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	<title>Medioevo in Umbria &#187; Eremi</title>
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		<title>Eremo Assunta Incoronata &#8211; Umbertide</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Mar 2011 09:04:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Posto a 700 m su di un poggio che domina la zona attorno ad Umbertide, isolato in mezzo a una natura di straordinaria bellezza. Ai piedi dell&#8217;altura si trova la preesistente Badia di Frana che aveva il compito di accogliere i Monaci malati dell&#8217;Eremo. La sua costruzione risale al 1530 e diede il nome alla Congregazione degli Eremi Camaldolesi di [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/EremoAssuntaIncoronata1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4590" title="EremoAssuntaIncoronata" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/EremoAssuntaIncoronata1.jpg" alt="" width="195" height="300" /></a></p>
<p>Posto a 700 m su di un poggio che domina la zona attorno ad Umbertide, isolato in mezzo a una natura di straordinaria bellezza. Ai piedi dell&#8217;altura si trova la preesistente Badia di Frana che aveva il compito di accogliere i Monaci malati dell&#8217;Eremo. La sua costruzione risale al 1530 e diede il nome alla Congregazione degli Eremi Camaldolesi di Monte Corona. Passato indenne attraverso le soppressioni napoleoniche, fu abbandonato a seguito dell&#8217;applicazione delle leggi postunitarie e la conseguente confisca dei suoi beni. Nel 1989 vi si è trasferita la comunità dei Monaci di Betlemme e dell&#8217;Assunzione della Vergine Maria che ha parzialmente ristrutturato l&#8217;Eremo, facendone un luogo di mistica contemplazione e preghiera.</p>
<p align="justify">Varcata la soglia, vi è un ampio piazzale in leggera salita. Sulla destra sorge l&#8217;edificio che un tempo era la sede del noviziato e della foresteria. Dal lato opposto si eleva la Chiesa a unica navata con decori barocchi. Le celle (17), in pietra, si dispongono su tre file con una stanza, una cappelletta, una legnaia, un laboratorio.</p>
<p align="justify">Solo gli sopiti partecipano alle funzioni della comunità: Uffici del Mattutino e delle Lodi, seguiti dall&#8217;Eucaristia (4.30) e dai V<a href="www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/eremo-visto-dallalto1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4728" title="eremo visto dall'alto" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/eremo-visto-dallalto1.jpg" alt="" width="293" height="226" /></a>espri (16.30). Questi sono gli unici momenti in cui la comunità si raduna per le celebrazioni liturgiche.<br /> Le Piccole Ore della giornata sono celebrate in cella. Solo un giorno all&#8217;anno (ultima domina o ultimo sabato di giugno) le porte dell&#8217;Eremo sono aperte a tutti coloro che lo desiderino per condividere insieme ai Monaci la Messa concelebrata con l&#8217;Arcivescovo.<br /> Festività: Assunta (15 agosto) e le altre Feste Mariane.</p>
<p align="justify">Con l&#8217;autostrada A1 si esce al casello di Arezzo, si prosegue con la statale n. 73 fino a Sansepolcro (38 km) e con la superstrada n. 3b fino a Umbertide (40 km), passando per Città di Castello. Da qui si seguono i cartelli per Monte Corona (8 km).<br /> In treno si scende alla stazione di Perugia-Ponte San Giovanni dove si prende un locale per Umbertide e si continua in taxi. Volendo salire a piedi (9 km) all&#8217;Eremo, ci si deve fermare alla stazioncina di Monte Corona (fermata a richiesta).</p>
<p align="justify">Vengono prodotti e venduti oggetti di ceramica. </p>
<hr />
<p style="text-align: center;"><strong>Eremo dell&#8217;Assunta Incoronata</strong><br /> <strong><em>Monaci di Betlemme e dell&#8217;Assunzione della Vergine Maria</em></strong><br /> Località Monte Corona<br /> 06019 Umbertide (Perugia)<br /> Tel. 075 &#8211; 9413548 &#8211; Fax 075 &#8211; 5092112</p>
<p align="justify"> </p>
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		<title>Eremo del Buonriposo &#8211; Città di Castello</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Mar 2011 09:01:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>San Francesco nei suoi pellegrinaggi verso la Verna, aveva come via quasi obbligatoria, quella dell&#8217;Alta Valle del Tevere. Passando da Città di Castello, era solito ritirarsi in preghiera in un luogo isolato, posto nella collina a destra del Tevere, sulle pendici del Monte Citerone. Qui esisteva già un &#8220;romitorio&#8221;, costituito da alcune grotte naturali, rifugio adatto alla preghiera e alla [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;"><span class="textbold"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.medioevoinumbria.it/ita/spiritualita/santiebeati/s_francesco.htm"><img class="alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/Eremo-del-Buonriposo/Eremo1.jpg" alt="" width="350" height="248" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /></a><br /><a href="http://www.medioevoinumbria.it/ita/spiritualita/santiebeati/s_francesco.htm"><br /></a> San Francesco</span></span> nei suoi pellegrinaggi verso la Verna, aveva come via quasi obbligatoria, quella dell&#8217;Alta Valle del Tevere. Passando da </span><span style="font-family: Arial;"><span style="color: #000000;">Città di Castello</span>, era solito ritirarsi in preghiera in un luogo isolato, posto nella collina a destra del Tevere, sulle pendici del <strong>Monte Citerone</strong>.</span></p>
<p>Qui esisteva già un &#8220;romitorio&#8221;, costituito da alcune grotte naturali, rifugio adatto alla preghiera e alla vita contemplativa. Il luogo, chiamato <strong>Santa Croce di Nuvole</strong>, sembra abbia acquisito la denominazione attuale di <span class="text_bordò_bold">Buonriposo</span>, dalle parole dello stesso S. Francesco, che, quando si fermava per riposarsi un pò in quella pace, era solito esclamare: <em>&#8220;Oh, che buon riposo&#8221;</em>.</p>
<p><strong><span style="color: #993300;"><span class="text_bordò_bold">Notizie storiche<br /> </span></span></strong><br /> Le cronache di Città di Castello cominciano ad interessarsi di Buonriposo e dei Francescani che vi abitavano, quando la città corse il pericolo di essere assalita dai <strong>Visconti</strong> nel <strong>1352</strong>.<br /> L&#8217; Amministrazione Comunale di Città di Castello decise di portare all&#8217; Eremo una <strong>campana</strong>, da suonare in caso di pericolo e, nello stesso anno, furono aggiunti al primitivo romitorio , chiesa e convento. <br /> Significativo nella storia dell&#8217;Eremo fu l&#8217;arrivo nel <strong>1365</strong> dei <span class="text_bordò_bold">Gesuati</span>, nuovo ordine fondato dal <strong>beato Giovanni Colombini</strong> da Siena . <br /> Dopo qualche anno, i Gesuati ricevettero in donazione dalla famiglia Guelfucci di Città di Castello, alcune terre in località Buonriposo e le due comunità religiose si trovarono ad abitare l&#8217;una vicina all&#8217;altra.</p>
<p>La convivenza fu assai difficile, perché i Gesuati si sentivano &#8220;padroni&#8221; avendo ereditato le terre, e i Francescani non volevano allontanarsi dal luogo caro a San Francesco.</p>
<p>Per porre termine al dissidio, nel <strong>1401</strong> il Comune di Città di Castello pagò la somma di 50 fiorini ai Gesuati, affinché lasciassero le terre ai Francescani che, nel frattempo, avevano aderito alla <span class="textbold">regola dell&#8217;osservanza</span> (esperienza diffusasi in quasi tutta l&#8217;Italia Centrale, che consisteva nel seguire la primitiva rigida regola dettagliata da San Francesco). <br /> Secondo documenti di archivio, la questione è sicuramente risolta nel <strong>1431</strong>, allorché Buonriposo risulta inserito nell&#8217;elenco dei conventi Francescani del territorio di Città di Castello. <br /> Quando nel <strong>1650</strong>, con una bolla del <strong>Papa Innocenzo X</strong>, vennero chiusi tutti in conventi con meno di 10 religiosi, a Buonriposo ne vivevano 12: infatti il guardiano del convento dette risposta ad un questionario della curia romana, che chiedeva il numero e gli uffici dei frati. <br /> <span style="font-family: Arial;"> Gli osservanti restarono a Buonriposo fino al <strong>1864</strong>, abbandonando l&#8217;Eremo solo per 10 anni, agli inizi del <strong>XIX</strong> secolo , durante la dominazione napoleonica. Nel 1864 le autorità italiane decretarono la chiusura del convento, che fu ceduto ai privati. </span><br /> <span style="font-family: Arial;"> Nell&#8217; aprile del <strong>1894</strong> era proprietario <strong>Domenico Palazzeschi</strong>, che manifesò al Padre Provinciale degli Osservanti la sua intenzione di restituire il Convento ai Francescani, ma la proposta non ebbe esito concreto. <br /> L&#8217;Eremo di Buonriposo rimase sempre attivo nei secoli ed ospitò molti religiosi, divenuti poi celebri, come <strong>Sant&#8217;Antonio da Padova</strong>, <strong>San Bonaventura</strong> e <strong>San Bernardino da Siena</strong>. <br /> Vi soggiornò anche a lungo il <strong>Beato Francesco da Pavia</strong>, a proposito del quale, viene riferito il seguente aneddoto, che può avere ispirato il film &#8220;Marcellino, pane e vino&#8221;:</span><br /> <span style="font-family: Arial;"> <br /> <em>&#8220;Di notte tempo, uno sconosciuto bussò alla porta del Convento di Buonriposo. Il frate addetto andò ad aprire, ma non trovò altro che un bimbo appena nato, avvolto nstoffa di lana. Lo aveva abbandonato lo sconosciuto padre, </em></span><span style="font-family: Arial;"><em>perché frutto di un&#8217;illecita relazione. I Frati del Convento ne furono scandalizzati tanto da volerlo rifiutare, ma il beato Francesco da Pavia lo prese in braccio ed invitò i frati ad avere tanta carità verso il piccolo, che per diverso tempo visse e crebbe con i frati &#8220;</em>. <br /> (Da la Francescana, testo volgare umbro del sec. XV). <br /> </span><span style="font-family: Arial;"><img class="alignright" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/Eremo-del-Buonriposo/Eremo2.jpg" alt="" width="250" height="374" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" /></span><br /> <span style="font-family: Arial;"> Anche nella II guerra mondiale, l&#8217;Eremo ebbe la sua importanza. Infatti, durante la ritirata dei tedeschi, offrì rifugio a numerosi sfollati, che forno costretti a ritornare in città, quando gli inglesi cominciarono il cannoneggiamento di Monte Cedrone, dove era una postazione tedesca. <br /> Oggi Buonriposo è abitato dagli eredi di Domenico Palazzeschi.</span><br /> <span style="font-family: Arial;"> <br /> <strong><span style="color: #993300;"><span class="text_bordò_bold">Il Chiostro</span></span></strong></span></p>
<p><span style="font-family: Arial;">Documenti giacenti nell&#8217;archivio della </span><span style="font-family: Arial;"><span class="textbold"><span style="color: #000000;">Porziuncola di Santa Maria degli Angeli </span></span>fanno risalire al <strong>1234</strong> la costruzione</span><span style="font-family: Arial;"> della parte ovest del chiostro, allora collegato all&#8217;antico Eremo e alla primitiva Cappellina francescana, sorta probabilmente sopra i resti di alcune casupole di proprietà di <strong>Capoleone Guelfucci</strong>, antico blasonato tifernate.<br /> L&#8217;antico Eremo conserva ancora i pavimento in tavolato e il chiostro architravato.</span><br /> <span style="font-family: Arial;"> Nel <strong>1352</strong> l&#8217; Eremo fu trasformato in <strong>Convento</strong> con ampliamento del chiostro, che nei lati opposti alla primitiva costruzione, presenta arcate ad ampio respiro, poggianti su pilastri realizzati in cotto.</span><br /> <span style="font-family: Arial;">Più tardi, nel <strong>1402</strong>, fu aggiunta l&#8217;attuale chiesina, rimaneggiata nel <strong>1641</strong> da Pompeo dei Bourbon del Monte, feudatario della zona. </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial;"><br /> </span><span style="font-family: Arial;"><strong><span style="color: #993300;"><span class="text_bordò_bold"><img class="aligncenter" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/Eremo-del-Buonriposo/Cappella.jpg" alt="" width="500" height="248" align="middle" border="1" hspace="10" vspace="10" /></span></span></strong></span><br />  </p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #993300;"><span style="font-family: Arial;"><span class="text_bordò_bold">La Cappella</span> </span></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">La cappella nella sua forma attuale è stata edificata nel <strong>1641</strong>. All&#8217;interno le trasformazioni barocche hanno deturpato pregevoli affreschi quattrocenteschi, raffiguranti una Crocifissione con S.Bernardino, probabilmente di scuola senese, preziosa Madonna con Bambino e un altro grande affresco di ispirazione giottesca. <br /> Le sinopie di angeli, affiancate al portale d&#8217;ingresso, suscitano notevole interesse. <br /> L&#8217; Altare maggiore , fatto costruire da Pompeo del Monte, presenta una stupenda Crocifissione su tavola. <br /> L&#8217;Opera rivela la simmetrica composizione quattrocentesca con il Cristo al centro e ai lati la Vergine e i Santi, completata in alto da due angeli svolazzanti. <br /> L&#8217;Opera, di un caldo cromatismo umbro, ricorda molto da vicino i dipinti di <strong>Raffaello</strong>, con il quale l&#8217;autore può essere venuto a contatto, quando l&#8217;artista urbinate soggiornò a </span><span style="font-family: Arial;"><span style="color: #000000;">Città di Castello</span>. </span><br /> <span style="font-family: Arial;"> Nella parte posteriore, la tavola presenta una stupenda deposizione manierista.</span><br /> <span style="font-family: Arial;">L&#8217;Edificio termina con un catino absidale, con copertura a vele, probabilmente antecedente alla costruzione della Chiesa. </span><br /> <span style="font-family: Arial;"> L&#8217; Abside in origine conteneva un coro ligneo, oggi andato perduto.</span></p>
<p><span class="text_bordò_bold"><span style="color: #993300;"><strong>La Grotta</strong></span></span><span style="font-family: Arial;"><span class="text_bordò_bold"><span style="color: #993300;"><strong><img class="alignright" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/Eremo-del-Buonriposo/Grotta.jpg" alt="" width="400" height="269" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" /></strong></span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">Il primitivo Romitorio era formato da alcune <strong>grotte</strong>, che sono state nascoste dalla costruzione dell&#8217;Eremo francescano. Attualmente è accessibile ai visitatori soltanto quella soprannominata la <strong>&#8220;Grotta del Diavolo&#8221;</strong>. <br /> Qui, infatti, secondo la leggenda, San Francesco in preghiera è stato ripetutamente &#8220;tentato&#8221; da apparizioni </span><span style="font-family: Arial;"><span style="font-family: Arial;">demoniache.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial;"><span style="font-family: Arial;"><strong><span style="color: #993300;"><span class="text_bordò_bold">I Sentieri nel bosco</span></span></strong></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
<div class="text" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">Nella parte orientale della montagna a sinistra dell&#8217; Eremo, si può percorrere un <strong>ombroso viale</strong>, fiancheggiato da cipressi secolari. <br /> La pace e la tanquillità del luogo ci portano a credere che fosse la passeggiata consueta dei frati in preghiera. <br /> Sembra quasi di udire gli echi delle lodi rivolte al Signore, che si perdono nella foresta, nel castagneto e nelle aspre balze di pietra.</span><br /> <span style="font-family: Arial;">Dal rifugio francescano, che quasi si nasconde dietro il Colle di Sant&#8217;Angiolino, lo sguardo può spaziare per </span><span style="font-family: Arial;"><strong><span style="color: #993300;"><span class="text_bordò_bold"><img class="alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/Eremo-del-Buonriposo/Sentiero.jpg" alt="" width="300" height="197" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /></span></span></strong></span><span style="font-family: Arial;">la valle solcata dal Tevere . <br /> Il luogo veniva così descritto da Capoleone Guelfucci in una satira diretta alla poetessa Turina Bufalini nel 1595:</span> <br />  </div>
<p style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial;"><em>&#8220;Nelle falde più basse in seno al monte <br /> Buon Riposo vid&#8217;io, noto alle genti, <br /> ove alzai per pietà l&#8217;alma e la fronte;<br /> </em></span><span style="font-family: Arial;"><em>Conciosiachè ab antiquo i miei parenti <br /> in onor dell&#8217;Altissima Regina <br /> quel luogo edificar da&#8217; fondamenti&#8221;.</em></span></p>
<p><span style="font-size: smaller;"><span class="calendario">Memorie Ecclesiastiche di Città di Castello, Vol. III, 1843</span></span> </p>
<p style="text-align: center;"> </p>
<div align="justify"><strong><span style="color: #993300;">L&#8217;Olivo secolare</span></strong><img class="alignright" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/Eremo-del-Buonriposo/OlivoSecolare.jpg" alt="" width="200" height="312" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<p>Una credenza popolare tramanda il seguente episodio:</p>
<p>il <strong>Beato Angelo da Assisi</strong>, di ritorno da un pellegrinaggio, conficca nel terreno il suo bastone di olivo , che rinverdisce e dà vita ad un vigoroso albero, che si può ammirare ancora oggi. </p>
</div>
<div align="justify"> </div>
<div align="justify"><img class="alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/Eremo-del-Buonriposo/AneddotiTeschi.jpg" alt="" width="200" height="292" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /><br /> <span style="color: #993300;"><strong>Aneddoti<br /> </strong></span><br /> All&#8217; Eremo di Buon Riposo, durante scavi archeologici, sono stati ritrovati molti <strong>teschi</strong>, fra i quali due vicini fra loro. Uno di essi era meglio conservato e accurati studi hanno potuto stabilire che si trattava del teschio di un uomo; l&#8217;altro, più fragile, e più vecchio del precedente, apparteneva ad una donna. Si è quindi pensato che il primo fosse del <strong>Beato Stefano da Castello</strong> e il secondo di sua madre, morta di parto. <br /> Viene spontaneo chiedersi perché fossero sepolti vicini. Le cronache religiose tramandano che il Beato Stefano, profondamente colpito dal fatto che la madre fosse morta per darlo alla luce, portava sempre il tescho con sè e volle farlo seppellire accanto a lui. <br /> Questo, però, non si può stabiliere con certezza, in quanto i teschi ritrovati erano molti e questi due potrebbero essere stati vicini solo per una coincidenza.</div>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Eremo Nostra Signora di Monte Corona &#8211; Umbertide</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2011 15:54:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Le vicende dell&#8216;Eremo di Monte Corona sono strettamente legate a quelle dell&#8216;Abbazia di San Salvatore, già sede dei camaldolesi e dei coronesi. Morto Paolo Giustiniani il 28 giugno 1528 sul Monte Soratte a 52 anni d&#8217;età, venne eletto maggiore dei coronesi Agostino da Bassano e poi, alla sua morte (1529), Giustiniano da Bergamo, che fu un solerte propagatore della regola [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="width: 250px; height: 178px; border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/eremo_montecorona.jpg" alt="" width="250" height="178" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" /><br /> Le vicende dell<strong>&#8216;Eremo di Monte Corona</strong> sono strettamente legate a quelle dell<strong>&#8216;Abbazia di San Salvatore</strong>, già sede dei camaldolesi e dei coronesi. Morto Paolo Giustiniani il <strong>28</strong> <strong>giugno 1528 </strong>sul Monte Soratte a 52 anni d&#8217;età, venne eletto maggiore dei coronesi Agostino da Bassano e poi, alla sua morte (<strong>1529</strong>), Giustiniano da Bergamo, che fu un solerte propagatore della regola di Paolo Giustiniani. Giustiniano da Bergamo, che viene considerato il  secondo padre dei coronesi, propose al <strong>Capitolo generale </strong>l&#8217;erezione di un eremo a somiglianza di quello di Camaldoli, che fosse capo di tutta la Congregazione.<br /> Dopo molte proposte fu stabilito di fabbricarlo sulla vetta del Monte Corona, per la vicinanza all&#8217;<strong>Oratorio</strong> <strong>di San Savino </strong>e all&#8217;<strong>Abbazia</strong> <strong>di San Salvatore</strong>. Nel <strong>1530</strong>, quando furono iniziati i lavori per la costruzione dell&#8217;Eremo, la chiesa dell&#8217;<strong>Abbazia</strong> era quasi diroccata, tanto che gli eremiti chiesero al papa Clemente XII la facoltà di demolirla ed usare i materiali recuperati per la costruzione del nuovo edificio religioso sulla vetta del Monte. Il papa concesse l&#8217;autorizzazione, ma proibì di demolire l&#8217;antica cripta. Intanto alcuni <strong>seguaci </strong>di Paolo Giustiniani si erano stabiliti nella piccola cappella a metà Monte, dedicata a San Savino, alla quale il patrizio perugino Raniero Beltramo aveva donato nel <strong>1209 </strong>un appezzamento di terreno nei dintorni. Per una provvisoria sistemazione i monaci eressero le loro cellette attorno alla primitiva cappella, utilizzando tronchi d&#8217;albero, pietre e fango ed ogni giorno si recavano sulla sommità del Monte per portare avanti i lavori di costruzione del nuovo eremo.<br /> Oggi la <strong>cappella di San Savino </strong>è stata trasformata in una casa di civile abitazione; un tempo aveva la sacrestia adorna di affreschi a graffiti, due piccole cellette con camino e, fin dalle origini dell&#8217;<strong>Eremo</strong>, i monaci, un laico e un sacerdote, a mezzanotte, vi celebravano gli uffici divini. <br /> <strong>L&#8217;Abbazia di San Salvatore, San Savino </strong>e <strong>l&#8217;Eremo </strong>nel XVI secolo vennero uniti da una strada, chiamata <strong>&#8220;la mattonata&#8221;</strong>, costruita a secco con blocchi di pietra arenaria; era larga circa due metri e si dice che finanziatore dell&#8217;opera sia stato il monaco eremita polacco Niccolò Walski, già nobile maresciallo, con la somma di seimila scudi.<br /> Nel <strong>maggio 1540</strong> si tenne all&#8217;<strong>Abbazia</strong> <strong>di San Salvatore</strong> di Monte Corona il <strong>Capitolo generale </strong>con la partecipazione di molti eremiti camaldolesi e coronesi. Si discusse dell&#8217;unione di tutti i <strong>seguaci</strong> di S. Romualdo e, alla fine, fu trovato un accordo, stilato il <strong>21 maggio 1540 </strong>da Angelo Nicoluccio di <strong>Fratta</strong>. Dalla convenzione però rimasero fuori i camaldolesi di Toscana, con i quali tenterà l&#8217;unione Giovanni Battista da Prato nel <strong>1595</strong>. Il patto fra gli eremiti, stipulato alla <strong>Abbazia di </strong><a href="www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/interno-eremo-di-Monte-Corona1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4732" title="Eremo di Monte Corona" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/interno-eremo-di-Monte-Corona1.jpg" alt="" width="270" height="202" /></a><strong>Monte Corona </strong>nel <strong>1540</strong>, si rivelò di breve durata, perché il <strong>29 maggio 1542 </strong>troviamo coronesi e camaldolesi di nuovo separati.<br /> All&#8217;Eremo si stava intanto lavorando alacremente e, nell&#8217;<strong>aprile</strong> <strong>del 1553</strong>, il pontefice Paolo III concesse ai monaci coronesi, come sussidio ordinario per condurre a termine i lavori, il podere del <strong>Colle di San Savino </strong>e quello di <strong>San Giuliano</strong>, vicini all&#8217;Eremo stesso.<br /> La sommità del Monte cominciò a popolarsi e, nel <strong>1555</strong>, venne cominciata la <strong>chiesa</strong>. In questi anni la vita dell&#8217;<strong>Abbazia</strong> <strong>di San Salvatore </strong>fu intensamente legata a quella che si svolgeva all&#8217;<strong>Eremo</strong>: erano due centri che tra loro si integravano. Il romitorio era il centro della vita spirituale, l&#8217;<strong>Abbazia</strong> (o Badia) la sede più importante delle attività economiche. Alla Badia erano concentrati i magazzini, gli uffici amministrativi, essendo di facile accesso per tutti; vi erano, inoltre, le abitazioni per quegli eremiti che, o per vecchiaia o per infermità, non potevano osservare le rigorose regole di vita praticate dai confratelli che vivevano all&#8217;Eremo. L&#8217;<strong>Abbazia</strong> era provvista di una <strong>farmacia </strong>che ebbe grande importanza anche fuori dei confini locali, in particolare per certi farmaci estratti dalle erbe (rinomatissimo il <strong>Balsamo </strong>ed il <strong>Fiasco</strong>, liquore contro la malaria) celebre restò per lungo tempo tra i suoi farmacisti Fra&#8217; Camillo.<br /> Il farmacista laico Alessandro Burelli di<strong> Umbertide </strong>rimase in attività anche dopo che gli eremiti furono costretti a lasciare <strong>Monte Corona </strong>nel 1863. Alla Badia era poi sempre aperta una foresteria per ospitare pellegrini e viandanti.<br /> L&#8217;Eremo dove la regola eremitica trovava la più rigida applicazione, era invece luogo di meditazione e di preghiera. Nel <strong>1556</strong> vi morì con fama di santità il perugino Rodolfo Degli Oddi. <br /> Coronesi e camaldolesi di <strong>Toscana</strong> vivevano ancora separati e si pensò alla loro riunione. Nella <strong>assemblea</strong> <strong>generale</strong> tenuta a Monte Corona nel <strong>1561</strong> si parlò di questo problema e se ne ridiscusse nel <strong>Capitolo generale del 1580</strong>, sempre tenuto a Monte Corona, e poi di nuovo nel <strong>1595</strong>. In realtà, fino al <strong>1634</strong>, per novantadue anni, i camaldolesi toscani e quelli di Monte Corona rimasero separati.<br /> Nell&#8217;anno <strong>1634</strong>, con il papa Urbano VIII, si stabilì di tornare ad una medesima regola, sotto un solo governo, sotto la protezione dello stesso padre San Romualdo, sub cuius bomine ac regularibus institutis militare profitentur (sotto il cui nome e con le regole stabilite hanno promesso di servire).<br /> Urbano VIII era deciso a rimettere ordine, e, per mantenere uniformità alla regola e perché una provincia non prevalesse sull&#8217;altra, decretò che gli eremi coronesi non potessero trasferirsi da provincia in provincia.<br /> Stipulata l&#8217;unione degli eremiti camaldolesi toscani con quelli coronesi, Monte corona si valorizzò ulteriormente, anche per la sua già efficiente organizzazione. In quello stesso 1634 la Congregazione Pedemontana dell&#8217;Eremo di Torino, fondato da Alessandro di Ceva nel 1601, chiese di essere unita a quella di Monte Corona con tutte le largizioni concesse dai principi di Savoia.<br /> I coronesi però non ebbero e non fondarono eremi solamente in Italia; dal 1601 organizzarono nuclei anche all&#8217;estero: in Francia, Polonia, Austria, Germania e Ungheria, divenendo uno degli ordini religiosi più importanti e seguiti. Per molti anni l&#8217;Eremo di Monte Corona fu il centro di quarantacinque cenobi, che si erano ridotti, nel 1840, a dodici, per le vicende del &#8216;700-&#8216;800.<br /> Nel febbraio 1798, pochi giorni dopo la proclamazione della Repubblica Romana, Luigi Bartoli, con un plotone di soldati francesi, fu inviato da Perugia alla Fratta per ispezionare i conventi e redigere un verbale sulla consistenza dei loro beni. Il comportamento del commissario Bartoli e dei soldati fu improntato a violenza e intimidazioni, sia nei confronti delle popolazioni sia dei monaci, minacciati di arresto se si fossero rifiutati di aderire alle richieste. Don Leopoldo, eremita &#8220;celleraro&#8221; di Monte Corona, racconta che il Bartoli lo minacciò di una grossa multa e dell&#8217;arresto immediato se non gli avesse mostrato l&#8217;inventario di tutti i beni dell&#8217;Abbazia e dell&#8217;Eremo e che i soldati si abbandonarono al saccheggio, sfondando porte e sfasciando armadi per sottrarre argenteria, pelli e stoffe, che ai monaci servivano per fare zoccoli e lenzuola.<br /> Qualche mese più tardi l&#8217;Eremo fu minacciato dall&#8217;espulsione dei religiosi forestieri, ma questo provvedimento non venne preso, come non venne effettuata la minacciata soppressione del convento, decisa quando ormai la Repubblica Romana aveva i giorni contati. Nell&#8217;ostacolare tale provvedimento, del resto, influì anche il comportamento degli amministratori di Fratta, che, in una lettera inviata all&#8217;Amministrazione Dipartimentale di Perugia, fecero presente che la soppressione del Monastero di Monte Corona non era ben visto dalla popolazione e che le entrate del cenobio servivano, in gran parte, a mantenere i poveri del Comune, ai quali i camaldolesi assicuravano vitto e medicinali. Inoltre essi aggiunsero che a Monte Corona erano ricoverati molti monaci anziani e di salute cagionevole, che sarebbe stato impossibile sistemare altrove; infine, concludevano gli amministratori di Fratta, i religiosi di Monte Corona avevano sempre dato il loro ampio contributo in foraggi per i cavalli e in viveri per i soldati, ogni volta che loro era stato richiesto. Il decreto di soppressione, nonostante tutto, giunse alla Fratta, ma non fu attuato per la fine della Repubblica. <br /> Con l&#8217;avvento al soglio pontificio di Pio VII e con la pace stipulata con Napoleone, lo Stato della Chiesa conservò quasi tutti i territori. Il Convento di Monte Corona rimase aperto fino al 1812, quando Napoleone emanò le leggi di soppressione degli ordini religiosi, ma nel 1814 il Papa ritornò nel suo stato e la vita dell&#8217;ordine dei camaldolesi coronesi riprese. In questo periodo fu dato corso ad una nuova strutturazione della chiesa e del campanile; nel 1828 furono fuse la più piccola e la più grande delle tre campane, mentre quella media fu allestita nell&#8217;anno successivo.<br /> Con l&#8217;avvento del Regno d&#8217;Italia e l&#8217;entrata in vigore delle leggi che prevedevano la confisca dei beni ecclesiastici, i coronesi, nonostante avessero inviato a Torino due eremiti per intercedere presso il Conte di Cavour, dovettero lasciare l&#8217;Eremo e l&#8217;Abbazia di San Salvatore nel 1863.<br /> Inizialmente lo Stato italiano affittò tutte le proprietà dei camaldolesi (2524 ha di terreni) ai fratelli Santicchi e Vaiani, poi, nel 1865, vendette al conte Giuseppe Manni. Il 27 marzo 1871 tutti i beni di Monte Corona furono acquistati dal marchese Filippo Marignoli, senatore del Regno d&#8217;Italia. Per oltre sessanta anni Monte Corona rimase a questa famiglia, che trascorse lunghi periodi anche all&#8217;Eremo. Il figlio di Filippo, Francesco, si unì in matrimonio con Flaminia Torlonia, dalla quale ebbe quattro figli; i due maschi, Liborio e Giulio, sposarono rispettivamente Beatrice, prima moglie di Guglielmo Marconi divorziata, e Marinetta Trotta di Umbertide. I Marignoli costruirono alla Badia una lussuosa abitazione, e negli anni trenta, un importante canale di irrigazione che utilizza le acque del Tevere.<br /> Nel periodo 1926-1927 entro la cinta muraria dell&#8217;Eremo furono abbattuti 2.233 abeti secolari, alcuni dei quali raggiungevano il diametro di ottantacinque cm..<br /> Verso la fine del 1935 i Marignoli cedettero la proprietà ad una banca, che la vendette nel 1938 al tenore Beniamino Gigli. Questi, al profilarsi della seconda guerra mondiale, rivendette all&#8217;I.F.I., istituto finanziario della F.I.A.T. di Torino, che passò poi i beni alla S.A.I., gruppo finanziario della famiglia Agnelli. Nel 1979 la S.A.I. entrò a far parte del gruppo Ursini ed oggi l&#8217;azienda di Monte Corona è chiamata &#8220;S.A.I. Agricola S.p.a.&#8221;. Durante il secondo conflitto mondiale l&#8217;Eremo dette ospitalità a numerose famiglie di sfollati, che avevano abbandonato la città dopo i primi bombardamenti aerei del 1944 e per sfuggire alle rappresaglie nazifasciste. Dopo un violento cannoneggiamento durato alcuni giorni, la mattina del 5 luglio 1944 l&#8217;Eremo fu occupato dalle truppe anglo-americane, che entrarono dalla &#8220;Portaccia&#8221; e attraverso le brecce delle mura di cinta. Dagli anni successivi al 1960, con lo spopolamento delle campagne, anche l&#8217;Eremo è stato abbandonato da quelle poche famiglie di dipendenti dell&#8217;amministrazione agricola di Monte Corona che l&#8217;abitavano. Nel 1975 la comunità benedettina di Perugia, favorita dalla proprietà, tentò di occupare l&#8217;Eremo e di rimettere un po&#8217; d&#8217;ordine dopo anni di abbandono; l&#8217;esiguità delle forze impegnate rese però vano il tentativo e l&#8217;unico religioso che vi abitava dopo poco tempo lasciò l&#8217;impresa.<br /> Nei primi giorni del 1977 un guru indiano prese in affitto per alcuni anni l&#8217;antico Eremo e grandi furono le speranze e l&#8217;entusiasmo, considerati i progetti. Con alcuni collaboratori lo Yogi Sri Satyananda tentò di realizzare la sua missione di dare un nuovo equilibrio e orientamento all&#8217;uomo.<br /> Così nel luogo, che per secoli era stato centro di meditazione filosofica e religiosa per eremiti e monaci camaldolesi, coronesi, si ricreò una nuova intensa attività religiosa.<br /> L&#8217;Eremo stava diventando un ritiro spirituale (Sadhana Ash-ram) e furono iniziate opere di ripristino di una certa consistenza; fu risolto il problema dell&#8217;approvvigionamento dell&#8217;acqua potabile e tutto lasciava credere che l&#8217;Eremo tornasse a vivere. Il giorno di Pasqua del 1977 il Sadhana Ashram di Monte Corona venne inaugurato ufficialmente e tutto sembrava scorrere nel migliore dei modi; prima della fine del 1980 il guru Sri Satyananda e i suoi seguaci lasciarono l&#8217;Eremo.<br /> Dopo un altro anno circa di abbandono e di ulteriori vandaliche spoliazioni, è stato acquistato il 9 luglio 1981 dalla Comunità delle piccole sorelle monache di Betlemme, che l&#8217;hanno denominato Monastero di Betlemme Nostra Signora di Monte Corona. Il primo gruppo di suore (sei o sette) è giunto all&#8217;Eremo il 21 novembre 1981 per continuarvi la secolare tradizione dei monaci che qui sono vissuti.<br />  <br />  </p>
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		<title>Eremo Santa Maria delle Carceri &#8211; Assisi</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2011 15:44:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Situato a circa 4 km. da Assisi, è raggiungibile percorrendo la strada che costeggia il borgo antico della città e salendo la strada che arriva al Monte Subasio. L&#8217;eremo delle Carceri, posto tra il monte S. Rufino e il monte Subasio, immerso nel verde di lecci secolari e luogo particolarmente silenzioso, offre al visitatore momenti di calma e di serenità [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; width: 280px; height: 181px;" src="/wp-content/gallery/resources/assisi_eremo_dc.jpg" alt="" width="280" height="181" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<p>Situato a circa<strong> 4 km</strong>. da <strong>Assisi</strong>, è raggiungibile percorrendo la strada che costeggia il borgo antico della città e salendo la strada che arriva al <strong>Monte Subasio</strong>.</p>
<p><strong><span style="color: #8b0000;">L&#8217;eremo delle Carceri</span></strong>, posto tra il monte <strong>S. Rufino </strong>e il monte Subasio, immerso nel verde di <strong>lecci secolari </strong>e luogo particolarmente silenzioso, offre al visitatore momenti di calma e di serenità dove potersi sentire <strong>parte integrante</strong> della natura e  poter vivere intensi momenti di preghiera e introspezione.</p>
<p><img class="alignright" style="border-style: initial; border-color: initial; width: 220px; height: 220px;" src="/wp-content/gallery/resources/assisi_eremo_dc2.jpg" alt="" width="220" height="220" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<div>
<p>Dopo aver oltrepassato un voltone, si arriva al <strong>&#8220;Chiostrino dei frati&#8221;</strong>, così è chiamata la suggestiva terrazza a pianta triangolare che si presenta immediatamente alla vista e che si affaccia a strapiombo sul fosso delle Carceri. Nel mezzo del cortile c&#8217;è un pozzo e due porte che conducono al refettorio, con semplici tavoli quattrocenteschi, e alla chiesa, dove in un armadio sono ancora conservate alcune reliquie di <strong>San Francesco</strong>.</p>
<p><img class="alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; text-align: justify; width: 220px; height: 220px;" src="/wp-content/gallery/resources/assisi_eremo_dc4.jpg" alt="" width="220" height="220" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<div>
<p>Il convento è formato da due ali che si uniscono ad angolo retto e sopra la porta d&#8217;ingresso c&#8217;è murato un monogramma di <strong>San Bernardino</strong>.</p>
<p>Al piano superiore, con una parete incassata nella roccia del monte, è situato il dormitorio dove si possono vedere le cellette dei frati.</p>
<p>Il convento fu ristrutturato nel <strong>XV</strong> sec.da <strong>San Bernardino da Siena </strong>e ingrandito poi, nella forma attuale, nei secoli<strong> XVI e XVII</strong>.</p>
<p><img class="alignright" style="border-style: initial; border-color: initial; text-align: justify; width: 220px; height: 220px;" src="/wp-content/gallery/resources/assisi_eremo_dc3.jpg" alt="" width="220" height="220" align="absmiddle" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<div> </div>
<p>E&#8217; in questo luogo ameno, che si rifugiarono Francesco e i suoi fratelli nei momenti in cui avevano estremo bisogno di solitudine e di ritirarsi in meditazione; ancora oggi, intatte nel tempo, si possono vedere le piccole grotte che li hanno ospitati. Secondo una leggenda, il fosso sottostante il convento, sarebbe stato prosciugato dal santo per non disturbare, </p>
<p>con il rumore dell&#8217;acqua, le preghiere dei frati.</p>
<p>Dal Convento, scendendo una ripida scalinata, si arriva alla <strong>grotta di San Francesco</strong>: un umile giaciglio ricavato nella roccia in cui il Santo si riposava utilizzando un tronco come cuscino.</p>
<p><img class="alignleft" style="width: 220px; height: 220px; border-style: initial; border-color: initial;" src="/wp-content/gallery/resources/assisi_eremo_dc5.jpg" alt="" width="220" height="220" align="absmiddle" border="1" hspace="10" vspace="10" />All&#8217;esterno della grotta, si trova un <strong>enorme leccio </strong>secolare dove si dice che gli uccelli sostassero per ascoltare le parole del Santo e si può inoltre notare un buco nel terreno, dal quale si vede il fondo del burrone, che è stato aperto dal demonio quando è stato cacciato da frate Rufino. <br /> Continuando il percorso si arriva ad un ponticello, dopo il quale, si trova una statua bronzea che rappresenta San Francesco che libera le tortorelle (opera di Vincenzo Rosignoli), ed è qui che inizia un sentiero dove si trovano le altre grotte dei primi compagni di Francesco: fra&#8217; Leone, Antonio da Stroncone, Bernardo da Quintavalle, Egidio, Silvestro e Andrea da Spello e un altare composto da due grosse pietre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="justify">Informazioni:</p>
<p>Eremo S.Maria Carceri<br /> Frati Francescani Minori<br /> Località Santuario<br /> 06081 Assisi (Perugia)</p>
<p> <br />  </p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
</div>
<div> </div>
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		<title>Eremo della Trasfigurazione &#8211; Spello</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2011 15:41:54 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Edifici Religiosi]]></category>
		<category><![CDATA[Eremi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>  Con la statale n. 75 da Perugia si arriva a Spello (20 km). Da qui si sale a Collepino (6 km) e all&#8217;Eremo, posto al di là dell&#8217;abitato. In treno si scende alla stazione di Spello e si prosegue in taxi (telefono 651582). L&#8217;Eremo sorge a 751 m di altezza, in mezzo a un bosco di ulivi e di [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/eremo-Collepino-Spello.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4717" title="eremo Collepino - Spello" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/eremo-Collepino-Spello-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a> </p>
<p>Con la statale n. 75 da Perugia si arriva a Spello (20 km). Da qui si sale a Collepino (6 km) e all&#8217;Eremo, posto al di là dell&#8217;abitato. In treno si scende alla stazione di Spello e si prosegue in taxi (telefono 651582).</p>
<p>L&#8217;Eremo sorge a 751 m di altezza, in mezzo a un bosco di ulivi e di lecci, immerso nella pace più assoluta.<br /> Costruito nel 1972 là dove si eleva l&#8217;Abbazia romanica, benedettina-camaldolese, risalente a circa nove secoli fa, quando nel 1205 San Romualdo vi fondò il suo cenobio. Pietre cariche di un messaggio spirituale che trascende i secoli e rinnova il disegno misterioso di Dio, che volle l&#8217;Umbria come centro della vita monastica cristiana. Fondato da Madre Maria Teresa dell&#8217;Eucaristia, nasce dopo una lunga esperienza di vita carmelitana.</p>
<p>Struttura moderna che si inserisce razionalmente e armonicamente nel contesto naturale e storico. Vi sono resti interessanti: la Chiesina di San Silvestro, la Cripta, la Torre antica. Tutte costruzioni rigorosamente in pietra, come il resto del complesso attuale.</p>
<p>La giornata dell&#8217;Eremo si svolge su orari tradizionalmente monastici: inizia alle 5.30 e termina alle 21. Il venerdì, giorno di digiuno e di assoluto silenzio, è preceduto da una notte di veglia. A turno si effettua l&#8217;Adorazione Eucaristica. Qui l&#8217;anno viene diviso in due tempi: da maggio a settembre l&#8217;Eremo si apre agli ospiti: da ottobre ad aprile il raccoglimento e l&#8217;approfondimento teologico si fa più intenso. Gli ospiti possono prendere parte alla vita e alla Liturgia delle Monache.</p>
<p>L&#8217;Eremo accoglie le donne che desiderino vivere spazi di solitudine e di ricerca spirituale. L&#8217;ospite è tenuta a rispettare la vita monastica, deve cooperare al lavoro della comunità, compatibilmente alle sue possibilità, e non può rimanere più di 5 giorni. Le celle disponibili sono otto. Occorre prenotare per tempo. Informazioni: Suor Maria Teresa.</p>
<hr style="height: 1px;" size="1" />
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Eremo della Trasfigurazione</strong></p>
<p>Piccole Sorelle di Maria<br /> Località San Silvestro da Collepino<br /> 06038 Spello (Perugia)<br /> Tel. 0742 &#8211; 651211</p>
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		<title>Eremo Francescano di Campello sul Clitunno &#8211; Trevi</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2011 15:37:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Sono rimaste solo in due del nucleo fondato negli anni &#8217;20 del secolo scorso da sorella Maria, francescana, che ha abbandonato l&#8217;ordine per vivere una vita di preghiera e di povertà di A.R. L&#8217;eremo francescano di Campello è una macchia bianca nel verde della montagna che sovrasta le Fonti del Clitunno. La strada che s&#8217;inerpica ripida tra gli ulivi sbuca [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/Eremo-francescano-Campello-sul-Clitunno.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4721" title="Eremo francescano Campello sul Clitunno" alt="" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/Eremo-francescano-Campello-sul-Clitunno-300x201.jpg" width="300" height="201" /></a>Sono rimaste solo in due del nucleo fondato negli anni &#8217;20 del secolo scorso da sorella Maria, francescana, che ha abbandonato l&#8217;ordine per vivere una vita di preghiera e di povertà</p>
<p><span style="font-size: smaller;">di A.R.</span></p>
<p>L&#8217;eremo francescano di Campello è una macchia bianca nel verde della montagna che sovrasta le Fonti del Clitunno. La strada che s&#8217;inerpica ripida tra gli ulivi sbuca su un piccolo spiazzo di fronte  al muro di cinta. Oltre il cancello, un vasto piazzale alberato e in fondo la piccola chiesa romanica seminascosta dall&#8217;edera.<br />
Daniela Maria, la sorella che viene ad aprirci, veste un saio grigio, non porta alcun velo, calza dei semplici sandali. Dal saio spunta un colletto bianco, quasi un timido segno di grazia femminile. «L&#8217;eremo &#8211; ci spiega &#8211; risale all&#8217;anno mille, ma le prime notizie sicure si hanno nel trecento. E&#8217; stato visitato da S. Francesco e da S. Bernardino da Siena, ma la grotta su cui sorge è del V secolo e pare fosse abitata da eremiti venuti dalla Siria». Ci porge una torcia elettrica e ci fa scendere in un cunicolo buio scavato nella roccia viva; in fondo, una grotta più ampia di forma regolare testimonia la presenza degli essere umani. E&#8217; singolare questo intrecciarsi di memorie e di ricerche spirituali a distanza di secoli.<br />
Uno scampanellare festoso annuncia l&#8217;arrivo di sorella Brigitte, un&#8217;ottantenne parigina dal volto radioso che ritorna dalla visita a un altro eremo.<br />
La piccola comunità è tutta qui. Sono attualmente  in quattro del nucleo fondato negli anni venti da sorella Maria, francescana missionaria di Maria che abbandonò l&#8217;ordine per vivere una vita di preghiera e d i povertà secondo lo stile di S. Francesco d&#8217;Assisi.<br />
«Maria era superiora del gruppo di religiose che nell&#8217;ospedale angloamericano di Roma si occupava dell&#8217;assistenza dei feriti della prima guerra mondiale. Qui cominciò a sentire d&#8217;essere chiamata a una vita più vicina ai poveri, meno garantita, meno protetta dalle certezze. Voleva riprendere l&#8217;esperienza delle comunità apostoliche: semplici fratelli e sorelle che vivono insieme attorno al Vangelo, nella memoria di Gesù, nell&#8217;accoglienza di tutti».</p>
<p><span style="color: #800000;"><strong>UNA SCELTA CORAGGIOSA </strong></span></p>
<p>Mentre ci spiega, Daniela Maria ci fa passare attraverso il piccolo chiostro francescano restaurato dopo il terremoto. La luce di questo limpido pomeriggio d&#8217;ottobre gioca con le pietre del chiostro e le rende vive. Una bellezza essenziale, come la vita della gente che qui abita. «Nel 1919 Maria ottiene il permesso di uscire dall&#8217;ordine insieme a una novizia. Dopo aver vagato per diversi luoghi si stabilisce in Umbria. Nel 1923 scopre per la prima volta l&#8217;eremo, allora quasi un rudere, e se ne innamora. Decide di acquistarlo e di restaurarlo, ma non ha mezzi. L&#8217;eremo viene comprato e ristrutturato soprattutto grazie al denaro procurato da sorella Amata, di fede anglicana, che Maria chiama &#8220;la mia prima compagna di preghiera&#8221;. Nel 1926 le prime cinque sorelle s&#8217;installano nel vecchio conventino francescano».<br />
La vita è dura: all&#8217;eremo non c&#8217;è corrente elettrica, l&#8217;acqua potabile è portata a dorso di mulo, non esiste telefono. Maria sceglie di vivere come la gente della montagna umbra circostante. Ma soprattutto non vuole fondare nessuna nuova congregazione: «Il nostro unico vincolo religioso &#8211; diceva &#8211; è solo quello dell&#8217;amore fraterno». Pensa a una piccola famiglia e diffida di una comunità più ampia: «Se saremo più di sette dovremo scemare altrove», ripeteva spesso.</p>
<p><span style="color: #800000;"><strong>UNA FEDE SENZA CONFINI </strong></span></p>
<p>Nell&#8217;avventura spirituale di Maria c&#8217;è un aspetto sorprendente: la sua piccola famiglia non ha confini di fede. tant&#8217;è vero che una delle prime compagne è anglicana. Maria confessa di essere attratta da tutto e desiderosa di attingere da tutto. «Nella chiesa italiana degli anni &#8217;20, quando non si parlava ancora di ecumenismo, questo era un grosso scoglio. E le creò grandi complicazioni con l&#8217;autorità religiosa locale, che cominciò a sospettarlo di modernismo, anche per la sua fraterna amicizia con Ernesto Bonaiuti».<br />
Come è sorto questo legame tra la piccola suora francescana e l&#8217;intellettuale modernista? «Si erano conosciuti alla clinica angloamericana di Roma ed erano entrati subito in sintonia perché avevano la stessa visione di una &#8220;vita nuova&#8221;, di un cristianesimo radicale. Maria non era attratta dalle speculazioni teologiche dell&#8217;amico, ma dal suo desideri di fedeltà evangelica e dalla sua ricerca interiore. Lo chiamavano amichevolmente Ginepro e gli fu sempre vicina, anche dopo le ripetute scomuniche dell&#8217;autorità ecclesiastica. &#8220;La mia religione è la comunione con chi amo e chi soffre&#8221;, amava ripetere».<br />
Daniela ci conduce sull&#8217;altro lato dell&#8217;eremo e ci fa incamminare lungo un sentiero che si apre nel mezzo di un orto ben curato. Lo scenario che si offre alla vista è di una bellezza struggente: lo sguardo può spaziare sulla valle spoletana e accarezzare i paesini che s&#8217;inerpicano sulle pendici delle montagne. Al termine del sentiero campeggia una grande croce valdostana. «Questa è la via della pace &#8211; ci spiega Daniela. La percorriamo ogni mattina insieme con gli ospiti recitando il Cantico dei tre fanciulli: &#8220;Opere tutte benedite il Signore&#8221;. La croce è il centro del cammino spirituale; ci ricorda il dono di sé e la gratuità dell&#8217;amore».<br />
Sul lato sinistro, uno slargo del sentiero fa posto a un semplice altare di pietra. E&#8217; la cappella della trasfigurazione, quasi a ricordare fisicamente l&#8217;ambizione della vita eremitica: trasfigurare l&#8217;uomo.</p>
<p><span style="color: #800000;"><strong>OSPITALITA&#8217; PER TUTTI </strong></span></p>
<p>L&#8217;eremo era stato pensato come luogo di ospitalità per tutti. E&#8217; una tradizione che continua ancora? «Certamente. All&#8217;inizio gli ospiti potevano venire sempre, ora abbiamo pensato di limitare il periodo di accoglienza da Pasqua a novembre, perché abbiamo bisogno di un tempo più tranquillo per rigenerarci. C&#8217;è però anche un motivo pratico: nei mesi invernali è difficile riscaldare la foresteria».<br />
Lo spirito di questa ospitalità è sintetizzato splendidamente in una lettera della fondatrice a Don Orione. «Noi non desideriamo né guidare ritiri, né dare insegnamenti, né prestarci a qualsiasi discussione religiosa&#8230; Vivendo in semplicità di cuore e di fede offriamo all&#8217;ospite di ciò che abbiamo: la partecipazione alla preghiera, se così desidera, la mensa comune, la pace di questo luogo solitario ove hanno vissuto anime contemplanti, e ove la natura e il silenzio dispongono l&#8217;anima a ritrovare se stessa&#8230;<br />
Né accogliendo crediamo di &#8220;far del bene&#8221;; vogliamo bene ed è perciò che accogliamo sempre».<br />
Saliamo con Daniela una ripida china e arriviamo di fronte ai resti di una torre romana. Maria vi ha fatto costruire una celletta con la finestra rivolta verso la montagna per coloro che desiderano vivere e pregare in totale isolamento. E&#8217; il punto più alto dell&#8217;eremo dal quale si gode un panorama stupendo. Con un colpo d&#8217;occhio si domina l&#8217;intera pianura umbra fino ad Assisi e Perugia.<br />
Nella pace del tramonto questo luogo parla da solo.</p>
<p><span style="color: #800000;"><strong>LE LETTERE DI GANDHI </strong></span></p>
<p>Eppure l&#8217;isolamento e il silenzio dell&#8217;eremo non lo hanno tagliato fuori dalla storia comune, perché Maria ha saputo portare il mondo nell&#8217;eremo. «Maria ha intrattenuto relazioni con persone molto lontane dai suoi orizzonti culturali. Ha dialogato con Bonaiuti e Mazzolari, con Donini e Turoldo, ma anche con personalità straniere come Sabatier, Friedrich Helier e soprattutto con Albert Schweitzer e il Mahatma Gandhi. Le lettere che Maria ha scambiato con questi due personaggi sono toccanti. Gandhi lo incontrò a Roma nel dicembre del 1931 e il Mahatma scrisse che la mezz&#8217;ora trascorsa con le sorelle francescane rimaneva in lui come uno dei ricordi più cari.<br />
Con Schweitzer Maria non intratteneva solo un rapporto epistolare, ma inviava al lebbrosario di Lambarené le bende tessute dalle sorelle».<br />
Ridiscendiamo il piazzale d&#8217;ingresso ed entriamo nella chiesetta dell&#8217;eremo.<br />
Sobria e spoglia come tutte le chiese romaniche, è avvolta nella penombra. Il piccolo coro dell&#8217;abside dove le sorelle si riuniscono per recitare i salmi assomiglia, per la sua povertà, al coro di San Damiano. Lo spirito di Francesco e Chiara è palpabile. Forse è proprio questo spazio vuoto, che evoca la &#8220;caverna del cuore&#8221;, il centro spirituale dell&#8217;eremo.</p>
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		<title>Eremo di San Girolamo &#8211; Scheggia</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2011 15:32:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Con la statale n. 298 da Perugia a Gubbio (31 km) e a Scheggia (13 km) e da qui si sale all&#8217;Eremo (15 km). In treno si scende alla stazione di Fossato di Vico Gubbio e si prosegue in taxi. Eretto nel 1521 dal Beato Paolo Giustiniani, fondatore degli Eremi Camaldolesi di Monte Corona. Insediamento atipico in quanto la posizione [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/san-Girolamo-Scheggia.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4719" title="san Girolamo - Scheggia" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/san-Girolamo-Scheggia-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Con la statale n. 298 da Perugia a Gubbio (31 km) e a Scheggia (13 km) e da qui si sale all&#8217;Eremo (15 km).</p>
<p>In treno si scende alla stazione di Fossato di Vico Gubbio e si prosegue in taxi.</p>
<p>Eretto nel 1521 dal Beato Paolo Giustiniani, fondatore degli Eremi Camaldolesi di Monte Corona. Insediamento atipico in quanto la posizione non ha consentito la costruzione di celle solitarie separate, come negli altri Eremi. Fu abbandonato nel 1928. Ricostruito (1985-91), è stato riaperto nel 1992. Sorge in una posizione estremamente solitaria, ma di grande fascino ambientale e dall&#8217;intensa misticità. Non è visitabile. Occorre prendere preventivi contatti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Eremo di San Girolamo<br /> Eremiti Camaldolesi di Monte Corona<br /> Via Circonvallazione<br /> Località Monte Cucco<br /> 06020 Scheggia-Pascelupo (Perugia)<br /> Tel. 075 &#8211; 9250190</p>
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		<title>Eremo Santa Maria Giacobbe &#8211; Pale di Foligno</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2011 15:29:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>  Un eremo rupestre preziosamente affrescato nella montagna di Foligno. Il Sasso di Pale domina, con la sua caratteristica mole piramidale, la vasta piana di Foligno. A meridione nettamente tagliato da una ripida parete di calcare &#8211; spessi strati di Calcare Massiccio, inclinati e spezzati dalle spinte tettoniche che sollevarono l&#8217;Appennino, ne delineano l&#8217;architettura &#8211; che incombe sulla valle del [&#8230;]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.medioevoinumbria.it/edifici-storici/edifici-religiosi/eremo-santa-maria-giacobbe-pale-di-foligno/attachment/eremo_pale/" rel="attachment wp-att-3904"><img class="aligncenter size-full wp-image-3904" title="Eremo_Pale" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/Eremo_Pale.jpg" alt="" width="500" height="374" /></a></p>
<div>
<div style="text-align: justify;"> </div>
<p><strong>Un eremo rupestre preziosamente affrescato nella montagna di Foligno.</strong></p>
<div align="justify">Il <strong>Sasso di Pale</strong> domina, con la sua caratteristica mole piramidale, la vasta piana di Foligno. A meridione nettamente tagliato da una ripida parete di calcare &#8211; spessi strati di Calcare Massiccio, inclinati e spezzati dalle spinte tettoniche che sollevarono l&#8217;Appennino, ne delineano l&#8217;architettura &#8211; che incombe sulla valle del <strong>Menotre</strong>, a monte della sua confluenza con il <strong>Topino</strong>. Il Menotre, forse per antichi sbarramenti, ha qui deposto una spessa piastra di travertino &#8211; vi è anche una piccola grotta da visitare, ricca di concrezioni &#8211; sulla quale si è arroccato il borgo di <strong>Pale</strong>, ancora cinto di mura. Il borgo controlla la sottostante ampia valle, colma di uliveti che risalgono fitti gli adiacenti versanti montani, lungo la quale, per l&#8217;antichissima via Plestina, si saliva dalla Flaminia agli altopiani di <strong>Colfiorito</strong>.</p>
<p>Annidato in alto, tra le balze rocciose del monte, in una concavità della parete, attira lo sguardo un piccolo gruppo di edifici abbarbicati allo scoglio, con il quale sembra fondersi. E&#8217; l&#8217;<strong>Eremo di S. Maria Giacobbe</strong>. Vi si arriva a piedi dal paese, lungo un erto sentiero, a tratti scalinato, che sale tra i lecci e i ghiaioni, profumati dai cespugli cinerini della santoreggia.</p>
<p>Ancora oggi è meta di processioni e pellegrinaggi dei popoli vicini, particolarmente il <strong>25 maggio</strong>, festa della patrona, e il giorno dell&#8217;Ascensione. Salire a piedi scalzi, per l&#8217;aspro percorso, era uno dei modi comuni di purificarsi prima dell&#8217;accesso nello spazio sacro. <br /> L&#8217;eremo è un santuario di frontiera, posto cioè al limite dei territori parrocchiali di diverse comunità della montagna, che vi accorrevano nei momenti di festa. Funzionava quindi come centro di incontro, scambio e aggregazione non solo religiosa, ma anche sociale e culturale. La ricorrenza festiva era utile per rinsaldare i legami del gruppo, derimere e sciogliere i contrasti eventualmente creatisi, e per i giovani occasione per fare nuove conoscenze. <br /> Ma il santuario possedeva anche prerogative <strong>terapeutiche</strong>. Vi si ricorreva, infatti, per invocare la protezione per sé e i propri congiunti, specialmente se lontani &#8211; come frequentemente e intensamente avvenne negli ultimi due conflitti mondiali &#8211; ma anche per le proprietà salutari e apotropaiche sia dell&#8217;acqua raccolta nella cisterna dell&#8217;eremo, che degli intonaci che venivano grattati e portati via (allo scopo sono stati asportate anche piccole parti degli affreschi). Nel locale annesso alla chiesa si raccolgono ancora numerosi ex voto, per grazia ricevuta, anche se i più antichi &#8211; in genere tavolette fatte dipingere dai devoti per ricordare il fatto miracoloso &#8211; sono stati o asportati o traslati presso la chiesa parrocchiale. </p>
<p><span style="color: #8b0000;"><strong>L&#8217;Eremo</strong></span><br /> E&#8217; costituito da edifici di epoche diverse e varie volte riadattati, ricavati al di sotto di una ampia rientranza della parete rocciosa, che funge in parte da volta. La costruzione più antica è la chiesa &#8211; alla quale si accede per un portale in pietra asimmetrico rispetto alla facciata &#8211; costituita da un vano rettangolare di metri nove per tre e mezzo. Ad essa si addossano, a livelli diversi, <strong>due edifici </strong>all&#8217;interno dei quali sono ricavate le piccole stanze dove albergavano gli <strong>eremiti</strong>, che in ogni epoca, hanno custodito il santuario. Entrando nella piccola chiesa si resta subito colpiti dai molteplici affreschi che ricoprono interamente le pareti e la volta. Quest&#8217;ultima è alquanto irregolare, in parte a sesto acuto e in parte a tutto sesto, raccordandosi sul fondo con il masso calcareo che funge quasi da abside. <br /> Gli affreschi, di epoca e mano diversa, a volte ritoccati in maniera inesperta, sono pregevoli per la storia della pittura umbra. Sulla volta troneggia un Cristo benedicente incluso in una mandorla, di probabile scuola senese, e un Cristo Benedicente tra angeli. Nella parete di destra un grande affresco illustra <strong>la</strong> <strong>Natività (fine XIV secolo)</strong>; si affiancano le figure di <strong>S. Antonio </strong>e <strong>Cristo</strong> risorto, dipinte nel <strong>1547</strong>. Sulla parete di sinistra si sviluppa il tema della morte di Maria, forse di scuola giottesca. In questa parete sono numerose le rappresentazioni della Madonna col Bambino, di cui una molto bella, e forse tra le più antiche, di tipo bizantino. Incombe un grande <strong>Cristo tunicato</strong> <strong>(fine secolo XIV)</strong> che ripete l&#8217;iconografia del <strong>Santo Volto di Lucca</strong>; esso immerge i piedi in due calici che richiamano il <strong>Santo Graal</strong>, curiosa connessione con le legende del cosiddetto <strong>&#8220;ciclo bretone&#8221;</strong>. <br /> Sulla controfacciata emerge un grande S. Cristoforo, parzialmente ricoperto da figure di santi (XVI secolo). Sulla parete dell&#8217;altare sono rappresentati in successione da sinistra <strong>S. Carlo Borromeo</strong>, <strong>S. Maria Maddalena</strong> &#8211; riconoscibile per i lunghi capelli sciolti &#8211; <strong>S. Antonio da Padova</strong> e <strong>S. Messalina</strong>, martire di Foligno (affreschi del XVII secolo).<br /> Sul fondo dell&#8217;altare, affrescati sulla roccia &#8211; probabilmente sono questi i più antichi &#8211; troviamo le figure di S. Maria Giacobbe &#8211; titolare del santuario caratteristicamente rappresentata con il vasetto degli aromi in mano &#8211;<strong> S. Luca</strong> e una <strong>Madonna con Bambino</strong> in una cortina di angeli <strong>(XII &#8211; XIII secolo)</strong>. <img class="alignright" style="width: 230px; height: 169px; border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/pale3.jpg" alt="" width="230" height="169" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<p>Sono oggi presenti nella parrocchiale di Pale due opere d&#8217;arte del santuario: una <strong>Madonna lignea</strong> &#8211; che l&#8217;eremita tradizionalmente portava a spalla nelle case ove vi fosse bisogno per impetrare la grazia &#8211; e una tela del XVI secolo con raffigurata <strong>S. Maria Giacobbe</strong>. Del santuario non si ha documentazione antecedente al <strong>1296</strong>, quando risulta già dotato ampiamente di beni. Se ne deduce una fondazione anteriore risalente a circa la metà del XIII secolo. Il mito di fondazione vuole che in una grotta del Sasso di Pale si sia rifugiata a fare penitenza <span style="color: #8b0000;"><strong>S. Maria Giacobbe</strong></span>, da cui poi la erezione del santuario. Maria de Iacoba è la madre di Giacomo che dopo aver assistito alla crocifissione, insieme a Maria di Magdala &#8211; la prostituta Maddalena, che per l&#8217;appunto viene raffigurata con i capelli sciolti sulle spalle &#8211; e a Salome, la mattina del sabato riceveranno l&#8217;annuncio della resurrezione presso il sepolcro dove si erano recate con il vaso degli aromi. Il popolo ha sempre fatto una grande confusione tra le tre Marie. In realtà è la Maddalena che visse per lunghi anni solitaria in una caverna. Il culto di S. Maria Giacobbe si diffuse nel secolo XIII, forse portato da monaci orientali che percorrevano le strade dell&#8217;Italia Centrale. Esso per la prima volta è attestato a Veroli, nel Lazio, dove secondo la leggenda di fondazione, su un anfratto della montagna furono trovati, in un urna, i resti mortali della santa. <br /> A Pale è ancora vivo il ricordo di un tradizionale pellegrinaggio &#8220;sostitutivo&#8221;, dove un committente, a pagamento, per ottenere il beneficio, inviava in usa vece al santuario sette ragazze guidate da una donna sposata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div align="center"><img class="aligncenter" style="width: 480px; height: 507px; border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/pale_cartina.jpg" alt="" width="480" height="507" align="absmiddle" border="1" hspace="10" vspace="10" /></div>
<p><strong><span style="color: #8b0000;"><br /> Itinerario</span></strong></p>
<div align="justify"><img class="alignleft" style="width: 220px; height: 150px; border-style: initial; border-color: initial; border-image: initial; border-width: 0px;" src="/wp-content/gallery/resources/pale2.jpg" alt="" width="220" height="150" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /><strong>Pale</strong> è un toponimo molto interessante, forse prelatino, da <em><strong>&#8220;pal&#8221;</strong></em>, altura, noto anche sulle Alpi. Ha il significato di rupe nuda che forma la cima di un monte &#8211; ben adatta al nostro monte &#8211; o di ripido versante prativo. Pale era una antica divinità italica della pastorizia, preposta alla fecondità e salute degli armenti. Veniva festeggiata il 21 aprile; durante le <em><strong>&#8220;Palilie&#8221;</strong></em> i pastori accendevano dei fuochi di paglia sui quali salivano insieme al bestiame come atto di purificazione. E&#8217; significativo che proprio <br /> sulla sommità del monte recentemente sono stati portati alla luce i resti di un santuario, probabilmente italico. E&#8217; tutt&#8217;ora attiva nel borgo una cartiera, che sfrutta la ricchezza di acque, incanalate, del Menotre. Non è improbabile che tale attività sia stata iniziata addirittura in pieno medioevo, dai monaci della vicina abbazia di Sassovivo, di cui Pale rappresentava un possedimento. La parte più interessante dell&#8217;itinerario proposto è la risalita del ripido vallone che delimita il Sasso di Pale ad occidente, scavato lungo i calcari stratificati che si appoggiano all&#8217;anticlinale di Calcare massiccio, tra i quali spiccano per il loro colore rosso i calcari e le marne del <strong>Rosso Ammonitico</strong>. Una densa lecceta ammanta il fosso e i versanti adiacenti. Al riparo del fitto bosco vivono numerosi animali selvatici, tra i quali l&#8217;elusivo istrice, di cui non è difficile rinvenire gli aculei. Sulle rupi nidifica e volteggia frequentemente il falco. La cima del monte, foschia permettendo, permette di godere di un vasto panorama sui monti umbri fino al <strong>Subasio</strong> a nord e ai monti di <strong>Spoleto</strong> a sud.<br /> Dall&#8217;alto si possono osservare gli estesi uliveti che in questa parte d&#8217;Appennino, grazie ad un clima particolarmente dolce, trovano un ambiente ideale e si insinuano frequentemente tra i boschi termofili di leccio e roverella.</div>
<p>Tratto da: <br /> <span style="color: #8b0000;">I Sentieri del Silenzio </span><br /> Alla scoperta degli eremi rupestri e delle abbazie dell&#8217;Appennino marchigiano e umbro<br /> Andrea Antinori <br /> Società Editrice Ricerche</p>
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		<title>Eremo Santa Maria della Visitazione &#8211; Assisi</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2011 11:27:45 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Edifici Religiosi]]></category>
		<category><![CDATA[Eremi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>L&#8217;antico Convento (XIV secolo) fu trasformato in fattoria e nel 1984 divenne, dopo essere stato completamente ristrutturato, Casa di Preghiera dell&#8217;Istituto Ancelle della Visitazione &#8220;Oasi Tabor&#8221;. Sono accolte giovani donne in ricerca vocazionale o per brevi periodi di ritiro spirituale.   Si arriva ad Assisi con la statale n. 75. Poi si prende la provinciale che porta in direzione nord [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div><a href="www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/affresco-eremo-della-Trasfigurazione.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4723" title="affresco all'interno della Chiesina." src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/affresco-eremo-della-Trasfigurazione-300x240.jpg" alt="" width="300" height="240" /></a>L&#8217;antico <strong>Convento</strong> (XIV secolo) fu trasformato in fattoria e nel 1984 divenne, dopo essere stato completamente ristrutturato, Casa di Preghiera dell&#8217;Istituto Ancelle della Visitazione &#8220;Oasi Tabor&#8221;.</div>
<div><strong>Sono accolte giovani donne in ricerca vocazionale o per brevi periodi di ritiro spirituale.</strong></div>
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<div>Si arriva ad Assisi con la statale n. 75. Poi si prende la provinciale che porta in direzione nord a Palazzo (10 km) e si prosegue per Mora (2 km). In treno si scende alla stazione dei Assisi e si continua con gli autobus locali o in taxi.</div>
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<div><strong>Eremo di Santa Maria della Visitazione<br /> </strong>Ancelle della Visitazione &#8220;Oasi Tabor&#8221;<br /> Via della Pineta &#8211; Località Mora di Assisi<br /> 06081 Assisi (Perugia)<br /> Tel. 075 &#8211; 8038798<br />  </div>
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