le regole basilari della Compagnia, che furono presto approvate dagli statuti comunali, il Beato Raniero lasciò Bologna per tornare a Perugia, delegando il ruolo di guida ad un suo devoto discepolo, colui che in seguito verrà conosciuto come il <strong>Beato Bonaparte Ghisilieri</strong>.<br />
Tornato alla sua città natale prese moglie ed ebbe alcune figlie e si stabilì a <strong>Fontenuovo</strong>, dove istituì un piccolo ospedale e un ricovero per bisognosi. Ben presto fu però sollecitato a chiudere la sua attività dall’autorità religiosa, che temeva azioni di disturbo dalla folla di disperati che si accalcava nel ricovero.<br />
La morte del Beato avvenne probabilmente tra il novembre del 1281 e il marzo del 1283.</div>
<div align="justify"></div>
<div align="justify">Articolo realizzato da <strong>Maria Martelli</strong></div>
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		<title>Oderisi da Gubbio</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Aug 2017 08:04:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>I PROTAGONISTI DELLA MINIATURA DUGENTESCA: ODERISI DA GUBBIO E FRANCO BOLOGNESE  di Giovanni Fallani estratto da &#8221; Studi Danteschi&#8221;, vol. XLVIII, 1971 Sansoni Editore &#8220;Oh!&#8221;, diss’io lui, &#8220;non se’ tu Oderisi, l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte ch’alluminar chiamata è in Parisi?&#8221; &#8220;Frate&#8221;, diss’elli, &#8220;più ridon le carte che pennelleggia Franco Bolognese. (DAL “PURGATORIO” DI DANTE ALIGHIERI CANTO XI &#8211; [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><strong><span style="color: #8b0000;">I PROTAGONISTI DELLA MINIATURA DUGENTESCA:<br />
</span></strong><span style="color: #8b0000;"><span style="font-size: medium;">ODERISI DA GUBBIO<br />
E FRANCO BOLOGNESE</span><br />
</span> <strong>di Giovanni Fallani<br />
estratto da &#8221; Studi Danteschi&#8221;, vol. XLVIII, 1971 Sansoni Editore </strong></p>
<p align="center"><strong>&#8220;Oh!&#8221;, diss’io lui, &#8220;non se’ tu Oderisi,<br />
l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte<br />
ch’alluminar chiamata è in Parisi?&#8221;<br />
&#8220;Frate&#8221;, diss’elli, &#8220;più ridon le carte<br />
che pennelleggia Franco Bolognese.<br />
</strong>(DAL “PURGATORIO” DI DANTE ALIGHIERI CANTO XI &#8211; 79-83)</p>
<p align="justify">La citazione dantesca, nel <strong>canto XI del Purgatorio</strong>, che associa nello stesso quadro compositivo i minatori, i pittori, i poeti muove dal valore cha l’<strong>Alighieri</strong> attribuiva agli artefici dell’opera d’arte. Ci dev’essere stato un contatto del poeta con gli “<em>scriptoria</em>”, certamente a Firenze e a Bologna, se teniamo conto dei vari aspetti che tutto il mondo artistico rivelava nella sua divulgazione, in quelgi anni di persistenti tradizioni bizantine e di rinnovamento. (…)<br />
La testimonianza dantesca appartiene, al convincimento che l’evoluzione spirituale in atto si registra, fuori dell’astratto tecnicismo, con il succedersi delle forme che differenziano, anche a brevi distanze, le singole generazioni. Dante avverte che esistono affinità e analogie nel trapasso delle arti protese verso aspirazioni nuove, consone alla società del tempo. Non è stato messo in luce come di dovere, chi e quali fossero le persone religiose e laiche che Dante poté conoscere nell’adolescenza e nella giovinezza fiorentina, addette allo “scripotrium” e <span style="color: #8b0000;"><span style="color: #000000;">all’</span><strong>arte del minio</strong></span>.<br />
Non si va lontani dal vero, sostando a <strong>S. Maria Novella</strong>, attivo centro domenicano di scrittori calligrafi e di miniatori. (…)<br />
I coetanei di Dante, negli anni in cui il poeta frequentò “<em>le scuole de li religiosi e le disputazioni de li filosofanti</em>” (Conv. III, XII, 7).<br />
Il gruppo dei Corali domenicani dell’Italia centrale, quelli di<strong> S. Jacopo di Ripoli</strong>, di <strong>S. Domenico di Bologna</strong>, di <strong>S. Domenico di Gubbio</strong>, di <strong>S. Domenico di Perugia</strong>, di <strong>S. Romano di Lucca</strong>, il <strong>Graduale</strong> e l’<strong>Antifonario</strong> n. 354 della Biblioteca Universitaria di Messina, appartengono ai <strong>Codici del Duecento e del primo Trecento</strong>. (…)<br />
Nonostante il tempo, ci appaiono tuttora nella loro primitiva bellezza: sono elaborati in scrittura gotica toscana con miniature, in genere bizantineggianti, e con influssi evidenti dell’arte romanica. (…)</p>
<p align="justify"><strong>ALLA RICERCA DI UNA IDENTITÀ<br />
</strong>Ci chiediamo se sia possibile muoverci, ora, in una direzione precisa in mezzo ai manoscritti e alle figurazioni, per trovare due regioni definibili, l’una come <strong>zona di Oderisi</strong>, l’altra come<strong> zona di Franco Bolognese</strong>. <span style="text-decoration: underline;">Dei codici conosciamo spesso il nome del calligrafo, quello del miniatore è meno noto</span>, a meno che non si abbiano i registri di pagamento come avviene per i primi vent’anni del Trecento per la cerchia di S. Maria Novella. (…)<br />
La Bibbia Lat. N. 22 della Bibl. Naz. di Parigi fu scritta da <strong>Cardinale e Rugerino da Forlì</strong> per <strong>Frédol de Saint-Bonnet</strong>, canonico magalomense, e poi vescovo di Puy nel 1284; <strong>Paolo di Giacomino dell’Avvocato</strong>, miniatore, è citato in alcuni documenti, come testimone insieme ad Oderisi, e il padre dello stesso Oderisi: Guido era miniatore.(…)</p>
<p align="justify"><strong>CARATTERISTICHE DI FRANCO BOLOGNESE </strong>(…)<br />
I versi danteschi dicono che <span style="text-decoration: underline;">le miniature di Franco “ridono”</span> e che il disegno ha una sua scioltezza al pari del colore: “<em>Pennelleggia</em>”, mentre tutto questo si avverte molto meno in Oderisi. (…)</p>
<p align="justify"><strong>LA DIFFERENZA CON IL BOLOGNA </strong><br />
Oderisi, nel celebrare così altamente il rivale, fa capire che quelle doti non erano le sue, che egli aveva seguito una scuola di tradizione bizantina e si era mantenuto fedele ai canoni della miniatura bolognese, senza le ulteriori ricerche sui modi della cultura francese. (…)<br />
<strong>Giorgio Castelfranco </strong>mi fece conoscere i suoi studi sui <strong>codici eugubini </strong>per comprendere la maniera di <strong>Oderisi</strong> e mi portò quasi per mano (…) per aggiornare l’ipotesi e le notizie sopra questi <strong>sei corali miniati </strong>certamente dugenteschi – sono da scartare altri cinque che non fanno parte dell’età oderisiana – esistenti all’Archivio di Stato di Gubbio. (…)</p>
<p align="justify"><strong>LO STILE ODERISI<br />
</strong>E’ plausibile che questi codici costituiscano insieme la maniera e la scuola di Oderisi: <span style="text-decoration: underline;">alcune miniature hanno uno scatto ed una forza di stile da farci sentire la supremazia di un artista che per colori e immagini, esprime un “<em>visibile parlare</em>”</span>. Questo materiale miniatorio s’impone per un impianto ornamenale costante e per un modulo figurale di tipo bizantino, con qualche accento popolaresco: ci colpisce la sua schietta e vivificante pagina e l’eleganza decorativa, in accordo al pathos delle figure e alle sagome degli ambienti. (…)</p>
<p align="justify"><strong>DUE ZONE</strong><br />
A noi sembra, in conclusione, che ci si possa orientare nella determinazione di <strong>due zone o maniere</strong>. In quella di <strong>Oderisi</strong> riteniamo che possano figurare: <em>i codici eugubini</em>, <em>la Bibbia </em>(Vat. Lat. n. 20) e, forse, <em>il Salterio</em> 346 dell’Università di Bologna, in quella di <strong>Franco</strong> <em>la Bibbia di Parigi</em>, <em>la Bibbia della Malatestiana di Cesena</em> e, forse l’<em>Exultet</em> (b.78) dell’Archivio di S. Pietro, ora alla Biblioteca Vaticana. (…)</p>
<p align="justify"><strong>CORALI EUGUBINI (ODERISI) </strong><br />
I <strong>Corali eugubini </strong>hanno precedenti nell’iconografia bizantina e ne riflettono il clima: se ravvisiamo, inoltre, un <strong>timbro romanico </strong>e rapporti con la <strong>pittura murale</strong>, ciò è dovuto al desiderio dell’autore di emulare il sacro, visibile nelle chiese, e al bisogno di restare dentro certi canoni di osservanza per la comunità conventuale, a cui i libri dovevano servire durante la funzione liturgica e che controllava, più di quanto non s’immagini, la fedeltà o meno alla tradizione e alla teogolgia di tali interventi.<br />
Il <strong>cromatismo acceso</strong>, in accordo con gli ornati della pagina e la figurazione narrativa, rivela la fantasia del decoratore e la sua cultura, che <span style="text-decoration: underline;">si scopre a cominciare dalle cornicie dai fregi</span> prescelti per definire l&#8217;episodio sul fondo, generalmente di una tonalità netta in azzurro cupo, in uno o due campi è diviso sovente lo svolgimento del tema, più <span style="text-decoration: underline;">in basso la parte umana, in alto quella propria del Cristo e del mondo soprannaturale.<br />
</span>Per tutta l&#8217;ampiezza della miniatura il disegno e le figure tendono a toccare i bordi esterni.<br />
Le volute tondeggianti, le piccole o grandi foglie che raggiungono un colore verdastro metallico, il modo di punteggiare in bianco le piccole croci ornamentali, il risalto dei volti e delle vesti, gli atteggiamenti dei personaggi, il ricorso frequente a un solido modellato di elementi architettonici ci fanno sentire che siamo dinanzi a <span style="text-decoration: underline;">un linguaggio d&#8217;arte controllato</span>, come si addice, riteniamo, alla zona<strong> Oderisi</strong>. (…)</p>
<p align="justify"><strong><img class="alignleft" style="width: 220px; height: 309px; border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/oderisidagubbio.jpg" alt="" width="220" height="309" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /><br />
SI OBLITUS FUERO TUI IERUSALEM </strong><br />
<em>(vedi immagine a lato)</em></p>
<p align="justify">A commento del Salmo: “<em>Super flumina Babylonis</em>”, e precisamente al versetto:<br />
“<em>Si oblituts fuero tui Jerusalem</em>”,<br />
s’innalza un minareto, dove figurano due trombettieri, il re e i suoi consiglieri, nell’ansa della “<strong>S</strong>” ci sono i deportati della Palestina, che siedono sulle rive del fiume e piangono ricordando il tempio e la città di Sion.</p>
<p align="justify">Lo stupendo minio ha una larghezza d’impianto, la composizione è giusta di misura e si svolge ritmata nello scomparto, la chiarezza del colore s’impone nella dosatura sapiente dei passaggi tonali. (…)</p>
<p align="justify"><strong>IL DOCUMENTO PIÙ ALTO DI ODERISI</strong><br />
La Bibbia ms. lat. 20 della Biblioteca Apostolica Vaticana ci sembra il documento più alto che si possa citare per Oderisi, o la sua maniera: vi è l’arte esimia di un artista, in cui confluiscono varie esperienze risolte in unità di stile. Il sacro si identifica con gli schemi bizantini, intesi liberamente, in quanto nel canone consueto compaiono improvvise scelte di carattere fantastico e popolare, colte dal vero. <span style="text-decoration: underline;">Per un artista proveniente dal mondo umbro, il francescano è il tipo che maggiormente impersona l’ideale religioso</span>. (…)<br />
Dalle Bibbie del tempo carolingio a questa vaticana, c’è tutto un cammino che spiega i tempi e le condizioni della nostra cultura, ma in questa cosidetta arte minore, proprio nella miniatura, esercitata spesso da artisti che dipingevano poi nei conventi, nelle sale dei comuni, nelle chiese, ritroviamo l’eco delle aspirazioni più grandi, come nella Tav. XX, sempre del citato ms. lat. 20, in cui l’artista quale esordio alla <strong>I Lettera ai Corinti </strong>– molto significativa l’<strong>iconografia di S. Paolo </strong>– si è abbandonato al godimento di creare un suo campanile e una chiesa. Basterebbe raccogliere le figure slanciate, miniate con finezza, per avere un quadro della partecipazione popolare, che l’artista ha inteso dare, nello svolgimento del più alto discorso sacro sul Vecchio e sul Nuovo Testamento. (…)</p>
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		<title>Matteo da Gualdo</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Sep 2014 15:16:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>La pittura di Matteo di Pietro, più noto come Matteo da Gualdo (circa 1435-1507) rappresenta una delle più originali testimonianze della varietà di linguaggi artistici che caratterizzano il Quattrocento italiano. A fianco dei principali artisti attivi in Umbria, espressione delle grandi novità portate in pittura dall&#8217;ambiente fiorentino, la sua opera, estrosa e ricca di riferimenti culturali, rivela l&#8217;aspetto non ufficiale [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" alt="" src="/wp-content/gallery/resources/madonna%20col%20bambino%20e%20santi.jpg" width="250" height="225" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<p style="text-align: justify;">La pittura di <strong>Matteo di Pietro</strong>, più noto come <strong>Matteo da Gualdo</strong> (circa 1435-1507) rappresenta una delle più originali testimonianze della varietà di linguaggi artistici che caratterizzano il <strong>Quattrocento italiano</strong>.<br />
A fianco dei principali artisti attivi in Umbria, espressione delle grandi novità portate in pittura dall&#8217;ambiente fiorentino, la sua opera, estrosa e ricca di riferimenti culturali, rivela l&#8217;aspetto non ufficiale ma comunque prezioso del vivace e variegato panorama del <strong>Rinascimento umbro</strong>.<br />
Si pensa sempre ad un unico Rinascimento, nato a Firenze ed esportato in altri centri, ma in realtà nel Quattrocento i fenomeni di rinascita artistica sono molti e non tutti riconducibili a una stessa matrice.<br />
Il termine di <strong>Rinascimento eccentrico</strong> indica questa complessità di fenomeni ed espressioni artistiche che si sviluppano in ambiti periferici rispetto ai grandi centri di produzione, grazie alla circolazione di idee favorita dalla mobilità di artisti itineranti. <img class="alignright" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" alt="" src="/wp-content/gallery/resources/cristo%20matteo%20da%20gualdo.jpg" width="200" height="252" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" /><br />
Tali esperienze si possono definire eccentriche anche per alcuni aspetti stilistici ricorrenti, interpretati dagli artisti secondo personali codici e accentuazioni, come la forzatura espressiva, l&#8217;enfasi decorativa, l&#8217;interesse per l&#8217;antico.<br />
Attivo nella seconda metà del Quattrocento con una fiorente bottega, <strong>Matteo da Gualdo</strong> discende da una singolare famiglia di &#8220;<em>pittori-notai</em>&#8221; che riveste un importante ruolo sociale nella città di Gualdo Tadino.<br />
Mentre il figlio Girolamo e il nipote Bernardo, formatisi presso la sua bottega, svolgono principalmente l&#8217;attività notarile, Matteo si dedica soprattutto alla pittura. Pur se impegnato in importanti commissioni anche ad Assisi e Nocera Umbra, la sua attività si concentra soprattutto a Gualdo e nel territorio circostante ove quasi non c&#8217;è chiesa, convento o oratorio che non porti traccia del suo passaggio.<br />
La pittura di Matteo, semplice e colta insieme, si forma in ambito locale sugli esempi estrosi di Bartolomeo di Tommaso da Foligno, ma rapidamente si aggiorna su altre e diverse componenti: la cultura padovana e squarcionesca; gli artisti di Camerino, in particolare Girolamo di Giovanni; gli apporti di Carlo Crivelli, dei suoi seguaci e di Niccolò Alunno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">
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		<title>Santa Chiara di Montefalco</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Aug 2013 09:33:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Santi e Beati]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Montefalco, Perugia, 1268 &#8211; Montefalco, 17 agosto 1308 LA VITA S. Chiara della Croce nacque a Montefalco (Perugia) nel 1268 da una famiglia benestante. Era attirata fin da piccola a pregare e ad immedesimarsi nella contemplazione di Gesù bambino e della sua via crucis, anche perché la sorella Giovanna, maggiore di circa diciotto anni, le era d&#8217;esempio nella dedizione alla [&#8230;]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #8b0000;"><strong><img class="alignleft" style="width: 200px; height: 291px; border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" alt="" src="/wp-content/gallery/resources/s_chiara_mon.jpg" width="200" height="291" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" /></strong></span><span style="color: #8b0000;"><strong>Montefalco, Perugia, 1268 &#8211; Montefalco, 17 agosto 1308</strong></span></p>
<div align="justify">
<p><span style="color: #8b0000;"><strong>LA VITA</strong></span><br />
<strong>S. Chiara</strong> della Croce nacque a <strong>Montefalco (Perugia)</strong> nel 1268 da una famiglia benestante. Era attirata fin da piccola a pregare e ad immedesimarsi nella contemplazione di Gesù bambino e della sua via crucis, anche perché la sorella Giovanna, maggiore di circa diciotto anni, le era d&#8217;esempio nella dedizione alla preghiera e nel <strong>&#8220;tenere solitario il cuore&#8221;</strong>, e nel <strong>1271</strong> entrò con un&#8217;amica in un piccolo reclusorio costruito da papà <strong>Damiano</strong> poco fuori del paese. Chiara aveva sei anni quando volle entrare anche lei nel reclusorio e subito s&#8217;impegnò in lunghe preghiere, in penitenze e nei servizi comuni. L&#8217;esempio delle tre recluse e particolarmente di <strong>Giovanna</strong> e <strong>Chiara</strong> attirò nuove aspiranti, tanto che il reclusorio divenne del tutto insufficiente. Allora papà Damiano iniziò a costruirne uno più grande, in un luogo indicato dalla stessa Giovanna, dov&#8217;è l&#8217;attuale <strong>monastero di S.Chiara</strong>.</p>
<p><span style="color: #8b0000;"><strong>GRANDE PENITENTE</strong></span><br />
Chiara si offrì volontaria per chiedere l&#8217;elemosina: scalza, il volto velato, uscì una decina di volte, accompagnata da una Sorella, senza mai varcare la soglia di una casa, sempre ringraziando con un profondo inchino sia quando riceveva l&#8217;elemosina sia quando riceveva un rifiuto o un insulto. Chiara fu grande penitente, servendo Dio con digiuni e preghiere. Ma le sue penitenze erano esclusivamente motivate dalla sua continua comunione col Cristo della via crucis, fino a sentirla fisicamente, fino ad applicarla in tutte le sue esperienze anche fisiche. Essa si era formata sull&#8217;ammonimento della sorella Giovanna, la quale, all&#8217;inizio della loro esperienza comune nel reclusorio, ammoniva Chiara che tenesse sempre la mente in Dio e nella passione di Cristo.<span style="color: #8b0000;"><strong><img class="alignright" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" alt="" src="/wp-content/gallery/resources/Santa%20Chiara%20da%20Montefalco/SantaChiaraMontefalco.jpg" width="240" height="320" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /></strong></span></p>
<p><span style="color: #8b0000;"><strong>UNA REGOLA</strong></span><br />
Nel <strong>1290</strong> la comunità dovette scegliere una <strong>Regola</strong> e chiese e ottenne dal vescovo di <strong>Spoleto</strong> di adottare la <strong>Regola di S. Agostino</strong>, che da allora diviene la guida spirituale comunitaria della vita quotidiana, della preghiera comune, del lavoro, della correzione fraterna, dello spirito di povertà, di castità e di obbedienza, dell&#8217;interiorità e, in tutto e sopra tutto, della carità fraterna delle sorelle <em>&#8220;esalanti dalla santa convivenza il buon profumo di Cristo, non come serve sotto la legge, ma come donne libere sotto la grazia&#8221;</em>.</p>
<p><span style="color: #8b0000;"><strong>LA PROVA</strong></span><br />
<strong>Chiara</strong> già da un paio d&#8217;anni era afflitta da una grave <strong>aridità</strong>: credeva di essere la peggiore delle creature, abbandonata da Dio e come disperata e fu così per <strong>undici anni</strong>. Alla fine del <strong>1291</strong> morì la sorella e Chiara, nonostante le sue preghiere e le lacrime, fu eletta abbadessa e fu subito e sempre madre e maestra delle Sorelle. Fu durante la <strong>Crisi</strong>, all&#8217;inizio del <strong>1294</strong>, che Cristo le apparve portando una grande croce e le disse: <em>&#8220;Ho cercato un luogo forte per piantare questa croce; qui e non altrove l&#8217;ho trovato, se vuoi essere mia figlia, devi morire sulla croce&#8221;</em>. Da quel momento sentì nel suo cuore sensibilmente e per sempre la croce.<br />
Essa superò la prova col dono e l&#8217;esperienza dell&#8217;umiltà. Quanto questa fu profonda e semplice altrettanto lo furono i doni mistici e i doni di scienza e sapienza infusi nel suo cuore e nella sua mente. Benché illetterata diventò centro di forti decisive esperienze spirituali, ma anche bibliche e teologiche, di moltissime persone di ogni estrazione sociale e culturale, compresi teologi, santi e grandi peccatori.<br />
E fu solo Chiara che intuì chiaramente l&#8217;errore mortale del francescano <strong>fra Bentivenga</strong> da <strong>Gubbio</strong>, capo dello <strong>&#8220;Spirito di libertà&#8221;</strong>, un movimento pseudoreligioso in cui convivevano culture e istinti, mistica e lussuria. Tentò di attirare anche Chiara, ma essa lo smascherò e lo denunciò all&#8217;autorità ecclesiastica. Ma Chiara era anche tutta per i poveri, per i bisognosi nel corpo e nell&#8217;anima, per i perseguitati, per i giovani sbandati. Si adoperò, sia con la preghiera sia con interventi vari, per la pace spesso violata sia in <strong>Umbria</strong> che in <strong>Toscana</strong>. Chiara aveva molti doni straordinari ma specialmente durante la prova, imparò l&#8217;umiltà dalle cose che patì e quindi portò la sua croce dietro a Gesù senza mai voltarsi indietro, senza più bisogno di conforti umani.</p>
<p><span style="color: #8b0000;"><strong><img class="alignleft" style="width: 300px; height: 184px; border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" alt="" src="/wp-content/gallery/resources/s_chiara_montef.jpg" width="300" height="184" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" />LA MORTE</strong></span><br />
Morì verso le <strong>nove</strong> del <strong>17 agosto 1308</strong>, lietamente: <em>&#8220;Belglie, belglie, belglie vita eterna! Non mi si afà Signore, sì gran pagamento!&#8221;</em> Le monache, decise a conservare il corpo, lo esenterarono e il giorno dopo, ricordando il ritornello di chiara <em>&#8220;Io ajo Jesu Cristo mio crocifisso entro lo core mio&#8221;</em>, aprirono il cuore e vi scoprirono i <strong>&#8220;segni&#8221;</strong> della passione di Gesù, che nei giorni successivi furono esaminati da esperti <strong>civili</strong> e <strong>religiosi</strong> e ritenuti unanimemente miracolosi. Tra il <strong>1317</strong> e il <strong>1318</strong> si svolse il processo apostolico (<strong>486</strong> deposizioni). Il processo fu ripreso nel <strong>1724</strong> e Chiara venne chiamata ufficialmente <strong><span style="color: #8b0000;">Beata</span></strong>, ma ancora una volta la causa si arrestò. Fu concluso solo nel <strong>1881</strong>. La canonizzazione avvenne in <strong>S. Pietro</strong> l&#8217;<strong>8 dicembre</strong> <strong>1881</strong>. Chi la incontra fa una singolare esperienza di fede e di carità e di consolazione come coloro che la conobbero e che testimoniarono.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Le dimissioni di un Papa : Celestino V &#8211; Eletto a Perugia</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Feb 2013 08:23:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rolando]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Uno dei primi atti ufficiali di Celestino V fu l&#8217;emissione della cosiddetta Bolla del Perdono, bolla che elargisce l&#8217;indulgenza plenaria a tutti coloro che confessati e pentiti dei propri peccati si rechino nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio, nella città dell&#8217;Aquila, dai vespri del 28 agosto al tramonto del 29. Fu così istituita la Perdonanza, celebrazione religiosa che anticipò [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/Celestino-V1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5312" title="Celestino V" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/Celestino-V1-176x300.jpg" alt="" width="176" height="300" /></a>Uno dei primi atti ufficiali di <strong>Celestino V</strong> fu l&#8217;emissione della cosiddetta <strong>Bolla del Perdono</strong>, bolla che elargisce l&#8217;indulgenza plenaria a tutti coloro che confessati e pentiti dei propri peccati si rechino nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio, nella città dell&#8217;Aquila, dai vespri del <strong>28 agosto</strong> al tramonto del <a href="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/documento-elezione-Celestino-V.jpeg"><img class="alignright size-medium wp-image-5309" title="documento elezione Celestino V" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/documento-elezione-Celestino-V-300x156.jpg" alt="" width="300" height="156" /></a><strong>29</strong>. Fu così istituita la <strong>Perdonanza</strong>, celebrazione religiosa che anticipò di sei anni il primo Giubileo del 1300, ancora oggi tenuta nel capoluogo abruzzese.</p>
<p>In pratica, <strong>Celestino V</strong> istituì a Collemaggio (L’Aquila) un prototipo del Giubileo, successivamente copiato dal suo successore (Bonifacio VIII).</p>
<p><em>Chi era Celestino V ?</em></p>
<p>Le trattative tra Carlo II d&#8217;Angiò, Re di Napoli, e Giacomo II, Re di Aragona, per sistemare le vicende legate all&#8217;occupazione aragonese della Sicilia, avvenuta all&#8217;indomani dei cosiddetti vespri siciliani, del 31 marzo 1282. Poiché si stava per giungere alla stipula di un trattato, Carlo d&#8217;Angiò aveva necessità dell&#8217;avallo pontificio, la qual cosa era impossibile, stante la situazione di stallo dei lavori del Conclave. Spinto da questa esigenza, il re di Napoli si recò, insieme al figlio Carlo Martello, a <strong>Perugia</strong> dove era riunito il Conclave, con lo scopo di sollecitare l&#8217;elezione del nuovo Pontefice. Il suo ingresso nella sala dove era riunito il Sacro Collegio provocò ovviamente la riprovazione di tutti i cardinali e il re fu cacciato fuori, soprattutto per l&#8217;intervento del cardinale Benedetto Caetani. Questa vicenda, con molta probabilità, indusse i cardinali a prendere coscienza del fatto che si rendeva necessario chiudere al più presto la sede vacante.</p>
<p>Nel frattempo, <strong>Pietro del Morrone</strong> aveva predetto &#8220;<em>gravi castighi</em>&#8221; alla Chiesa se questa non avesse provveduto a scegliere subito il proprio pastore. La profezia fu inviata al Cardinale Decano Latino Malabranca, il quale la presentò all&#8217;attenzione degli altri cardinali, proponendo il monaco eremita come Pontefice; la sua figura ascetica, mistica e religiosissima, era nota a tutti i regnanti d&#8217;Europa e tutti parlavano di lui con molto rispetto. Il Cardinale Decano, però, dovette adoperarsi molto per rimuovere le numerose resistenze che il Sacro Collegio aveva sulla persona di un non porporato. Alla fine, dopo ben 27 mesi, emerse dal Conclave, all&#8217;unanimità, il nome di Pietro Angelerio del Morrone; era il 5 luglio 1294.</p>
<p>L&#8217;elezione unanime da parte del Sacro Collegio di un semplice frate eremita, completamente privo di esperienza di governo e totalmente estraneo alle problematiche della Santa Sede, può forse essere spiegato dal proposito attendista di tacitare l&#8217;opinione pubblica e le monarchie più potenti d&#8217;Europa, vista l&#8217;impossibilità di eleggere un porporato su cui tutti fossero d&#8217;accordo. È possibile che i cardinali fossero pervenuti a questa soluzione pensan<a href="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/Collemaggio-LAquila.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-5314" title="Collemaggio (L'Aquila)" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/Collemaggio-LAquila.jpeg" alt="" width="253" height="199" /></a>do anche di poter gestire, ciascuno a modo suo, la totale inesperienza del vecchio frate eremita, guidandolo in quel mondo curiale e burocratico a cui egli era totalmente estraneo, sia per reggere meglio la Chiesa in quel difficile momento, sia per vantaggi personali.</p>
<p>In effetti Pietro da Morrone dimostrò una notevole ingenuità nella gestione amministrativa della Chiesa, ingenuità che, unitamente ad una considerevole ignoranza (nei concistori si parlava in volgare, non conoscendo egli a sufficienza la lingua latina) precipitò l&#8217;amministrazione in uno stato di gran confusione, giungendo persino ad assegnare il medesimo beneficio a più di un richiedente.</p>
<p>Circa quattro mesi dopo la sua incoronazione, nonostante i numerosi tentativi per dissuaderlo avanzati da Carlo d&#8217;Angiò, il 13 dicembre 1294 <strong>Celestino V</strong>, nel corso di un Concistoro, diede lettura di una bolla, forse appositamente preparata per l&#8217;occasione, nella quale si contemplava la possibilità di un&#8217;abdicazione del Pontefice per gravi motivi. L&#8217;esistenza di questo documento, il cui originale ad oggi non ci è pervenuto, è ancora controversa nella storiografia.</p>
<p>Undici giorni dopo le sue dimissioni infatti, il Conclave, riunito a Napoli in Castel Nuovo, elesse il nuovo papa nella persona del cardinal <strong></strong>, laziale di Anagni. Aveva 64 anni circa ed assunse il nome di <strong>Bonifacio VIII</strong>.<a href="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/monogramma-di-Celestino-V.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-5319" title="monogramma di Celestino V" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/monogramma-di-Celestino-V-300x274.jpg" alt="" width="300" height="274" /></a></p>
<p>Caetani, che aveva aiutato Celestino V nel suo intento di dimettersi, temendo uno scisma da parte dei cardinali filo-francesi a lui contrari mediante la rimessa in trono di Celestino, diede disposizioni affinché l&#8217;anziano frate fosse messo sotto controllo, per evitare un rapimento da parte dei suoi nemici. Celestino, venuto a conoscenza della decisione del nuovo papa grazie ad alcuni tra i suoi fedeli cardinali da lui precedentemente nominati, tentò una fuga verso oriente fuggendo da San Germano per raggiungere la sua cella sul Morrone e poi Vieste sul Gargano per tentare l&#8217;imbarco per la Grecia, ma il 16 maggio 1295 fu catturato presso Santa Maria di Merino da Guglielmo Stendardo II, connestabile del regno di Napoli, figlio del celebre Guglielmo Stendardo detto &#8220;Uomo di Sangue&#8221;.</p>
<p>Raggiunto dai soldati, questi lo rinchiusero nella rocca di Fumone, in Ciociaria, castello nei territori dei Caetani e di diretta proprietà del nuovo Papa; qui il vecchio Pietro morì il 19 maggio 1296, fortemente debilitato dalla deportazione coatta e dalla successiva prigionia.</p>
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		<title>Piero della Francesca</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Mar 2011 23:14:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>La storia Piero della Francesca, uno dei protagonisti dell&#8217;arte italiana del Quattrocento non ebbe verso i posteri quell&#8217;attenzione che facilita il lavoro degli storici. Su di lui si hanno pochissime informazioni documentate. Si sa però con certezza la data della morte, registrata a Sansepolcro, suo borgo natale, il 12 ottobre 1492, giorno della scoperta dell&#8217;America, quasi cinquecento anni fa. Per [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><strong><span style="color: #8b0000;">La storia</span></strong></p>
<p>Piero della Francesca, uno dei protagonisti dell&#8217;arte italiana del Quattrocento non ebbe verso i posteri quell&#8217;attenzione che facilita il lavoro degli storici. Su di lui si hanno pochissime informazioni documentate. Si sa però con certezza la data della morte, registrata a Sansepolcro, suo borgo natale, il 12 ottobre 1492, <img class="alignright" style="width: 300px; height: 431px; border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/pierofranc_federicomontefe.jpg" alt="" width="300" height="431" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" />giorno della scoperta dell&#8217;America, quasi cinquecento anni fa. Per il cinquecentenario della morte sono in corso manifestazioni che culmineranno nel 1992. L&#8217;occasione è servita a trovare le energie e il denaro per avviare restauri non più rinviabili e organizzare una serie di mostre e convegni per approfondire la conoscenza di uno dei massimi artisti dei nostro Quattrocento. È ormai quasi luogo comune snobbare le iniziative organizzate per la ricorrenza di nascite e morti di persone illustri, considerate rituali vuoti di contenuto; ma in questo caso, per Piero, le cose sembrano stare diversamente.</p>
<p>Le manifestazioni sono state inaugurate, infatti, da un&#8217;esemplare indagine diagnostica sugli affreschi con la leggenda della Vera Croce, nel coro della chiesa di San Francesco ad Arezzo (considerati il capolavoro di Piero) e sulla Madonna del Prato di Monterchi, il famoso affresco che raffigura la Vergine incinta, la mano sul ventre e ai lati due angeli che scostano la cortina di una tenda. I risultati dell&#8217;indagine, esposti nell&#8221;89 in una mostra e in un convegno, sono stati la base dei restauro degli affreschi aretini, ora in corso. Due mostre, che si sono concluse di recente, hanno illustrato alcuni aspetti della sua influenza sull&#8217;arte dei Ventesimo secolo: una dedicata ad opere di Milton Glaser in omaggio a Piero, l&#8217;altra ai rapporti tra il pittore e l&#8217;arte italiana tra 1920 e 1938. Varie altre iniziative sono in preparazione da parte del &#8220;comitato nazionale per il quinto centenario della morte di Piero della Francesca&#8221;, presieduto dal ministero dei Beni culturali e di cui fanno parte enti locali, istituti universitari, soprintendenze e organizzazioni culturali, come la recente Fondazione Piero della Francesca, diretta da Valentino Baldacci. Un calendario completo e ufficiale delle iniziative non c&#8217;è ancora; l&#8217;elenco che segue può dare una prima idea delle manifestazioni. <br /> Ad Arezzo, Monterchi, Sansepolcro, Urbino e Firenze, cinque luoghi pierfrancescani, sono previste mostre che illustreranno i rapporti di Piero con l&#8217;arte locale: ad Arezzo si terrà una mostra dedicata agli &#8220;abiti e gioielli di Piero&#8221;. A Firenze verrà organizzata un&#8217;esposizione dedicata alla &#8220;formazione fiorentina di Piero&#8221;: uno dei pochi documenti rimasti ricorda infatti la presenza di Piero a Firenze nel 1439, come aiuto di Domenico Veneziano per gli affreschi (perduti) del coro di Sant&#8217;Egidio. La mostra di Sansepolcro, prevista per il giugno 1992, avrà per tema &#8220;prima e dopo Piero la pittura umbro-marchigiana&#8221;.<br /> Alla corte urbinate di Federico da Montefeltro, dove soggiornò a più riprese, Piero con la sua nuova concezione dello spazio, influì notevolmente sulla creazione del Palazzo Ducale. Forse l&#8217;artista partecipò direttamente alla progettazione. E proprio a Urbino si farà il punto sui rapporti tra Piero e l&#8217;architettura del suo tempo, nell&#8217;ambito di un convegno su &#8220;Piero e le corti&#8221;, annunciato dal soprintendente Paolo Dal Poggetto per l&#8217;estate prossima.</p>
<p style="text-align: center;" align="center"><img class="aligncenter" style="width: 400px; height: 185px; border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/02_arezzo_rinvenimento.jpg" alt="" width="400" height="185" align="absMiddle" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<p align="justify">Per quanto riguarda i restauri, oltre a quelli già detti ad Arezzo, a Sansepolcro sono in corso lavori nella chiesa di Santa Chiara, l&#8217;antica Sant&#8217;Agostino, per cui Piero eseguì un polittico oggi smembrato, e da cui proviene il frammento di affresco con un santo (forse San Giuliano), ora al Museo Civico di Sansepolcro. Da tre anni, inoltre, a quanto dice l&#8217;assessore alla cultura Giovanni Tricca, si sta cercando un affresco documentato da una nota di pagamento della Confraternita della Misericordia (la stessa per cui Piero eseguì la famosa Pala della Misericordia, ora nel Museo Civico di Sansepolcro), che si pensa sia celato dietro uno dei muri della chiesa e ospedale della Confraternita.<br /> Le celebrazioni continueranno anche dopo il 1992: il primo gennaio dell&#8217;anno prossimo inizierà un progetto triennale di catalogazione di beni artistici, storici, architettonici e ambientali legati a Piero presso la Fondazione Piero della Francesca. Altri eventi in programma sono: un convegno internazionale sull&#8217;opera artistica e scientifica di Piero, una mostra, a cura di Enrico Giusti, sulla &#8220;Matematica del &#8216;400: da Piero della Francesca a Luca Pacioli&#8221; (che probabilmente si terrà nel 1993 o nel 1994), la pubblicazione di una rivista, l&#8217;edizione critica dei tre trattati teorici del pittore.</p>
<p align="justify"><strong><span style="color: #8b0000;">Sansepolcro<br /> </span></strong><br /> <img class="alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; width: 300px; height: 264px;" src="/wp-content/gallery/resources/03_sansepolcro_polittico.jpg" alt="" width="300" height="264" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<div> </div>
<p align="justify"><strong>E SULLO SFONDO I CIPRESSI DEL BORGO</strong><br /> Un gruppetto di case basse, alcune torri merlate che spuntano alte dalle mura, uno stradone bianco e dritto <br /> Polittico della Misericordia come un fuso che <br />conduce da Anghiari, il Tevere ancora limpido che la sfiora: questo doveva essere nel Quattrocento, Borgo San Sepolcro, (oggi Sansepolcro), vicino ad Arezzo, dove probabilmente nel 1420 nacque Piero della Francesca. A questo borgo fuori dai grandi giri di influenze e di committenze, disteso tra un vasto e raccolto anfiteatro montano e collinare Piero si ispirò per il paesaggio de Il Battesimo di Cristo ora conservato alla National Gallery di Londra, rimanendogli sempre affezionatissimo. La cittadina, dove ancora si trova la casa natale ristrutturata, che è diventata sede del Comitato nazionale istituito per le celebrazioni dell&#8217;artista, può considerarsi il punto di partenza di un itinerario per chi vuole ripercorrere i luoghi dove il pittore è vissuto e quelli dove è possibile vedere i capolavori del maestro rimasti in Italia. Il Polittico della Misericordia, è la prima committenza che Piero riceve nel 1445 dalla Confraternita, che gli impose perfino i colori e la quantità d&#8217;oro da usare per il fondo. Piero non gradì il condizionamento, ma non poté opporsi. Terminò l&#8217;opera, che realizzò con alcuni assistenti, intorno al 1448. In alcune figure come la Vergine e il San Giovanni della Crocifissione sulla cuspide, o nel mantello della Madonna al centro della tavola, è già presente, rigorosa e nuovissima, la legge della prospettiva. Il Polittico è conservato nella Pinacoteca comunale assieme agli affreschi della Resurrezione, di San Ludovico e di San Giuliano.</p>
<p align="justify"><strong><span style="color: #8b0000;">Monterchi</span></strong></p>
<p><strong>IL MIRACOLO DELLA VERGINE SENZA VANTO<br /> </strong>Piccolissimo e suggestivo, il borgo dista solo pochi chilometri da Sansepolcro.</p>
<p>Qui, nella piccola cappella del cimitero, l&#8217;artista dipinse, tra il 1455 e il 1460 (facendo un probabile omaggio a sua <img class="alignright" style="width: 300px; height: 315px; border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/04_monterchi_delparto.jpg" alt="" width="300" height="315" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" />madre, nata in questo paese) La Madonna del Parto, ancora oggi venerata dalle madri e dalle donne in attesa. Posta al centro di un padiglione regale, (come indica il rivestimento interno di ermellino), che svolge la funzione di tempio, la Vergine è colta nell&#8217;atto di indicare &#8220;senza vanto&#8221;, con la mano destra, il frutto del concepimento. L&#8217;opera esalta nello stesso tempo l&#8217;umanità e la regalità della Madonna, vista come madre di Dio, strumento di salvezza degli uomini. L&#8217;armonia dell&#8217;immagine, nella sua singolare semplicità, è quella che si ritrova nella campagna circostante, fra le colline coperte di cipressi e di castagni, che popolano un paesaggio pieno di quiete e privo di qualsiasi drammaticità. Questo scenario, fu per l&#8217;artista l&#8217;approdo preferito dopo ogni viaggio e soggiorno che lo aveva portato in giro per l&#8217;Italia. Qui si ispirò per le sue figure solenni e nello stesso tempo contadine, qui osservò e ridipinse la luce tersa e mai troppo accecante, qui vide il paesaggio del Tevere che spesso inserì nei suoi dipinti. Questi luoghi, non compresi nel classico itinerario del Grand Tour del Sette-ottocento, divennero invece meta ricercata e suggestivo pellegrinaggio dopo l&#8217;Unità d&#8217;Italia. Tra i molti viaggiatori che li visitarono, I&#8217;anglofiorentino Thomas Adolphus Trollope, l&#8217;americana Lucy Lilian Notestein, che paragonò i colori delle colline toscane con quelli della sua Pennsylvania, e H.V. Morton. Tra i più famosi quadri di paesaggi di Piero, e emblema perfetto dell&#8217;ideale umanistico dell&#8217;epoca è II Battesimo di Cristo, opera attribuita al periodo giovanile, e conservata attualmente alla National Gallery di Londra. Altre opere di Piero sono il Polittico di Sant&#8217;Agostino, smembrato in varie collezioni, e il Polittico di Sant&#8217;Antonio, nella Galleria Nazionale di Perugia.</p>
<p align="justify"><strong><span style="color: #8b0000;">Rimini <br /> </span></strong><strong><br /></strong><img class="alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; width: 300px; height: 224px;" src="/wp-content/gallery/resources/07_rimini_malatesta.jpg" alt="" width="300" height="224" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
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<p align="justify"><strong>AL SERVIZIO DI SIGISMONDO IL TIRANNO</strong> <br /> Intorno al 1450 Piero inizia i viaggi che lo porteranno a lavorare presso tre delle più importanti corti italiane:<br /> Rimini, Ferrara, (dove purtroppo non è rimasta alcuna traccia delle sue opere), e Urbino.<br /> Sigismondo Pandolfo signore di Rimini era un duro, crudele condottiero, che aveva mire sull&#8217;Italia settentrionale. La sua ferocia era leggendaria, tanto che si racconta di come una volta andasse a Roma col proposito di uccidere il Papa, sordo alla richiesta di aiuto per recuperare gli Stati perduti. Sigismondo aveva portato all&#8217;altare tre donne: Ginevra d&#8217;Este, poi Polissena Sforza, e, infine, Isotta. Per consacrare in qualche modo la nobiltà del suo casato aveva voluto rinnovare completamente la chiesa trecentesca di San Francesco, chiedendo a Papa Nicolò V di potersi avvalere dell&#8217;opera di Leon Battista Alberti. Il grande architetto e teorico dell&#8217;umanesimo, realizzò così, ispirandosi all&#8217;architettura romana degli acquedotti, il Tempio Malatestiano, uno dei più straordinari esempi di architettura quattrocentesca, rimasto incompiuto alla morte di Sigismondo Pandolfo, nel 1468. In una delle cappelle, quella detta delle Reliquie, Piero realizza l&#8217;affresco, che ritrae Sigismondo Pandolfo Malatesta in ginocchio davanti al suo patrono San Sigismondo re di Boemia. L&#8217;opera che è una glorificazione del tiranno, è in stretta relazione con l&#8217;architettura interna del tempio disegnata dall&#8217;Alberti. Il palazzo dei Malatesta è rappresentato, racchiuso in un ovale.</p>
<p align="justify"><strong><span style="color: #8b0000;">Urbino</span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #000000;">DUE CAPOLAVORI NEL NOME DEL DUCA</span></strong><br /> Nella Galleria Nazionale di Urbino, una volta Palazzo del raffinato duca Federico da Montefeltro, che ospitò Piero intorno al 1451, sono conservati due dei capolavori dell&#8217;artista: La Madonna di Senigallia e La Flagellazione. L&#8217;interpretazione di quest&#8217;ultima è una delle più controverse della storia della critica d&#8217;arte. L&#8217;enigma inizia già col nome in quanto quella che dovrebbe essere la scena principale è relegata in secondo piano. In primo piano campeggiano invece tre misteriosi personaggi.</p>
<p style="text-align: center;" align="center"><img class="aligncenter" style="width: 400px; height: 280px; border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/06_urbino_flagellazione.jpg" alt="" width="400" height="280" align="top" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<p align="justify">Per lungo tempo si è pensato che il giovane biondo fosse Oddantonio da Montefeltro, fratellastro di Federico. Attualmente restano attendibili due sole identificazioni: l&#8217;uomo sulla destra con il vestito di broccato, è Giovanni Bacci, nipote di un mercante di spezie, l&#8217;uomo seduto, in secondo piano, è invece Giovanni VIII Paleologo. I ritratti di Federico da Montefeltro, con, sul retro, rappresentata la sua gloria e quello di sua moglie Battista Sforza, sono conservati invece nella Galleria degli Uffizi a Firenze</p>
<p align="justify"><strong><span style="color: #8b0000;">Arezzo</span></strong></p>
<p><strong>L&#8217;INCREDIBILE AVVENTURA DELL&#8217;ALBERO CHE DIVENTA CROCE</strong><br /> Ad Arezzo Piero realizza nella cappella maggiore della chiesa di San Francesco il lavoro più impegnativo della sua carriera: il grande ciclo delle Storie della Croce. La data di inizio è certa ed è il 1452, mentre quella in cui terminò è probabilmente il 1466. Il tema, molto diffuso nella narrativa figurativa del tardo Trecento, e legato soprattutto alle chiese d&#8217;ordine francescano, racconta come il sacro legno, cresciuto sulla tomba di Adamo e venerato poi dalla regina di Saba, era stato usato per crocefiggere Cristo. <br />  </p>
<p style="text-align: center;" align="center"><img class="aligncenter" style="width: 400px; height: 179px; border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/05_arezzo_adorazione.jpg" alt="" width="400" height="179" align="top" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<p align="justify">Piero ricostruisce quindi il seguito della storia: il ritrovamento da parte di Elena, madre di Costantino, il furto da parte del re persiano Cosroe, e, infine, il ritorno della reliquia a Gerusalemme grazie a Eraclio, imperatore d&#8217;Oriente, vincitore di Cosroe in battaglia. Rispetto alla leggenda, l&#8217;artista aggiunge la scena dell&#8217;incontro di Salomone con la regina di Saba, (scena di destra,è L&#8217;adorazione del sacro legno), che simboleggia la speranza di vedere riunite le chiese d&#8217;Occidente e d&#8217;Oriente. Straordinario di questi affreschi l&#8217;intarsio di colore e luce che crea le figure e lo spazio.</p>
<p align="justify"><strong><span style="color: #8b0000;">Anghiari</span></strong></p>
<p>CRONACA DI UNA BATTAGLIA ANNUNCIATA<br /> Per approfondire la lettura di uno dei quadri più noti di Piero, La battaglia di Ponte Milvio, descritta nel ciclo di Arezzo, può essere di grande interesse un&#8217;altra opera poco conosciuta custodita nella Galleria Nazionale d&#8217;Irlanda, a Dublino. Si tratta del fronte di un cassone di nozze, che racconta La battaglia di Anghiari nel suo completo svolgimento.<br />  </p>
<p style="text-align: center;" align="center"><img class="aligncenter" style="width: 400px; height: 207px; border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/08_anghiari.jpg" alt="" width="400" height="207" align="top" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<p align="justify">Attribuito a Biagio di Antonio, il pannello, studiato da Franco Polcri in un saggio ancora inedito che verrà prossimamente pubblicato su &#8220;Paragone&#8221;, descrive esattamente sia lo scenario complicato della battaglia con Sansepolcro, Città di Castello, la piana di Citerna, e Anghiari, che gli schieramenti, gli stendardi, le scene di morte, le postazioni, la cavalleria e la fanteria, il paesaggio tiberino, senza perdere l&#8217;insieme della scena con tutti i drammi che vi si svolgono. La tavola, a differenza della battaglia di Leonardo arrivata a noi tramite la copia di Rubens, e che raccontava solo una lotta furibonda di cavalieri per la conquista di una bandiera, è una &#8220;cronaca&#8221; davvero dettagliatissima di un avvenimento che fece epoca, segnando il definitivo trionfo di Firenze sui Visconti e le loro mire espansionistiche. L&#8217;eco e la suggestione arrivarono sicuramente anche a Piero, che se ne ricordò nei suoi affreschi aretini.</p>
<p align="justify">Tratto da &#8220;Il Venerdì&#8221; di Repubblica<br /> 8 novembre 1991 n. 194/195</p>
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