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	<title>Medioevo in Umbria &#187; Home</title>
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		<title>Mostra su Taddeo di Bartolo a Perugia &#8211; 7 MARZO/7 GIUGNO 2020</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2020 16:12:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rolando]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>GALLERIA NAZIONALE DELL’UMBRIA DAL LA PRIMA MOSTRA MONOGRAFICA MAI DEDICATA A TADDEO DI BARTOLO (1362 ca.-1422)  a cura di Gail E. Solberg &#160; L’esposizione presenterà 100 tavole del pittore senese, una delle più significative presenze artistiche dell’epoca. Per l’occasione sarà ricostruita l’imponente pala, ormai smembrata, di San Francesco al Prato di Perugia. Dal 7 marzo al 7 giugno 2020, la Galleria Nazionale dell’Umbria [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="content columns-6 right double-row-padding small-col-padding">
<p><strong>GALLERIA NAZIONALE DELL’UMBRIA </strong><strong>DAL <a href="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/taddeo-di-bartolo-santa-caterina.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7974" src="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/taddeo-di-bartolo-santa-caterina-180x300.jpg" alt="taddeo-di-bartolo-santa-caterina" width="180" height="300" /></a></strong></p>
<p><strong>LA PRIMA MOSTRA MONOGRAFICA MAI DEDICATA A </strong><strong>TADDEO DI BARTOLO (1362 ca.-1422)  </strong><strong><em>a cura di Gail E. Solberg</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L’esposizione presenterà 100 tavole del pittore senese, una delle più significative presenze artistiche dell’epoca.</strong></p>
<p><strong>Per l’occasione sarà ricostruita l’imponente pala, ormai smembrata, di San Francesco al Prato di Perugia.</strong></p>
<p><strong>Dal 7 marzo al 7 giugno 2020, la Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia sarà teatro di un eccezionale evento espositivo.</strong></p>
<p><strong>Per la prima volta si terrà un’ampia monografica dedicata a Taddeo di Bartolo (1362 ca. – 1422)</strong>, una delle più significative presenze artistiche dell’epoca, in patria e non solo. Da vero e proprio maestro itinerante, infatti, egli trascorse buona parte della carriera spostandosi tra Toscana, Liguria, Umbria, e Lazio al servizio di famiglie politicamente ed economicamente potenti, autorità pubbliche, grandi ordini religiosi e confraternite.</p>
<p>La mostra, curata da Gail E. Solberg, la più accreditata studiosa del pittore, presenterà <strong>100 tavole del pittore senese</strong>, in grado di ricostruire l’intera sua parabola artistica, dalla fine degli anni ottanta del Trecento fino al 1420-22, con prestiti provenienti da prestigiosi musei internazionali, quali il Louvre di Parigi e il Szépművészeti Múzeum di Budapest, e con la decisiva collaborazione di enti e istituti italiani.</p>
<p>Taddeo di Bartolo è stato il più grande maestro del polittico del suo tempo. La rassegna darà quindi particolare enfasi a questa forma d’arte sacra, grazie alla presenza di pale complete e di tavole disassemblate che, riaffiancate, consentiranno di ricomporre per la prima volta i complessi di appartenenza.</p>
<p><a href="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/taddeo.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7971" src="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/taddeo-300x157.jpg" alt="taddeo" width="300" height="157" /></a>Per l’occasione, in un ambiente che ricreerà l’interno di una chiesa francescana ad aula, sarà ricostruito l’imponente apparato figurativo della ormai smembrata pala di San Francesco al Prato di Perugia, di cui la Galleria Nazionale dell’Umbria conserva ben 13 elementi. A questi si aggiungeranno le parti mancanti, finora individuate, come le sette tavole della predella raffiguranti <em>Storie di san Francesco</em>, conservate tra il Landesmuseum di Hannover (Germania) e il Kasteel Huis Berg a s’-Heerenberg (Paesi Bassi), e il piccolo<em> San Sebastiano</em> del Museo di Capodimonte a Napoli, che probabilmente decorava uno dei piloni della carpenteria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si tratterà quindi di una panoramica completa dell’arte di Taddeo, dalla prima opera firmata e datata – alla quale apparteneva l’<em>Annunciazione</em> del Kode Museum di Bergen (Norvegia) (1389) – fino alla <em>Madonna Avvocata</em> del Museo di Arte Sacra di Orte (VT), del 1420, passando attraverso prove capitali della sua carriera quali il polittico di Montepulciano, di cui si espongono le tre cuspidi, e l’imponente polittico della Pinacoteca di Volterra (PI).</p>
<p>L’importante attività di Taddeo di Bartolo come frescante sarà illustrata da una ricostruzione video in 3D degli affreschi della cappella del Palazzo Pubblico di Siena, parte di un ricco apparto multimediale che si ripropone di documentare i restauri e le indagini diagnostiche eseguiti in occasione della mostra grazie al contributo della Galleria Nazionale dell’Umbria, e di illustrare l’altissima qualità tecnica e stilistica della produzione di questo grande maestro.</p>
<p>L’esposizione è accompagnata da un catalogo scientifico bilingue (italiano e inglese) edito da Silvana Editoriale, contenente saggi di Gail E. Solberg, Emanuele Zappasodi, Veruska Picchiarelli, Donal Cooper e Alberto Sartore, Machtelt Brüggen Israëls, Christa Gardner von Teuffel, Daniele Costantini, Cristina Tomassetti ed Emanuela Massa. Inoltre, come è ormai consuetudine della Galleria, in occasione della mostra verrà realizzata anche una pubblicazione <em>ad hoc</em> per il pubblico dei più piccoli, una favola-racconto su Taddeo scritta da un’équipe del museo, illustrata dalla disegnatrice Chiara Galletti ed edita da Aguaplano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>TADDEO DI BARTOLO</strong></p>
<p>Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria (corso Pietro Vannucci, 19)</p>
<p><strong>7 marzo – 7 giugno 2020</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Orari</strong>: lunedì: 12.00 – 19.30; martedì – domenica: 8.30 – 19.30 (ultimo ingresso, ore 18.30)</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Biglietti</strong>: intero €8,00; ridotto € 2,00 per 18-25 anni; agevolazioni € 4,00</p>
<p>per gratuità e convenzioni, consultare <a href="http://www.gallerianazionaledellumbria.it/visita">qui</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ingresso gratuito tutte le prime domeniche del mese e 25 aprile</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Informazioni</strong>: Tel. 075.58668436; <a href="mailto:gan-umb@beniculturali.it">gan-umb@beniculturali.it</a>;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Biglietteria/Bookshop: </strong>Tel. 075.5721009; <a href="mailto:gnu@sistemamuseo.it">gnu@sistemamuseo.it</a>;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La peste nera e la fine del Medioevo.</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2020 16:03:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Klaus Bergdolt, l’autore di questo interessantissimo saggio, traccia un dettagliato profilo della peste nera, che a metà del quattordicesimo secolo colpì duramente l’Asia e l’Europa. I primi due capitoli fungono da introduzione. Il primo parla diffusamente della peste nell’ antichità, mentre il secondo si sofferma sulla epidemia che colpisce l’impero bizantino a partire dal 541 d.C. La malattia rimase endemica [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Klaus Bergdolt, l’autore di questo interessantissimo saggio, traccia un dettagliato profilo della peste nera, che a metà del quattordicesimo secolo colpì duramente l’Asia e l’Europa. I primi due capitoli fungono da introduzione. Il primo parla diffusamente della peste nell’ antichità, mentre il secondo si sofferma sulla epidemia che colpisce l’impero bizantino a partire dal 541 d.C. La malattia rimase endemica fino al 750 d.C. per poi scomparire fino al 1347 d.C.</p>
<p>Scrive il Bergdolt: <em>«L’epidemia della peste fece morire un terzo della popolazione europea. Per cinque terribili anni, la morte proiettò ovunque la sua sinistra ombra. Si diffuse il panico, si insinuarono agghiaccianti sospetti che non risparmiavano neppure i vincoli familiari, si misero in atto impensabili mezzi di prevenzione. E all ’improvviso si scatenarono selvagge cacce ai presunti colpevoli. Alla fine di questa tragedia, l’Europa, da Venezia alla penisola iberica, da Firenze ai paesi di lingua tedesca, non fu più la stessa»</em>.</p>
<p>Il pregio dell’opera (edita nel 2002) è di evidenziare le <strong>cause</strong>, le vie di trasmissione dell’infezione e il quadro clinico della peste. Ma non solo. Informa su come si diffuse in Italia, occupandosi specialmente della sua propagazione a Messina, Firenze, Pistoia e Venezia. Successivamente pone in risalto la sua diffusione nella penisola iberica, in Francia, Germania, Inghilterra e penisola scandinava. Il Bergdolt con maestria sottolinea le <strong>conseguenze</strong> economiche e sociali della pandemia e quale peso ebbe la stessa nell’ arte figurativa e nella letteratura italiana ed europea.<a href="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/La-peste-nera.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7967" src="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/La-peste-nera-193x300.jpg" alt="La peste nera" width="193" height="300" /></a></p>
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		<title>Desiderio. L&#8217;ultimo re Longobardo, di Stefano Gasparri</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jan 2020 10:25:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Il re barbaro e la dominazione dei Longobardi in Italia Desiderio, ultimo re dei longobardi, segnò con le sue gesta la storia d’Italia. Ricordato come barbaro, fu l’emblema e l’ultimo fulgore di una civiltà che per due secoli fiorì in Italia e le cui tracce permangono nel patrimonio artistico di città come Brescia, Pavia, Benevento, Salerno. Come duca di Tuscia [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il re barbaro e la dominazione dei Longobardi in Italia</p>
<p>Desiderio, ultimo re dei longobardi, segnò con le sue gesta la storia d’Italia. Ricordato come barbaro, fu l’emblema e l’ultimo fulgore di una civiltà che per due secoli fiorì in Italia e le cui tracce permangono nel patrimonio artistico di città come Brescia, Pavia, Benevento, Salerno. Come duca di Tuscia conquistò il potere avendo la meglio su <img class="alignright size-medium wp-image-7963" src="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/desiderio-199x300.jpg" alt="desiderio" width="199" height="300" />Rachtis, il re-monaco che si era ritirato a Montecassino prima di tentare un nuovo assedio al trono. Fu legato a Brescia, dove stabilì il monastero di San Salvatore dal quale regnò sull’Italia dell’VIII secolo. Durante il suo lungo regno fu prima protetto dai Franchi e difensore del papato, quindi alleato di Carlo Magno, e poi, infine, nemico dei papi e di Carlo. Vinto alle Chiuse di Susa dai Franchi, Desiderio fu assediato a Pavia, finché nel giugno del 774, arresosi, fu rinchiuso nel monastero di Corbie, dove poco dopo morì.</p>
<p>Dopo essere stato sconfitto da Carlo Magno, il suo regno fu subordinato ad un potere esterno alla penisola italiana, sancendo la nascita della dominazione territoriale della Chiesa di Roma. Il brusco e drammatico precipitare degli eventi che segnarono la fine dei Longobardi ha reso difficile il ricordo della sua figura che questa biografia intende ricostruire, proponendo una narrazione degli ultimi vent’anni di storia del regno longobardo diversa da quella scritta dai vincitori della complessa partita che si giocò in Italia nella seconda metà del secolo VIII.</p>
<p>Riportiamo parte della interessante recensione scritta da Edoardo Castagna su <em>Avvenire</em> del 27.12.19 <em>&#8220;Gasparri, docente di Storia dell’Alto Medioevo a Ca’ Foscari, prende di petto la questione: «La grande narrazione della storia d’Italia non comprende i barbari nel suo seno. È fondata su Roma e sulla sua eredità. Anche il relativo interesse che i Longobardi e gli altri barbari talvolta riscuotono in questi ultimi anni va ricondotto pur sempre alla loro presunta estraneità all’Italia. Interessano infatti come esempio antico di migranti». La storiografia si è lasciata alle spalle da tempo una simile semplificazione, «ma di questa grande opera di revisione è filtrato abbastanza poco nel comune senso storico ». Già le stesse “invasioni” barbariche sono viste sempre meno come grandi movimenti di massa e sempre più come processi di progressiva infiltrazione e assimilazione, scaglionati lungo l’ampio arco di tempo che chiamiamo Tarda Antichità e Alto Medioevo, nel mondo grecoromano; e perfino il concetto di “popolo” – barbarico o meno che fosse – è stato messo in discussione, giacché al loro interno i vari gruppi che si accostavano, più o meno pacificamente, all’Impero erano tutto fuorché omogenei. Nei Longobardi che nel 568 entrarono in Italia c’era di tutto: Sassoni, Avari, Gepidi, perfino “Romani”, per lo più Bizantini, assorbiti durante la lunga permanenza del popolo a ridosso del Limes. Una volta giunta in Italia, poi, questa gente eterogenea si confuse rapidamente – superata la primissima fase dell’“invasione” – con la popolazione locale, tanto che presto il termine “longobardo” perse ogni connotazione “etnica” e passò a indicare semplicemente qualsiasi abitante del regno longobardo, cioè pressoché tutta l’Italia continentale. Ne rimanevano fuori solo Roma e le ultime roccaforti bizantine (Ravenna, Napoli, la Pentapoli adriatica&#8230;): i cui abitanti, indistintamente, erano chiamati “romani”. «I nomi dei popoli – spiega Gasparri – assumono un valore diverso nel corso del tempo. Non capirlo, e restare invece attaccati a delle etichette etniche viste come immobili nel tempo, significa sottrarre i popoli alla dinamica storica, trasformandoli in entità metastoriche: un’operazione, questa, della quale mi sembra giusto sottolineare la pericolosità».</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Desiderio.  Scritto da Stefano Gasparri. Ed. Salierno 2019</strong></p>
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		<title>Strufoli</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jan 2020 09:00:18 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Gastronomia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>A Perugia gli strufoli erano il tipico dolce di carnevale, un dolce diffuso anche in altre zone dell’Umbria, come a Gubbio, Todi e Città di Castello, anche se, a seconda della zona geografica, assumono forme e gusti leggermente differenti.  Ingredienti 8 uova 8 cucchiaini di latte 8 cucchiai di olio extravergine d’oliva 8 cucchiai di zucchero 16 cucchiai di farina [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/strufoli.jpg" alt="" width="250" height="141" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /><br />
A Perugia gli strufoli erano il tipico dolce di carnevale, un dolce diffuso anche in altre zone dell’Umbria, come a Gubbio, Todi e Città di Castello, anche se, a seconda della zona geografica, assumono forme e gusti leggermente differenti.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong><span style="color: #800000;">Ingredienti<br />
</span></strong><br />
8 uova<br />
8 cucchiaini di latte<br />
8 cucchiai di olio extravergine d’oliva<br />
8 cucchiai di zucchero<br />
16 cucchiai di farina<br />
1 bicchierino di mistral<br />
miele<br />
alchermes<br />
bicarbonato<br />
olio</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800000;"><strong>Preparazione<br />
</strong></span><br />
Prendete tutti gli ingredienti (tranne l’olio, il miele e l’alchermes), impastateli energicamente fino a raggiungere un composto piuttosto consistente. Se lo ritenete opportuno, aggiungete altra farina. Lasciate riposare l’impasto per circa un’ora. Prendete dell’olio in quantità sufficiente e riscaldatelo in una padella. Staccate una cucchiaiata di impasto e gettatelo nell’olio bollente. Estraete gli strufoli quando si presenteranno ben gonfi e dorati e adagiateli su di una carta assorbente. Quando avrete estratto tutti gli strufoli, spruzzateli di alchermes e sgocciolate abbondante miele, fatto sciogliere precedentemente a bagnomaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Note – Anticamente la frittura degli strufoli avveniva per mezzo dello strutto, un grasso animale, che rendeva il dolce inadatto ad essere consumato dal primo giorno di Quaresima in poi. Il segreto per ottenere degli ottimi strufoli è la frittura. Un consiglio è quello di tenere bassa la fiamma nella fase iniziale della frittura, per alzarla gradatamente fino a raggiungere il massimo livello poco prima di estrarre gli strufoli.</p>
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		<item>
		<title>Torciglione</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Dec 2019 14:12:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Home]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Storia: L&#8217;origine di questo dolce sembra ricollegarsi a riti pagani, in cui il serpente veniva adorato come divinità, in quanto simbolo di vita e di vigore, per la proprietà che possiede di cambiare la pelle ritrovando in tal modo l&#8217;aspetto della giovinezza. Inoltre la sua forma a spirale ricorda il tempo ciclico. Si tratta di un impasto di mandorle tritate [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><strong><span style="color: #8b0000;"><a href="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/torciglione-umbro.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7957" src="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/torciglione-umbro-300x200.jpg" alt="torciglione-umbro" width="300" height="200" /></a>Storia:<br />
</span></strong><br />
L&#8217;origine di questo dolce sembra ricollegarsi a <strong>riti pagani</strong>, in cui il serpente veniva adorato come divinità, in quanto <strong>simbolo di vita e di vigore</strong>, per la proprietà che possiede di cambiare la pelle ritrovando in tal modo l&#8217;aspetto della giovinezza. Inoltre la sua forma a spirale <strong>ricorda il tempo ciclico</strong>.<br />
Si tratta di un impasto di mandorle tritate grossolanamente e di zucchero, amalgamato da albumi montati a neve, a cui viene data la forma sinuosa di un serpente, con tanto di squame a rilievo, occhi e lingua biforcuta.<br />
La fantasia di ogni cuoca si sbizzarrisce nella realizzazione di questa delicatissima e tradizionale specialità.<br />
Sembra che nei paesi prospicenti il <strong>Lago Trasimeno</strong>, i quali rivendicano l&#8217;origine di questo dolce, la forma del torciglione voglia ricordare l&#8217;anguilla, il cui consumo <strong>è tradizionale la vigilia di Natale</strong>.<br />
Pure nel Perugino, era usanza prepararlo durante le feste di Natale, ma il suo successo è stato tale che oramai il consumo si è destagionalizzato ed è possibile trovarlo durante tutto l&#8217;anno.</p>
<p align="justify"><strong><span style="color: #8b0000;"><img class="alignright" style="width: 220px; height: 223px; border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/torciglione_big.jpg" alt="" width="220" height="223" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" />Ingredienti per 8 persone:</span></strong></p>
<p>&#8211; mandorle dolci 500 g</p>
<p>&#8211; mandorle amare 50 g</p>
<p>&#8211; zucchero 300 g</p>
<p>&#8211; 2 cucchiai di brandy</p>
<p>&#8211; farina 80 g</p>
<p>&#8211; 3 chiare d&#8217;uovo e 1 rosso</p>
<p>&#8211; 40 g di pinoli oppure confettini argentati</p>
<p>&#8211; limone grattugiato</p>
<p align="justify"><strong><span style="color: #8b0000;">Preparazione: </span></strong></p>
<p>Macinare le mandorle precedentemente sbucciate e impastarle velocemente con lo zucchero, il brandy, le chiare d’uovo sbattute ottenendo così un impasto abbastanza consistente a cui si darà la forma di un serpente arrotolato con testa sottile e coda aguzza. Pennellare con il rosso d’uovo e ornare il corpo del torciglione infilando a lisca confettini o pinoli, mettere due chicchi di caffè al posto degli occhi ed una mandorla per simulare la lingua. Infine disporlo sopra una placca da forno ben unta di olio e cuocere a calore moderato per circa 40 minuti.</p>
<p><strong><span style="color: #8b0000;">Difficoltà:<br />
</span></strong>facile</p>
<p><span style="color: #8b0000;"><strong>Tempi:<br />
</strong></span>preparazione 30 minuti<br />
cottura 10 minuti</p>
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		<title>L’AUTUNNO DEL MEDIOEVO IN UMBRIA &#8211; 21 settembre 2019 &#8211; 06 gennaio 2020 (Perugia)</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Sep 2019 14:58:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rolando]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Cofani nuziali in gesso dorato e una bottega perugina dimenticata  a cura di Andrea De Marchi e Matteo Mazzalupi Il focus centrale della mostra è rappresentato da una serie di cassoni nuziali del Quattrocento, arredi in uso nelle dimore rinascimentali italiane, di cui si conservano pochi esemplari, alcuni ascrivibili a Giovanni di Tommasino Crivelli e alla sua bottega perugina oltre [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Cofani nuziali in gesso dorato e una bottega perugina dimenticata<a href="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/cassone-medioevale.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7949" src="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/cassone-medioevale-300x160.jpg" alt="cassone medioevale" width="300" height="160" /></a></strong></em></p>
<p><em><strong> </strong></em><em><strong>a cura di Andrea De Marchi e Matteo Mazzalupi</strong></em></p>
<p><strong>Il focus centrale della mostra è rappresentato da una serie di cassoni nuziali del Quattrocento, arredi in uso nelle dimore rinascimentali italiane, di cui si conservano pochi esemplari, alcuni ascrivibili a Giovanni di Tommasino Crivelli e alla sua bottega perugina oltre che alcune opere che ben testimoniano la cultura tardogotica che si respirava ancora a Perugia nei primi decenni del Quattrocento, in primis la Madonna con il Bambino e angeli di Gentile da Fabriano, e le opere di pittori a lui coevi come il perugino Benedetto Bonfigli.</strong></p>
<p>Questi pregiati manufatti raccontano frammenti preziosi della vita privata delle nobili famiglie che li avevano commissionati, documentando uno spaccato della cultura figurativa perugina, e non solo, del XV secolo.</p>
<p>Un’insolita quanto preziosa esposizione che documenta uno spaccato della cultura figurativa perugina, e non solo, del XV secolo. in un momento delicato di transizione, dove artefici tenacemente nostalgici della civiltà degli ori tardogotici convissero con altri diversamente aperti alla nuova lingua dell’Angelico e di Filippo Lippi, come Benedetto Bonfigli e Bartolomeo Caporali.</p>
<p><strong>Dal 21 settembre 2019 al 6 gennaio 2020 la Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia ospita un’insolita quanto preziosa esposizione che documenta uno spaccato della cultura figurativa perugina, e non solo, del XV secolo.</strong></p>
<p>La mostra, dal titolo <em>L’Autunno del Medioevo in Umbria. Cofani nuziali in gesso dorato e una bottega perugina dimenticata</em>, curata da Andrea De Marchi e Matteo Mazzalupi, raccoglie cassoni o cofani nuziali, raffinati elementi di arredo in uso nelle dimore rinascimentali italiane, rari frammenti della vita privata delle ricche famiglie che li avevano commissionati. Solo pochi esemplari sono giunti fino ai giorni nostri: l’esposizione diviene, così, l’occasione per radunare e mettere a confronto i pezzi, facendo conoscere un aspetto inedito, intensamente profano, dell’arredo di lusso domestico nel pieno Quattrocento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I cassoni nuziali, antenati della moderna cassapanca, venivano costruiti sempre in coppia ed erano destinati a contenere il corredo delle spose di famiglie nobili e borghesi. Al momento dell’insediamento della donna nella casa del marito, o <em>domumductio</em>, venivano trasportati nella camera matrimoniale e lì conservati. Il coperchio, i fianchi e il retro erano raramente decorati, mentre assai più spesso gli ornamenti si concentravano sulla faccia anteriore: in pittura, in intaglio, in gesso dorato (talvolta chiamato pastiglia) o utilizzando più tecniche insieme, erano composti secondo moduli che tendono a differenziarsi tra regione e regione e che rivelano spesso la provenienza da una precisa area geografica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vari anche i temi raffigurati, dai semplici motivi animali o vegetali, ripetuti talvolta in modo seriale, alle vere e proprie narrazioni, cortei e feste nuziali, ma anche episodi tratti dalla mitologia e dalla storia greca e romana, dalla Bibbia, dai romanzi medievali, scelti perlopiù tra quanti meglio richiamavano le virtù tipiche della vita matrimoniale e ne condannavano i vizi. Della decorazione facevano spesso parte gli stemmi delle famiglie degli sposi, generalmente secondo le regole dell’araldica che ponevano l’arma dell’uomo alla sinistra dell’osservatore, quella della donna alla destra: è proprio lo studio di questi dettagli a permettere oggi di ricondurre opere erratiche al loro originario contesto di provenienza, nei casi più fortunati addirittura a un preciso matrimonio e quindi a una cronologia sicura.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><u>Orari</u></strong></p>
<p><strong>dal 21 settembre al 3 novembre 2019</strong></p>
<p>lunedì: 12.00-19.30<br />
martedì–domenica: 8.30–19.30 ultimo ingresso: 18.30</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>dal 4 novembre 2019 al 6 gennaio 2020</strong></p>
<p>martedì–domenica: 8.30–19.30<br />
chiuso: lunedì, 25 dicembre e 1 gennaio</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Ingresso gratuito tutte le prime domeniche del mese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Biglietti</strong>:</p>
<p>intero, €8,00;</p>
<p>ridotto €4,00 e gratuito  (per le singole categorie consultare <a href="http://www.gallerianazionaledellumbria.it/visita">www.gallerianazionaledellumbria.it/visita</a>)</p>
<p>ridotto, € 2,00 per 18-25 anni;</p>
<p>Card Perugia Città Museo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Informazioni</strong>: Tel. 075.58668436; <a href="mailto:gan-umb@beniculturali.it">gallerianazionale@beniculturali.it</a>;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Biglietteria/Bookshop: </strong>Tel. 075.5721009; <a href="mailto:gnu@sistemamuseo.it">gnu@sistemamuseo.it</a>;</p>
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		<title>&#8220;Donne. L’altro volto della Storia.&#8221; Gubbio, Festival del Medioevo, 25-29 settembre 2019</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Sep 2019 14:23:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rolando]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Voci di donne. L’universo femminile protagonista della V edizione del Festival del Medioevo Sarà una lezione di Maria Giuseppina Muzzarelli, ordinaria di Storia Medievale dell’Università di Bologna, ad inaugurare la quinta edizione del Festival del Medioevo, in programma a Gubbio dal 25 al 29 settembre. Il Festival del Medioevo non una rievocazione e nemmeno una delle tante feste medievali, ma [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Voci di donne. L’universo femminile protagonista della <strong>V edizione del Festival del Medioevo</strong> Sarà una lezione di Maria Giuseppina Muzzarelli, ordinaria di Storia Medievale dell’Università di Bologna, ad inaugurare la quinta edizione del Festival del Medioevo, in programma a Gubbio dal 25 al 29 settembre.<br />
Il Festival del Medioevo non una rievocazione e nemmeno una delle tante feste medievali, ma una manifestazione unica nel suo genere: cinque giorni di incontri a ingresso libero con storici, scrittori, scienziati, filosofi e giornalisti per raccontare l&#8217;attualità di dieci secoli di storia, dalla caduta dell’Impero Romano d&#8217;Occidente alla scoperta dell’America. Nel corso degli anni è stata insignita del Premio Francovich e ha ottenuto il patrocino dell’Istituto della enciclopedia italiana Treccani e del Pontificio consiglio della cultura.</p>
<p>Il tema del 2019 è <strong>“<a href="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/LOCANDINA-FDM-2019-QUADRATA.png"><img class="alignright size-medium wp-image-7946" src="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/LOCANDINA-FDM-2019-QUADRATA-300x273.png" alt="LOCANDINA-FDM-2019-QUADRATA" width="300" height="273" /></a>”</strong>: un percorso intorno alla condizione femminile, alla radice dei pregiudizi e degli stereotipi.</p>
<p>Le voci delle donne e le loro storie. Spesso inascoltate. A volte dimenticate. Eppure forti, chiare e resistenti. Capaci di riemergere, anche a distanza di secoli.</p>
<p>Un lungo racconto tra l’arte e la letteratura, la politica e la filosofia. Protagonisti dell’evento saranno più di cento storici, saggisti, scrittori, scienziati, architetti e giornalisti, impegnati in una vera e propria sfida di divulgazione: raccontare storie piccole e grandi dal punto di vista delle donne. Nella vita quotidiana, nei palazzi del potere, all’interno dei conventi e perfino sui campi di battaglia: sante e regine, streghe e madonne, artiste, seduttrici, imprenditrici, guaritrici, scrittrici, miniaturiste, muse e medichesse.</p>
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		<title>Giostra della Quintana di Foligno</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Sep 2019 11:30:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Si tratta di una rievocazione storica di un&#8217;antica competizione equestre in costume d&#8217;epoca: una corsa alla Quintana effettuata in Foligno il 10 Febbraio del 1613, in occasione del Carnevale, descritta in ogni particolare dal cancelliere di quel tempo, Ettore Tesorieri. Questo testo era stato trascritto dall&#8217;antico documento ed edito nel 1906 dall&#8217;erudito folignate Monsignor cronaca locale, del giornale &#8220;La Fiamma&#8221;, [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><a href="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/quintana.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7116" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/quintana-300x121.jpg" alt="quintana" width="300" height="121" /></a>Si tratta di una <strong>rievocazione storica di un&#8217;antica competizione equestre </strong>in costume d&#8217;epoca: una corsa alla Quintana effettuata in Foligno il <strong>10 Febbraio del 1613</strong>, in occasione del Carnevale, descritta in ogni particolare dal cancelliere di quel tempo, Ettore Tesorieri. Questo testo era stato trascritto dall&#8217;antico documento ed edito nel 1906 dall&#8217;erudito folignate Monsignor cronaca locale, del giornale &#8220;La Fiamma&#8221;, sotto un titolo &#8220;<strong>Ripristiniamo la Giostra dell&#8217;Inquintana</strong>&#8221; veniva proposta la ripresa della competizione equestre, come mezzo per richiamare forestieri e per rendere più caratteristico il Settembre Folignate: Dell&#8217;antico giuoco vengono descritte le fondamentali caratteristiche e l&#8217;articolo si conclude con un invito alla Brigata del Turismo il compito di ripristinare la giostra dell&#8217;Inquintana. Ma la Giostra trovò il suo tempo e l&#8217;opportunità di ripresa solo undici anni più tardi.<br />
<img class="alignleft" style="width: 167px; height: 194px; border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/assisi_quintana2.jpg" alt="" width="167" height="194" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" />Le motivazioni che indussero le persone facenti parte della Commissione, tra le quali anche cultori della storia della città, ad aderire con slancio alla proposta non furono dettate solo dal proposito iniziale, né da una chiara coscienza storico-rievocativa, che tuttavia venne sempre meglio delineandosi nel corso del tempo.<br />
Tutti ne intuirono la dimensione, ma videro soprattutto la possibilità di ritrovare in quell&#8217;evento festivo un&#8217;occasione di raccordo e di armonia tra tutta la popolazione, nelle mura di una città provata e devastata dagli eventi bellici dell&#8217;ultimo conflitto mondiale.<br />
Ed un precisa testimonianza di questo proposito, sempre affermato e ripetuto dalle cronache del tempo, è contenuta anche nel &#8220;Bando&#8221;. Si tratta di una comunicazione rivolta dall&#8217;autorità al popolo, relativa a fatti di pubblico interesse o di pubblica informazione. Veniva letto da un addetto, il Banditore; nel passato costituiva mezzo idoneo per rendere di conoscenza comune ciò che in sede di Istituzione veniva stabilito Così come era per il passato, la prima edizione moderna della Giostra ebbe il suo Bando al pubblico,la sera del 14 Settembre 1946, in Piazza Grande, davanti al Corteo dei Figuranti in costume e davanti al folto pubblico ivi raccolto. <img class="alignright" style="width: 142px; height: 190px; border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/assisi_quintana3.jpg" alt="" width="142" height="190" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" />Fu il Maestro di Campo a darne lettura. L&#8217;anno seguente per la stessa cerimonia ne fu replicata la lettura. Nel 1948 venne scelto un altro testo, ma,dal 1949 al giorno d&#8217;oggi, quello che si replica è (e non vi è ragione di cambiarlo) quello redatto nel 1947.Dopo soluzioni alternative riguardanti chi dovesse darne lettura, fu deciso nel 1978 per delibera del Comitato Centrale che tale compito spettasse al Sindaco della Città. Decisione sulla quale si tornò, a ragion veduta, nel 1984, allorché si comprese che per quel ruolo era opportuno che fosse visualizzato il personaggio &#8220;storico&#8221;,<br />
ovvero il &#8220;Banditore&#8221;, che annuncia la Gara e che lancia la Sfida. Un Cerimoniale che si è sempre effettuato con solennità, e con emozione è vissuto da tutti, figuranti e pubblico, raccolto a Piazza Grande, addobbata ed illuminata…</p>
<p align="justify"><strong>Ammanniti</strong> &#8211; Ammanniti vuol dire agguerriti, e trae il suo nome dalla caratteristica dei suoi stessi abitanti: «Sempre ammanniti, et all&#8217;ordine unitamente a combattere». Lo stemma attuale è costituito da due spade incrociate in campo rosa.</p>
<p align="justify"><strong>Badia </strong>&#8211; Il rione trae le sue origini da un&#8217;antica abbazia benedettina, che sorgeva nel luogo dove oggi si erge la chiesa di San Salvatore. Lo stemma attuale, si è delineato nel XIX secolo, e sembra rompere completamente con la tradizione iconografica precedente.</p>
<p align="justify"><strong>Cassero</strong> &#8211; Nel Medioevo, non era considerato un rione, ma soltanto una contrada nell&#8217;ambito del rione Campo o Fonte del Campo. Lo stemma adottato trova riscontro storico nella cosiddetta &#8220;Rocca dei Trinci&#8221;.</p>
<p align="justify"><strong>Contrastanga</strong> &#8211; Il nome deriva dalla porta di Contrastanga, chiamata così poiché confinante con un laghetto. Nel suo stemma c&#8217;era un ponte su uno stagno. Oggi è mutato in tre sbarre.</p>
<p align="justify"><strong>Croce Bianca </strong>&#8211; Nome e stemma deriverebbero da un altare sormontato da una croce mauriziana, che si trovava avanti alla chiesa del Suffragio, nel punto in cui dall&#8217;attuale via Garibaldi si diparte la via Umberto I.</p>
<p align="justify"><strong>Giotti</strong> &#8211; Difficile stabilire l&#8217;origine di questo rione. Lo storico Jacobilli le fa risalire a un insediamento militare dei Goti. La storia vuole che nella contrada ci fossero molte osterie, bettole e &#8220;scorticatori&#8221;. Infatti si diceva: &#8220;da Jotti si va per la carne, e vino&#8221;.</p>
<p align="justify"><strong>Mora </strong>&#8211; Secondo la tradizione orale, ma assolutamente priva di reali riferimenti storici, il rione avrebbe preso nome e insegna da un albero di gelso piantato nella sua piazza principale.</p>
<p align="justify"><strong>Morlupo</strong> &#8211; Nel Medioevo, era un fazzoletto di terra compreso nel Rione Contrastanga. È stato annoverato tra i Rioni, conservando il proprio nome, solo nel XIX secolo. L&#8217;emblema prescelto, un lupo nero in campo rosa.</p>
<p align="justify"><strong>Pugilli</strong> &#8211; I &#8220;pugilli&#8221; erano un&#8217;antica misura di superficie agraria. Il nome del rione risale all&#8217;assegnazione di alcuni &#8220;pugilli&#8221; di terra a profughi di Todi, venuti a insediarsi in questa zona. L&#8217;area prima del 1240 era posta al di fuori della cerchia muraria. Lo stemma, un&#8217;aquila nera in campo bianco, è un simbolo della ghibellina Todi.</p>
<p align="justify"><strong>Spada</strong> &#8211; Il nome del Rione sarebbe derivato dagli Spatarij, un popolo antico che avrebbe occupato la zona e costruito una porta nelle mura della città accanto alla chiesa di San Giovanni dell&#8217;Acqua. Su questa porta, detta poi Spataria, sarebbe stata scolpita, e ancora visibile, una spada nuda. L&#8217;origine della denominazione, è priva di riferimenti documentari o storiografici.</p>
<p>La Quintana di Foligno<br />
<a href="http://www.quintana.it/" target="_blank">www.quintana.it</a></p>
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		<title>Abbazia di Camporeggiano &#8211; Gubbio</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Sep 2019 10:25:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Abbazie]]></category>
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		<category><![CDATA[Edifici Religiosi]]></category>
		<category><![CDATA[Home]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>A circa 18 chilometri da Gubbio, sulla SS 219 s&#8217;incontra la frazione di Camporeggiano ai piedi di una piccola altura dal vocabolo di Monte Cavallo in cima alla quale si intravedono i ruderi del castello già dimora feudale della nobile famiglia Gabrielli. Il castello era sorto attorno all&#8217;antica torre del VI o VII secolo costruita a guardia della valle che [&#8230;]</p>
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<p align="justify">A circa 18 chilometri da Gubbio, sulla SS 219 s&#8217;incontra la frazione di <strong>Camporeggiano</strong> ai piedi di una piccola altura dal vocabolo di <strong>Monte Cavallo</strong> in cima alla quale si intravedono i ruderi del castello già dimora feudale della nobile <strong>famiglia Gabrielli</strong>. Il castello era sorto attorno all&#8217;antica torre del VI o VII secolo costruita a guardia della valle che faceva parte del famoso &#8220;<strong>corridoio bizantino</strong>&#8221; che univa Roma a Ravenna al tempo dei longobardi. Nel 1057 avvenne una straordinaria donazione che cambiò la situazione della zona che divenne terra di monaci. I tre fratelli Gabrielli, Pietro, Giovanni e Rodolfo, insieme alla madre Rozia, <strong>donarono a</strong> <strong>S. Pier Damiani</strong>, Priore di Fonte Avellana e ai suoi successori, dopo aver liberato gli schiavi e i servi della gleba, <strong>l&#8217;intera proprietà comprendente il castello, i beni e la villa di Camporeggiano</strong>. L&#8217;unica condizione, la erezione di un monastero in onore dell&#8217;<strong>Apostolo S. Bartolomeo</strong>. Rodolfo e Pietro si ritirarono nel monastero di fonte Avellana. Il fratello Giovanni rimase a Camporeggiano e divenne il priore del monastero di S. Bartolomeo. Non si sa se il monastero venne edificato ex novo o su di una struttura già esistente. Intanto &#8220;Rodolfo e Pietro cominciarono a praticare la vita eremitica con una tale severità ed assduità che ben presto si sparse la fama della loro santità. Il loro modo di vivere veramente eccezionale e insolito faceva si che fossero di esempio di vita religiosa ed eremitica per tutti i loro confratelli&#8221; (Lettera di S. Pier Damiani ad Alessandro II). Rodolfo poi eccelleva oltre che per santità anche per dottrina tanto che a lui S. Pier Damiani affidava la correzione dei suoi opuscoli con piena fiducia. Avendo il santo dottore l&#8217;alta vigilanza sulla diocesi di Gubbio, ne propose Rodolfo come vescovo, benchè non ancora trentenne e, nella lettera citata, ci riferisce che &#8220;Rodolfo, pur essendo promosso alla dignità vescovile, non tralasciò di praticare nel governo della Chiesa Eugubina quanto aveva appreso all&#8217;eremo. Assiduo nel predicare e nell&#8217;ammonire non badava a asacrifici e a disagi. Tutto ciò che gli riusciva di risparmiare sulle spese domestiche lo impiegava completamente nell&#8217;alleviare le miserie dei poveri. Radunava ogni anno il Sinodo; non voleva però che in tale occasione i sacerdoti gli portassero le tasse e i contributi a lui dovuti&#8221;. Ancor giovane ma stremato dalle fatiche e dalle penitenze moriva nell&#8217;anno 1064. &#8220;Ero partito da poco da Roma e avevo appena raggiunto le mura di Firenze &#8211; scrive il Damiani &#8211; quando mi giunse la notizia che cambiò per me la luce del mezzogiorno in oscure tenebre e riempi le mie viscere di amaro fiele: era morto il Vescovo di Gubbio&#8221;. Frattanto il monastero di S. Bartolomeo aveva conosciuto un bello sviluppo tanto che papa Alessandro II già nel 1063 lo aveva reso esente da ogni giurisdizione e preso sotto la diretta protezione della Santa Sede a condizione che &#8220;<em><strong>a caritate eremi Fontis Avellanae non recedat</strong></em>&#8221; La famiglia monastica fu sciolta nel 1417 e il monastero ceduto agli olivetani. Oggi la chiesa è sede della Parrocchia di S. Bartolomeo con trasferimento dalla chiesa di S. Michele Arcangelo in Sioli. A pianta basilicae è costituita da tre navate con presbiterio sopraelevato con scalinata ricostruita e sottostante cripta cui si accede per due scalinate laterali. Sono riferibili all&#8217;edificio romanico originario le arcate, i pilastri e la cripta. E&#8217; in progetto la riapertura della navata di destra, da tempo chiusa e utilizzata ad altri usi dai proprietari dell&#8217;azienda che occupa la vecchia struttura abbaziale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;" align="center"><img class="aligncenter" style="width: 470px; height: 331px; border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/abbaziacamporeggiano2.jpg" alt="" width="470" height="331" align="top" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<p align="justify">
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		<title>Il Calendimaggio &#8211; Assisi</title>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2019 09:20:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>La Storia Le origini del Calendimaggio si perdono nel tempo, si riallacciano, a consuetudini pagane che celebravano con riti diversi ma tutti improntati alla gioia, il ritorno della primavera e quindi il rinnovarsi del ciclo della vita. Erano manifestazioni nate dal sentimento dell&#8217;antico popolo degli Umbri. Lo spirito con cui si conformava la festa della primavera era un inno all&#8217;amore [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="width: 108px; height: 423px; border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/calendimaggio_01.jpg" alt="" width="108" height="423" align="left" vspace="10" /><br />
<strong><span style="color: #8b0000;"><br />
La Storia</span></strong></p>
<p align="justify">Le origini del <strong>Calendimaggio</strong> si perdono nel tempo, si riallacciano, a consuetudini pagane che celebravano con riti diversi ma tutti improntati alla gioia, il ritorno della primavera e quindi il rinnovarsi del ciclo della vita. Erano manifestazioni nate <strong>dal sentimento dell&#8217;antico popolo degli Umbri</strong>. Lo spirito con cui si conformava la festa della primavera era un <strong>inno all&#8217;amore </strong>e alla ritrovata gioia di vivere dopo le giornate aspre e fredde dell&#8217;inverno. Si ballava, si beveva il vino dell&#8217;annata precedente dopo il dovuto periodo di riposo, si cantava.</p>
<p align="justify">Erano autentici resti poetici quelli che venivano recitati per rendere omaggio alla stagione dei fiori.<br />
Le cronache antiche e gli stessi documenti che riguardano la vita di <strong>S. Francesco </strong>attestano che nella sua giovinezza il santo eccelleva nella composizione di poesie da ballo e di canti. É fuori dubbio che in questo periodo l&#8217;influenza provenzale e francese era determinante, soprattutto nella musica, ma è interessante notare che tali composizioni venivano chiamate &#8220;<strong>canzoni di maggio</strong>&#8221; e proprio all&#8217;inizio di questo mese eseguite da <strong>brigate di giovani </strong>che si spostavano in vari rioni della città.</p>
<p align="justify">Le antiche cronache ci informano che <strong>Assisi</strong>, <strong>agli inizi del &#8216;300</strong>, <strong>raggiunse il massimo splendore</strong>; lo confermano l&#8217;estensione della mura cittadine, i castelli in suo possesso, la magnificenzia delle sue chiese, la presenza dei più grandi maestri pittori tra cui <strong>Giotto</strong>, <strong>Cimabue</strong>, <strong>Simone Martini</strong>, i fratelli <strong>Lorenzetti</strong> ecc&#8230; É più o meno di questo periodo anche <strong>la divisione della città</strong>, d&#8217;altronde non unico esempio in Italia in &#8220;<strong><span style="color: #8b0000;">Parte de Sotto</span></strong>&#8221; e &#8220;<span style="color: #8b0000;"><strong>Parte de Sopra</strong></span>&#8221; facenti capo rispettivamente alle <strong>famiglie rivali dei Fiumi e dei Nepis</strong>: prendono così forma gli odi e le ambizioni delle famiglie, dei partiti politici di <strong>guelfi e ghibellini</strong>.</p>
<p align="justify">A nulla valgono i provvedimenti dei magistrati, le censure degli ecclesiastici, l&#8217;esilio dei capi. Alternativamente, appoggiandosi anche a valenti capitani di altre città una Parte sopraffà l&#8217;altra, ma per breve tempo perchè lo spirito dei cittadini e delle famiglie dei vinti cerca ed ottiene immediatamente la vendetta.</p>
<p align="justify">Il primo scontro cruento di cui si ha notizia, secondo A. Fortini, risale al 14 Novembre 1376. La <strong>Parte de Sotto </strong>al grido di &#8220;<strong>ammazza! ammazza!</strong>&#8221; sorprende nel sonno gli avversari; ma è questo solo un anello di una lunga catena.<br />
Durante questi <strong>periodi di lotte civili </strong>però si mantiene sempre viva la consuetudine di celebrare la <strong><span style="color: #8b0000;">festa di primavera che appunto prende il nome di Calendimaggio</span></strong>.</p>
<p align="justify">Rivivono i canti e le musiche, le serenate sotto i balconi delle ragazze sostituiscono il fragore delle armi nei vari punti della città, si elegge il <strong>Re della festa</strong>.</p>
<p align="justify"><strong>Questa usanza si protrae per secoli</strong>. La partecipazione popolare è viva. I cittadini per queste notti interrompono l&#8217;abitudini di rientrare a casa al suono della campana che annuncia le due ore dopo l&#8217;Ave Maria e restano nelle piazze e nelle vie ad ascoltare i menestrelli. Nel 1954 la festa assume, con l&#8217;entusiasmo di tutta la cittadinanza, la suggestiva forma che fino ad oggi conserva. Fra le due &#8220;Parti&#8221; della città ritorna la sfida: questa volta non cruenta. Le due fazioni danno vita ad una contesa che rievoca i tempi di Calendimaggio. La partecipazione popolare è così intensa che <strong>per tre giorni la città rivive </strong>in ogni sua dimensione quell&#8217;atmosfera che l&#8217;aveva caratterizzata nei secoli.</p>
<p align="justify"><strong><span style="color: #8b0000;">Le Parti</span></strong></p>
<p>Le parti sono due unità territoriali e di popolo in cui, secondo antiche tradizioni, è idealmente suddivisa la Città di Assisi. Una denominata <strong><span style="color: #8b0000;">Nobilissima parte de Sopra</span></strong>, comprende i Sestieri di <strong>Porta Moiano</strong>, <strong>S. Rufino </strong>e <strong>Porta Perlici</strong>. L’altra chiamata <span style="color: #8b0000;"><strong>Magnifica parte de Sotto</strong></span>, comprende i Sestrieri di <strong>Porta San Giacomo</strong>, <strong>Porta San Francesco </strong>e <strong>Porta San Pietro</strong>.</p>
<p style="text-align: center;" align="center"><img class="aligncenter" style="border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/calendimaggio_cartina.gif" alt="" width="400" height="243" /></p>
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