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	<title>Medioevo in Umbria &#187; Appuntamenti</title>
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		<title>Mostra su Taddeo di Bartolo a Perugia &#8211; 7 MARZO/7 GIUGNO 2020</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2020 16:12:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rolando]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>GALLERIA NAZIONALE DELL’UMBRIA DAL LA PRIMA MOSTRA MONOGRAFICA MAI DEDICATA A TADDEO DI BARTOLO (1362 ca.-1422)  a cura di Gail E. Solberg &#160; L’esposizione presenterà 100 tavole del pittore senese, una delle più significative presenze artistiche dell’epoca. Per l’occasione sarà ricostruita l’imponente pala, ormai smembrata, di San Francesco al Prato di Perugia. Dal 7 marzo al 7 giugno 2020, la Galleria Nazionale dell’Umbria [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="content columns-6 right double-row-padding small-col-padding">
<p><strong>GALLERIA NAZIONALE DELL’UMBRIA </strong><strong>DAL <a href="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/taddeo-di-bartolo-santa-caterina.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7974" src="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/taddeo-di-bartolo-santa-caterina-180x300.jpg" alt="taddeo-di-bartolo-santa-caterina" width="180" height="300" /></a></strong></p>
<p><strong>LA PRIMA MOSTRA MONOGRAFICA MAI DEDICATA A </strong><strong>TADDEO DI BARTOLO (1362 ca.-1422)  </strong><strong><em>a cura di Gail E. Solberg</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L’esposizione presenterà 100 tavole del pittore senese, una delle più significative presenze artistiche dell’epoca.</strong></p>
<p><strong>Per l’occasione sarà ricostruita l’imponente pala, ormai smembrata, di San Francesco al Prato di Perugia.</strong></p>
<p><strong>Dal 7 marzo al 7 giugno 2020, la Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia sarà teatro di un eccezionale evento espositivo.</strong></p>
<p><strong>Per la prima volta si terrà un’ampia monografica dedicata a Taddeo di Bartolo (1362 ca. – 1422)</strong>, una delle più significative presenze artistiche dell’epoca, in patria e non solo. Da vero e proprio maestro itinerante, infatti, egli trascorse buona parte della carriera spostandosi tra Toscana, Liguria, Umbria, e Lazio al servizio di famiglie politicamente ed economicamente potenti, autorità pubbliche, grandi ordini religiosi e confraternite.</p>
<p>La mostra, curata da Gail E. Solberg, la più accreditata studiosa del pittore, presenterà <strong>100 tavole del pittore senese</strong>, in grado di ricostruire l’intera sua parabola artistica, dalla fine degli anni ottanta del Trecento fino al 1420-22, con prestiti provenienti da prestigiosi musei internazionali, quali il Louvre di Parigi e il Szépművészeti Múzeum di Budapest, e con la decisiva collaborazione di enti e istituti italiani.</p>
<p>Taddeo di Bartolo è stato il più grande maestro del polittico del suo tempo. La rassegna darà quindi particolare enfasi a questa forma d’arte sacra, grazie alla presenza di pale complete e di tavole disassemblate che, riaffiancate, consentiranno di ricomporre per la prima volta i complessi di appartenenza.</p>
<p><a href="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/taddeo.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7971" src="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/taddeo-300x157.jpg" alt="taddeo" width="300" height="157" /></a>Per l’occasione, in un ambiente che ricreerà l’interno di una chiesa francescana ad aula, sarà ricostruito l’imponente apparato figurativo della ormai smembrata pala di San Francesco al Prato di Perugia, di cui la Galleria Nazionale dell’Umbria conserva ben 13 elementi. A questi si aggiungeranno le parti mancanti, finora individuate, come le sette tavole della predella raffiguranti <em>Storie di san Francesco</em>, conservate tra il Landesmuseum di Hannover (Germania) e il Kasteel Huis Berg a s’-Heerenberg (Paesi Bassi), e il piccolo<em> San Sebastiano</em> del Museo di Capodimonte a Napoli, che probabilmente decorava uno dei piloni della carpenteria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si tratterà quindi di una panoramica completa dell’arte di Taddeo, dalla prima opera firmata e datata – alla quale apparteneva l’<em>Annunciazione</em> del Kode Museum di Bergen (Norvegia) (1389) – fino alla <em>Madonna Avvocata</em> del Museo di Arte Sacra di Orte (VT), del 1420, passando attraverso prove capitali della sua carriera quali il polittico di Montepulciano, di cui si espongono le tre cuspidi, e l’imponente polittico della Pinacoteca di Volterra (PI).</p>
<p>L’importante attività di Taddeo di Bartolo come frescante sarà illustrata da una ricostruzione video in 3D degli affreschi della cappella del Palazzo Pubblico di Siena, parte di un ricco apparto multimediale che si ripropone di documentare i restauri e le indagini diagnostiche eseguiti in occasione della mostra grazie al contributo della Galleria Nazionale dell’Umbria, e di illustrare l’altissima qualità tecnica e stilistica della produzione di questo grande maestro.</p>
<p>L’esposizione è accompagnata da un catalogo scientifico bilingue (italiano e inglese) edito da Silvana Editoriale, contenente saggi di Gail E. Solberg, Emanuele Zappasodi, Veruska Picchiarelli, Donal Cooper e Alberto Sartore, Machtelt Brüggen Israëls, Christa Gardner von Teuffel, Daniele Costantini, Cristina Tomassetti ed Emanuela Massa. Inoltre, come è ormai consuetudine della Galleria, in occasione della mostra verrà realizzata anche una pubblicazione <em>ad hoc</em> per il pubblico dei più piccoli, una favola-racconto su Taddeo scritta da un’équipe del museo, illustrata dalla disegnatrice Chiara Galletti ed edita da Aguaplano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>TADDEO DI BARTOLO</strong></p>
<p>Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria (corso Pietro Vannucci, 19)</p>
<p><strong>7 marzo – 7 giugno 2020</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Orari</strong>: lunedì: 12.00 – 19.30; martedì – domenica: 8.30 – 19.30 (ultimo ingresso, ore 18.30)</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Biglietti</strong>: intero €8,00; ridotto € 2,00 per 18-25 anni; agevolazioni € 4,00</p>
<p>per gratuità e convenzioni, consultare <a href="http://www.gallerianazionaledellumbria.it/visita">qui</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ingresso gratuito tutte le prime domeniche del mese e 25 aprile</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Informazioni</strong>: Tel. 075.58668436; <a href="mailto:gan-umb@beniculturali.it">gan-umb@beniculturali.it</a>;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Biglietteria/Bookshop: </strong>Tel. 075.5721009; <a href="mailto:gnu@sistemamuseo.it">gnu@sistemamuseo.it</a>;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La peste nera e la fine del Medioevo.</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2020 16:03:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rolando]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Klaus Bergdolt, l’autore di questo interessantissimo saggio, traccia un dettagliato profilo della peste nera, che a metà del quattordicesimo secolo colpì duramente l’Asia e l’Europa. I primi due capitoli fungono da introduzione. Il primo parla diffusamente della peste nell’ antichità, mentre il secondo si sofferma sulla epidemia che colpisce l’impero bizantino a partire dal 541 d.C. La malattia rimase endemica [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Klaus Bergdolt, l’autore di questo interessantissimo saggio, traccia un dettagliato profilo della peste nera, che a metà del quattordicesimo secolo colpì duramente l’Asia e l’Europa. I primi due capitoli fungono da introduzione. Il primo parla diffusamente della peste nell’ antichità, mentre il secondo si sofferma sulla epidemia che colpisce l’impero bizantino a partire dal 541 d.C. La malattia rimase endemica fino al 750 d.C. per poi scomparire fino al 1347 d.C.</p>
<p>Scrive il Bergdolt: <em>«L’epidemia della peste fece morire un terzo della popolazione europea. Per cinque terribili anni, la morte proiettò ovunque la sua sinistra ombra. Si diffuse il panico, si insinuarono agghiaccianti sospetti che non risparmiavano neppure i vincoli familiari, si misero in atto impensabili mezzi di prevenzione. E all ’improvviso si scatenarono selvagge cacce ai presunti colpevoli. Alla fine di questa tragedia, l’Europa, da Venezia alla penisola iberica, da Firenze ai paesi di lingua tedesca, non fu più la stessa»</em>.</p>
<p>Il pregio dell’opera (edita nel 2002) è di evidenziare le <strong>cause</strong>, le vie di trasmissione dell’infezione e il quadro clinico della peste. Ma non solo. Informa su come si diffuse in Italia, occupandosi specialmente della sua propagazione a Messina, Firenze, Pistoia e Venezia. Successivamente pone in risalto la sua diffusione nella penisola iberica, in Francia, Germania, Inghilterra e penisola scandinava. Il Bergdolt con maestria sottolinea le <strong>conseguenze</strong> economiche e sociali della pandemia e quale peso ebbe la stessa nell’ arte figurativa e nella letteratura italiana ed europea.<a href="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/La-peste-nera.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7967" src="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/La-peste-nera-193x300.jpg" alt="La peste nera" width="193" height="300" /></a></p>
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		<title>Desiderio. L&#8217;ultimo re Longobardo, di Stefano Gasparri</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jan 2020 10:25:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rolando]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Il re barbaro e la dominazione dei Longobardi in Italia Desiderio, ultimo re dei longobardi, segnò con le sue gesta la storia d’Italia. Ricordato come barbaro, fu l’emblema e l’ultimo fulgore di una civiltà che per due secoli fiorì in Italia e le cui tracce permangono nel patrimonio artistico di città come Brescia, Pavia, Benevento, Salerno. Come duca di Tuscia [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il re barbaro e la dominazione dei Longobardi in Italia</p>
<p>Desiderio, ultimo re dei longobardi, segnò con le sue gesta la storia d’Italia. Ricordato come barbaro, fu l’emblema e l’ultimo fulgore di una civiltà che per due secoli fiorì in Italia e le cui tracce permangono nel patrimonio artistico di città come Brescia, Pavia, Benevento, Salerno. Come duca di Tuscia conquistò il potere avendo la meglio su <img class="alignright size-medium wp-image-7963" src="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/desiderio-199x300.jpg" alt="desiderio" width="199" height="300" />Rachtis, il re-monaco che si era ritirato a Montecassino prima di tentare un nuovo assedio al trono. Fu legato a Brescia, dove stabilì il monastero di San Salvatore dal quale regnò sull’Italia dell’VIII secolo. Durante il suo lungo regno fu prima protetto dai Franchi e difensore del papato, quindi alleato di Carlo Magno, e poi, infine, nemico dei papi e di Carlo. Vinto alle Chiuse di Susa dai Franchi, Desiderio fu assediato a Pavia, finché nel giugno del 774, arresosi, fu rinchiuso nel monastero di Corbie, dove poco dopo morì.</p>
<p>Dopo essere stato sconfitto da Carlo Magno, il suo regno fu subordinato ad un potere esterno alla penisola italiana, sancendo la nascita della dominazione territoriale della Chiesa di Roma. Il brusco e drammatico precipitare degli eventi che segnarono la fine dei Longobardi ha reso difficile il ricordo della sua figura che questa biografia intende ricostruire, proponendo una narrazione degli ultimi vent’anni di storia del regno longobardo diversa da quella scritta dai vincitori della complessa partita che si giocò in Italia nella seconda metà del secolo VIII.</p>
<p>Riportiamo parte della interessante recensione scritta da Edoardo Castagna su <em>Avvenire</em> del 27.12.19 <em>&#8220;Gasparri, docente di Storia dell’Alto Medioevo a Ca’ Foscari, prende di petto la questione: «La grande narrazione della storia d’Italia non comprende i barbari nel suo seno. È fondata su Roma e sulla sua eredità. Anche il relativo interesse che i Longobardi e gli altri barbari talvolta riscuotono in questi ultimi anni va ricondotto pur sempre alla loro presunta estraneità all’Italia. Interessano infatti come esempio antico di migranti». La storiografia si è lasciata alle spalle da tempo una simile semplificazione, «ma di questa grande opera di revisione è filtrato abbastanza poco nel comune senso storico ». Già le stesse “invasioni” barbariche sono viste sempre meno come grandi movimenti di massa e sempre più come processi di progressiva infiltrazione e assimilazione, scaglionati lungo l’ampio arco di tempo che chiamiamo Tarda Antichità e Alto Medioevo, nel mondo grecoromano; e perfino il concetto di “popolo” – barbarico o meno che fosse – è stato messo in discussione, giacché al loro interno i vari gruppi che si accostavano, più o meno pacificamente, all’Impero erano tutto fuorché omogenei. Nei Longobardi che nel 568 entrarono in Italia c’era di tutto: Sassoni, Avari, Gepidi, perfino “Romani”, per lo più Bizantini, assorbiti durante la lunga permanenza del popolo a ridosso del Limes. Una volta giunta in Italia, poi, questa gente eterogenea si confuse rapidamente – superata la primissima fase dell’“invasione” – con la popolazione locale, tanto che presto il termine “longobardo” perse ogni connotazione “etnica” e passò a indicare semplicemente qualsiasi abitante del regno longobardo, cioè pressoché tutta l’Italia continentale. Ne rimanevano fuori solo Roma e le ultime roccaforti bizantine (Ravenna, Napoli, la Pentapoli adriatica&#8230;): i cui abitanti, indistintamente, erano chiamati “romani”. «I nomi dei popoli – spiega Gasparri – assumono un valore diverso nel corso del tempo. Non capirlo, e restare invece attaccati a delle etichette etniche viste come immobili nel tempo, significa sottrarre i popoli alla dinamica storica, trasformandoli in entità metastoriche: un’operazione, questa, della quale mi sembra giusto sottolineare la pericolosità».</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Desiderio.  Scritto da Stefano Gasparri. Ed. Salierno 2019</strong></p>
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		<title>I sapori de lo Medioevo</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jan 2020 09:17:52 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Gastronomia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Bianco mangiare Ricetta per 8 persone Si prendono 250-300 grammi di formaggio fresco (ma abbastanza sodo, tipo tomino) e lo si riduce a pappa, mischiandolo con 2 cucchiaini di zenzero, un pizzico di zucchero e il chiaro di 3 uova montato a neve. In una teglia stendiamo la pasta classica a formare una torta aperta, vi mettiamo questa crema, spargiamo [&#8230;]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><strong><span style="color: #8b0000;">Bianco mangiare<br />
</span></strong>Ricetta per 8 persone</p>
<p>Si prendono 250-300 grammi di formaggio fresco (ma abbastanza sodo, tipo tomino) e lo si riduce a pappa, mischiandolo con 2 cucchiaini di zenzero, un pizzico di zucchero e il chiaro di 3 uova montato a neve. In una teglia stendiamo la pasta classica a formare una torta aperta, vi mettiamo questa crema, spargiamo un po&#8217; di zucchero sopra al tutto e mettiamo in forno. (Se la prepariamo in casa, dovrebbero andare bene 30&#8242; a 170-180°; inoltre, è bene coprire la torta con un foglio di carta stagnola, per evitare che la crema ingiallisca a causa della vicinanza delle resistenze elettriche).</p>
<p><strong><span style="color: #8b0000;">Cervo arrosto</span></strong></p>
<p>Si lava la carne di cervo con aceto e/o vino per togliere un po&#8217; del sapore di selvatico e la si sbollenta in acqua. Se il pezzo è girello o schiena, lo si riveste nella rete di maiale insime a un po&#8217; d&#8217;alloro e si mette sul fuoco bagnandolo ditanto in tanto con un po&#8217; di vino (eventualmente lo stesso di prima). Altrimenti si prepara una salsa con battuto di rosmarino, salvia e prezzemolo, sale e strutto; si mette la carne sul fuoco e la si bagna con questa salsa e con un po&#8217; del solito vino.</p>
<p><strong><span style="color: #8b0000;">Cinghiale alla menta</span></strong></p>
<p>Si prende 1 kg di cinghiale (preferibilmente spalla o schiena), lo si fa scottare un po&#8217; e poi lo si taglia a pezzetti. Intanto, lessiamo delle cipolle e tagliamo anch&#8217;esse a pezzettini. Infine, facciamo saltare in padella le cipolle e la carne insieme a strutto e menta, bagnando di tanto in tanto con vino rosso. Si porta in tavola decorato con menta fresca.</p>
<p><strong><span style="color: #8b0000;">Torello alla perugina</span></strong></p>
<p>Prendere un tocco di carne lessa tagliata a fette sottilissime e preparare la salsa composta da: 2 spicchi d&#8217;aglio, 3 acciughe dissalate, 50 gr di prosciutto, un fegatello di pollo, alcune foglie di salvia, la scorza di mezzo limone grattugiata, un cucchiaio di capperi sott&#8217;aceto, olio extra vergine di oliva, farina q.b. e un pò di vino bianco per diluire sale e pepe. Dopo aver triturato finemente tutti gli ingredienti metterli in padella a rosolare. con un pò d&#8217;olio. Una volta pronta la salsa versarla ancora calda sulla carne affettata.</p>
<p align="justify"><strong><span style="color: #8b0000;">Fichi ripieni</span></strong></p>
<p>Se vuoli fichi ripieni, prendi 40 fichi grossi, i migliori che tu puoi avere e i più grassi. Prendi pere monde e noci e mele monde e alquanti fichi medesimi, e pesta queste cose insieme, e buone spezie e alquanto zucchero. E prendi i fichi interi e levane il fiore, e fa&#8217; un buono foro in cadauno col dito; e riempili di questo battuto, e infarinali di pasta molle, e mettili a friggere in olio, e gettavi suso zucchero; e dalli dassezzo all&#8217;altre vivande.</p>
<p align="justify">Nella cucina, come saprete, è sempre bene usare frutta e verdura di stagione, quindi questo piatto dolce molto ricco potrebbe essere inserito nel banchetto di una festa di tarda estate o autunnale (Mabon), almeno finchè ci sono fichi, secondo le annate. E&#8217; Sconsigliato nei giorni afosi perchè estremamente calorico.</p>
<p><strong><span style="color: #8b0000;">Ippocrasso</span></strong></p>
<p>Ingredienti:<br />
3 l. di vino, miele q.b.<br />
5 o 6 chiodi di garofano<br />
1/3 di cucchiaino da caffè di zenzero in polvere<br />
1 cucchiaino da caffè colmo di cannella in polvere<br />
1/2 cucchiaino da caffè di galanga.</p>
<p align="justify">Accorgimenti utili:<br />
&#8211; il vino da usare principalmente è il rosso ma nel periodo estivo consiglio il bianco poiché è sicuramente meno corposo e quindi più gradevole da bere, magari fresco. La qualità del vino è molto importante poiché da essa dipende il buon esito del prodotto finale. A mio modesto e personalissimo parere, consiglio dei vini che in Toscana siamo soliti chiamare &#8220;grossi&#8221; o &#8220;da casa&#8221; o ancora più precisamente un vero e proprio &#8220;succo d&#8217;uva&#8221; (magari prodotti con vitigni di Trebbiano e Malvasia).<br />
&#8211; se volete dare un gusto più &#8220;rufiano&#8221; al vostro Ippocrasso vi consiglio di aggiungere agli altri ingredienti anche dei pezzetti di scorza di arancia.<br />
&#8211; il procedimento è semplice: unire il miele al vino fino ad arrivare alla dolcezza desiderata, e comunque secondo i gusti personali (vi consiglio comunque di non eccedere!), unite poi gli altri ingredienti e lasciate in macerazione almeno per 3 ore. Ovviamente più lunghi sono i tempi di macerazione e più il vino assume gusto e caratteristiche particolari e decise.</p>
<p align="justify">Per gentile concessione del sito <a href="www.cavalieridisuvereto.com" target="_blank">www.cavalieridisuvereto.com<br />
</a></p>
<p><strong><span style="color: #8b0000;">Quinquinelli<br />
</span></strong><br />
Ingredienti: 2 fette di carne di vitello, 1/2 caciottina di formaggio tenero, 2 pugni di mandorle pestate, sale e pepe q.b.<br />
Per la Sfoglia: 3 uova, 3 pugni di farina bianca, un pizzico di lievito di birra, sale q.b.<br />
Preparazione Mescolare la carne ed il formaggio finemente tritati con le mandorle salare e pepare a piacere. Preparare la sfoglia e farcirla con il composto preparato precedentemente così come si preparano i tortelli toscani (quadrati con lati di 4-5 cm). Friggere in una padella con strutto bollente.</p>
<p><strong><span style="color: #8b0000;">Torta del borghese</span></strong></p>
<p>Prendiamo 1 kg di spinaci freschi e 1 kg di bietole fresche; li laviamo, sfogliamo e tagliamo a striscioline. Quindi gli facciamo perdere interamente l&#8217;acqua, mettendo strati alternati di verdura e di sale grosso e lasciando a riposo per circa 2 ore. Prepariamo la pasta classica e la riempiamo con una crema composta da formaggio marzolino, un uovo e le verdure appena preparate; si possono aggiungere spezie (noce moscata, zenzero, cannella) a piacere e, se la crema è troppo molle, un po&#8217; di pane grattuggiato. Spolveriamo bene con uno strato di formaggio stagionato (pecorino, parmigiano, caciocavallo) grattuggiato, chiudiamo la torta con la pastella, spennelliamo con un uovo e mettiamo in forno (190° per 40-45&#8242;). Per ottenere i migliori risultati, la torta non dovrebbe venire più alta di 4 dita (5-6 cm).</p>
<p><strong><span style="color: #8b0000;">Torta di Re Manfredi<br />
</span></strong><br />
Si prendono delle frattaglie di pollo (cuore e fegato) e si saltano in un tegame aromatizzandole con erbe e bagnandole con vino rosso; poi, a coltello, si tagliano molto finemente. In una teglia stendiamo la pasta classica a formare una torta aperta, vi mettiamo la carne e spennelliamo il sopra con uovo sbattuto (formerà una graziosa crosticina dorata); mettiamo in forno.</p>
<p><strong><span style="color: #8b0000;">Ciriole<br />
</span></strong><br />
Sono tagliatelle caserecce tipiche di Terni che assomigliano ai pizzocheri della Valtellina. Sono condite con un soffritto d&#8217;olio e aglio, oppure con un ragù a base di carne trita e pomodoro fresco.</p>
<p><strong><span style="color: #8b0000;">Spaghetti con il tartufo &#8211; Ricetta di Spoleto</span></strong></p>
<p>Dopo aver pulito accuratamente i tartufi con un pennellino, si raschiano e si grattugiano. Sono posti in un mortaio di legno insieme con acciughe tritate ed un filo d&#8217;olio. Con quest&#8217;impasto così ottenuto sono conditi gli spaghetti.</p>
<p><strong><span style="color: #8b0000;">Impastoiata<br />
</span></strong><br />
Piatto contadino che consiste in un abbinamento di polenta e fagioli; questi ultimi, bolliti e insaporiti con salsa di pomodoro, sono aggiunti a fine cottura della polenta.</p>
<p><strong><span style="color: #8b0000;">Cardi al Grifo</span></strong></p>
<p>Piatto contadino molto conosciuto. Dopo aver tagliato i cardi in parti uguali si fanno bollire e, a metà cottura, sono passati nell&#8217;uovo e nel pan grattato per poi poterli friggere.<br />
Sono disposti in una teglia a strati con carne trita di vitello e fegatini di pollo soffritti con burro; il tutto va poi condito con salsa di pomodoro e cotto in forno per ultimare la cottura.</p>
<p><strong><span style="color: #8b0000;">Regina in porchetta<br />
</span></strong><br />
Specialità del lago Trasimeno. Il nome del piatto trae origine dal fatto che la carpa è cucinata come la porchetta.<br />
Una volta svuotato delle interiora il pesce va farcito con grasso di prosciutto, aglio, finocchio selvatico, sale e pepe.<br />
Dopo aver legato allo spiedo con dello spago da cucina, va cotto sulla griglia con qualche goccia di limone.</p>
<p><strong><span style="color: #8b0000;">Cappelle di funghi alla griglia</span></strong></p>
<p>Sono dei bei funghi porcini senza gambi, spruzzati d&#8217;olio e sale cotti sulla griglia.<br />
Le cappelle sono servite ben calde e condite con una salsa a base di pangrattato, sale, pepe, aglio e prezzemolo tritato.</p>
<p><strong><span style="color: #8b0000;">Strufoli<br />
</span></strong><br />
Dolci caratteristici del periodo di carnevale. Dopo aver preparato l&#8217;impasto con farina, uova, scorza di limone, zucchero, vaniglia e un po&#8217; di rum, il composto è versato a cucchiaiate in olio bollente. Una volta sgocciolati e deposti in un contenitore, gli strufoli sono ricoperti di miele fuso e serviti freddi.</p>
<p align="justify">
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		<title>Offida</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jan 2020 09:03:34 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Umbria e dintorni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>29 Centro del subappennino marchigiano, il cui territorio è posto interamente tra le valli del fiume Tesino e del fiume Tronto. Il centro abitato deve la sua pianta irregolare allo sperone roccioso sul quale sorge, ritagliato dai due rami sorgentizi del torrente Lama, affluente di sinistra del Tronto. Storia Piuttosto dibattute le origini di Offida. Lo stesso toponimo è oggetto [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">29<img class="aligncenter" style="border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/Offida/Offida.jpg" alt="" width="400" height="221" align="middle" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<p style="text-align: justify;">Centro del subappennino marchigiano, il cui territorio è posto interamente tra le valli del fiume Tesino e del fiume Tronto. Il centro abitato deve la sua pianta irregolare allo sperone roccioso sul quale sorge, ritagliato dai due rami sorgentizi del torrente Lama, affluente di sinistra del Tronto.</p>
<p><span style="color: #800000;"><strong>Storia</strong></span><br />
Piuttosto dibattute le origini di Offida. Lo stesso toponimo è oggetto di diverse interpretazioni e non aiuta a formarsi un&#8217;idea certa su come sia sorto il centro abitato. Nel territorio offidano sono presenti tombe picene (VII-V secolo a.C.) e vestigia romane ma non c&#8217;è traccia storica certa fino al 578 d.C. quando gli ascolani in fuga per l&#8217;invasione longobarda fondarono diversi castelli nei colli piceni, compresa Offida.<br />
Secondo alcuni storici Offida già nel VII secolo sarebbe stato un centro di una certa importanza, divenendo sede di un Gastaldato. Dello stesso ci sarebbero tracce in epoca carolingia e sotto il Sacro Romano Impero quando la città assunse grande importanza.<br />
Al 1039 risale la prima testimonianza storica certa, quando Longino d&#8217;Azone cede all&#8217;Abbazia di Farfa il castello di Ophida. Nel 1261 una bolla di papa Urbano IV conferma i poteri dell&#8217;Abbazia di Farfa istituendo il Presidato Farfense, una sorta di governatorato distaccato da Farfa e indipendente da qualsiasi diocesi.<br />
Nel 1292 papa Niccolò IV concede ai comuni marchigiani la facoltà di eleggere podestà, consoli e priori. Per Offida e per altri grandi centri marchigiani dell&#8217;epoca si tratta di un riconoscimento ufficiale per delle istituzioni già operanti e &#8220;collaudate&#8221;.</p>
<p><span style="color: #800000;"><strong>Toponimo</strong></span><br />
Legata all&#8217;incertezza delle origini, anche la natura di Ophida, o Ofida, come appare nelle prime testimonianze medievali, è oggetto di studi che non hanno portato ad una conclusione condivisa. Tramontate le tesi legate ad un&#8217;origine greca (da Ophis, serpente) o romana (da Oppidum, città fortificata), tra le altre teorie ha credito quella che fa risalire il nome all&#8217;unione di due radici di origine indoeuropea: Oph (ricco) e Ida (monte, colle).</p>
<p><strong>Da vedere:</strong><br />
<span style="color: #800000;"><strong><img class="alignleft" style="border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/Offida/ChiesaSantaMariaRocca.jpg" alt="" width="250" height="188" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /></strong></span><br />
<span style="color: #800000;"><strong>Chiesa di Santa Maria della Rocca</strong></span><br />
È uno dei maggiori monumenti dell&#8217;intera regione Marche. Sita all&#8217;estremo occidentale dell&#8217;abitato, risulta circondata su tre lati da altrettanti dirupi che la ritagliano esaltandone l&#8217;imponenza e aprendola allo sguardo di due vallate. La grande costruzione in laterizio in stile romanico-gotico si deve al maestro Albertino che la eresse nel 1330 sulla preesistente piccola chiesa benedettina.<br />
La facciata è rivolta verso l&#8217;esterno dell&#8217;abitato ed è solcata da lesene mentre, venendo dal paese si incontrano tre alte absidi poligonali con paraste di pietra bianca, monofore e archetti gotici. Sull&#8217;abside centrale si apre un portale gotico che immette nella cripta (a 3 poi a 5 navate), larga quanto la chiesa superiore e ornata di affreschi attribuiti al Maestro di Offida. La chiesa superiore, ad aula unica secondo la tradizione degli ordini mendicanti, conserva affreschi di influsso giottesco, ancora attribuiti al Maestro di Offida (quelli del transetto sono datati da un&#8217;iscrizione al 1367[4]) e altri attribuiti a Giacomo da Campli (secolo XV). Parte delle decorazioni originali sono andate perse anche per il deperimento della copertura e per la soppressione dell&#8217;ordine monastico.<br />
Negli altari laterali, eretti in epoche diverse, si segnala quello dedicato a Sant&#8217;Andrea, del XV secolo, con pala affrescata su muro da Vincenzo Pagani.<br />
Durante l&#8217;avanzata delle truppe alleate, tra il 16 ed il 18 giugno 1944 alcuni militari tedeschi avevano minato completamente la chiesa affinché le macerie fossero di intralcio agli alleati, ma nessuna delle trenta mine esplose e gli abitanti attribuirono l&#8217;episodio ad un miracolo della Vergine.<br />
Sul lato sinistro della prima scala che conduce alla chiesa è rappresentata una pecorella che mangia un quadrifoglio; la credenza popolare vuole che se ci si posiziona sopra, percorrendo a ritroso la scalinata, ad occhi chiusi, il desiderio espresso sarà esaudito.</p>
<p><span style="color: #800000;"><strong><img class="alignright" style="border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/Offida/PalazzoComunale.jpg" alt="" width="250" height="188" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" />Palazzo comunale</strong></span><br />
Costruito tra il XIII e il XIV secolo (torre centrale merlata). La facciata è preceduta da un portico a 7 arcate con un&#8217;elegante loggetta a 14 arcate alzata nel XV secolo. All&#8217;interno vi è una piccola pinacoteca con opere di Pietro Alamanno e Simone de Magistris da Caldarola. Nell&#8217;archivio storico comunale si conserva, tra l&#8217;altro, il catasto pergamenaceo mutilo del XIV secolo forte di ben 70 pergamene in caratteri gotici.</p>
<p><strong><span style="color: #800000;">Santuario di Sant&#8217;Agostino</span></strong><br />
In seguito all&#8217;arrivo delle reliquie relative al Miracolo Eucaristico di Lanciano l&#8217;originale chiesa della Maddalena venne sostituita da una chiesa più grandiosa che gli agostiniani decisero di intitolare proprio a Sant&#8217;Agostino. La sua costruzione si protrasse dal 1338 al 1441. La facciata è barocca (1686). L&#8217;interno fu modificato e ampliato nel XVIII secolo con pianta a croce latina con cupola entro tiburio e una veste tardobarocca di stucchi e arredi lignei pregevoli (coro e confessionali in radica di noce dell&#8217;ebanista offidano Alessio Donati). Sempre nell&#8217;interno si conservano una preziosissima croce reliquiaria (la &#8220;croce santa&#8221; che conserva la reliquia del suddetto miracolo) opera in argento dorato realizzata a Venezia nel Trecento e un altro reliquiario di arte marchigiana del Quattrocento.</p>
<p><strong><span style="color: #800000;">Chiesa della Madonna del Suffragio</span></strong><br />
Sulla facciata posta ad oriente vi sono due piccole porte murate in travertino del secolo XIV, un fregio in terracotta di stile romanico e un architrave in travertino con fregi bizantini. Sempre sulla stessa facciata vi è l&#8217;originario ingresso della chiesa di Sant&#8217;Antonio abate con a lato un affresco di Simone de Magistris dedicato allo stesso santo, molto deteriorato in quanto esposto all&#8217;esterno. L&#8217;interno a tre navate fu realizzato nel Settecento. Vi si conserva una statua lignea del Quattrocento e uno scheletro ligneo del Seicento raffigurante &#8220;la morte&#8221;, che un tempo la Compagnia del Suffragio portava come emblema in processione.</p>
<p><span style="color: #800000;"><strong>Monastero di San Marco</strong></span><br />
Sorto come monastero francescano nel Trecento su un preesistente sito benedettino, ha vissuto diversi cambiamenti nel corso dei secoli. Dal 1655 ospita le monache benedettine mentre l&#8217;attuale chiesa di San Marco in stile barocco fu fatta costruire nel 1738 occupando la parte centrale di quella originale eretta nel 1359 di stile romanico-gotico e della quale sono tornati alla luce un ampio portale con sovrastante rosone (attualmente non visibili perché racchiusi nel muro di cinta). Il lato sud su piazza Baroncelli, oltre al portale a edicola di accesso alla chiesa (1574) presenta gli originali archetti gotici e monofore chiuse, così come sul lato nord che però non è visibile perché racchiuso dalle mura di cinta del monastero. Nel monastero sono conservati alcuni affreschi del XIV-XV secolo, una croce lignea policroma e una croce reliquiario di pietra e perle preziose.</p>
<p><span style="color: #800000;"><strong>Chiesa dell&#8217;Addolorata</strong></span><br />
Chiesa quattrocentesca a navata unica con un&#8217;elegante loggetta cinquecentesca sul fronte ed un elaborato cornicione in cotto. All&#8217;interno vi è esposta la &#8220;bara&#8221;, cioè quel carro con baldacchino finemente decorato sul quale è sistemata la statua del Cristo morto che viene portata in processione il venerdì santo.</p>
<p><strong><span style="color: #800000;">Chiesa Collegiata</span></strong><br />
Costruita tra il 1785 e il 1798 dall&#8217;architetto ticinese Pietro Maggi su un disegno assai modificato dell&#8217;ascolano Lorenzo Giosafatti; ha un interno in stile neoclassico Luigi XVI e una facciata realizzata solo alla fine dell&#8217;Ottocento in stile eclettico di laterizio e travertino. All&#8217;interno, fra l&#8217;altro, vi si conservano un cofanetto ligneo duecentesco con 26 figurette eburnee di arte settentrionale, una croce astile del Trecento, un reliquiario del Quattrocento, un gruppo ligneo del Cinquecento, un crocifisso ligneo di Desiderio Bonfini (1612), pitture dei secoli XIV, XV e XVI (scuola crivellesca e scuola di Pietro Alemanno). Il coro intagliato con colonnine tortili e specchi in radica di Verona a due ordini di 14 stalli fu realizzato da Alessio Donati per la chiesa di Santa Maria della Rocca ma venne trasferito nel 1794 nella Collegiata, insieme alle reliquie di San Leonardo di Noblac conservate in un&#8217;urna posta all&#8217;interno dell&#8217;altare maggiore, anch&#8217;esso in legno.<br />
<strong><span style="color: #800000;"><br />
Santuario del Beato Bernardo</span></strong><br />
Il convento dei cappuccini di Offida con l’annessa chiesa, dove visse fra Bernardo per lunghi anni, restò in piedi dal 1614, anno di fondazione, fino al 1893, quando i frati, in vista dell’imminente bicentario della morte del beato, decisero di ricostruirne un altro più moderno, con chiesa più ampia e decorosa in suo onore. Ricostruirono i due edifici sullo stesso terreno conventuale su disegno dell’architetto cappuccino fra Angelo da Cassano d’Adda.<br />
Fra Angelo appena giunto in Offida, nella primavera del 1893, dopo un attento studio del sito, risultato con una configurazione a carattere stratigrafico e argilloso, quindi terreno difficile e ad alto rischio relativamente al settore edilizio, prese la sua decisione coraggiosa: nonostante tutto, decise di non mutare il &#8220;sito&#8221; della costruzione ma di spostare solo di poche decine di metri, verso sud – ovest, la sede del nuovo complesso conventuale.<br />
Nel nuovo Santuario, a tre navate, ampio e luminoso, è stato prevista una cappella in onore del beato, destinato alla custodia delle sue spoglie mortali.<br />
In un primo tempo nella nuova chiesa, la cappella del beato era ornata da un altare di stile composito poi abbattuto per far posto all’attuale complesso architettonico.<br />
L’altare era ornato da quattro colonne tortili, in legno scuro, due per lato, con una trabeazione classicheggiante, a più moduli. Nel centro si apriva la nicchia con la statua del beato, reggente il giglio sulla destra ed il teschio sulla sinistra, mentre un angioletto, sulla sua sinistra, mostrava una scritta. È probabile che l’altare fosse stato composto con elementi architettonici della vecchia cappella del beato, costruita nel 1792, se non si trattava addirittura dello stesso antico altare, sistemato nella nuova sede.<br />
L’attuale cappella sorge nel terzo vano laterale sinistro, ampliato in profondità, il quale, con un andito di rimpetto, delle stesse dimensioni, ora occupato dall’organo, conferisce alla chiesa la forma di croce latina, a tre navate.<br />
Il baldacchino è costituito da quattro colonne con basi verticalmente sviluppate e sobriamente decorate, con fusti lisci e con capitelli corinzi, ed è abbellito con decorazioni nell’architrave e nella volta, dovute sicuramente al Girolomini, come suoi sono i due vasi ai lati e la guglia terminante con una croce nel centro. In una fascia si legge: MANUM SUAM APERUIT INOPI (aprì la sua mano al bisognoso), con esplicita allusione alla bontà e generosità del beato verso i poveri.<br />
In vista del terzo centenario della morte del beato (1994) il 14 ottobre 1992 sono iniziati i lavori di restauro delle decorazioni pittoriche, del tetto della chiesa. Dopo il natale del 1992 si è dato inizio ala ristrutturazione del coro e del presbiterio. Un nuovo altare ligneo è stato sistemato nel presbiterio. I due nuovi amboni sono opera ammirevole dell’ebanista cappuccino padre G. Trombetta da Cingoli. L’indovinata illuminazione esalta la vivida cromia delle tele dipinte a spatola, opere di un artista che nutre e anima le sue figurazioni di fulgida luce diurna. In questa occasione è stata eretta una statua commemorativa del Beato Bernardo collocata all&#8217;inizio del viale d&#8217;accesso al santuario realizzata dal famoso scultore locale Aldo Sergiacomi.<br />
<span style="color: #800000;"><strong><br />
Teatro Serpente Aureo</strong></span><br />
Il Teatro Serpente Aureo fu costruito nel 1820 su disegno di Pietro Maggi, demolendo parte dell&#8217;antica casa comunale della quale è rimasto l&#8217;elegante portico quattrocentesco a fungere da facciata. Ampliato e decorato poco dopo l&#8217;unità di Italia con stucchi dorati e dipinti a tempera. Con pianta &#8220;a boccascena o a ferro di cavallo&#8221; tipica dei teatri settecenteschi conta tre ordini di diciassette palchetti e un loggione diviso in quindici parti.</p>
<hr />
<p><a title="Carnevale di Offida" href="http://medioevoinumbria.it/?p=1106">Carnevale di Offida</a></p>
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		<title>Strufoli</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jan 2020 09:00:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>A Perugia gli strufoli erano il tipico dolce di carnevale, un dolce diffuso anche in altre zone dell’Umbria, come a Gubbio, Todi e Città di Castello, anche se, a seconda della zona geografica, assumono forme e gusti leggermente differenti.  Ingredienti 8 uova 8 cucchiaini di latte 8 cucchiai di olio extravergine d’oliva 8 cucchiai di zucchero 16 cucchiai di farina [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/strufoli.jpg" alt="" width="250" height="141" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" /><br />
A Perugia gli strufoli erano il tipico dolce di carnevale, un dolce diffuso anche in altre zone dell’Umbria, come a Gubbio, Todi e Città di Castello, anche se, a seconda della zona geografica, assumono forme e gusti leggermente differenti.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong><span style="color: #800000;">Ingredienti<br />
</span></strong><br />
8 uova<br />
8 cucchiaini di latte<br />
8 cucchiai di olio extravergine d’oliva<br />
8 cucchiai di zucchero<br />
16 cucchiai di farina<br />
1 bicchierino di mistral<br />
miele<br />
alchermes<br />
bicarbonato<br />
olio</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800000;"><strong>Preparazione<br />
</strong></span><br />
Prendete tutti gli ingredienti (tranne l’olio, il miele e l’alchermes), impastateli energicamente fino a raggiungere un composto piuttosto consistente. Se lo ritenete opportuno, aggiungete altra farina. Lasciate riposare l’impasto per circa un’ora. Prendete dell’olio in quantità sufficiente e riscaldatelo in una padella. Staccate una cucchiaiata di impasto e gettatelo nell’olio bollente. Estraete gli strufoli quando si presenteranno ben gonfi e dorati e adagiateli su di una carta assorbente. Quando avrete estratto tutti gli strufoli, spruzzateli di alchermes e sgocciolate abbondante miele, fatto sciogliere precedentemente a bagnomaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Note – Anticamente la frittura degli strufoli avveniva per mezzo dello strutto, un grasso animale, che rendeva il dolce inadatto ad essere consumato dal primo giorno di Quaresima in poi. Il segreto per ottenere degli ottimi strufoli è la frittura. Un consiglio è quello di tenere bassa la fiamma nella fase iniziale della frittura, per alzarla gradatamente fino a raggiungere il massimo livello poco prima di estrarre gli strufoli.</p>
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		<title>Torciglione</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Dec 2019 14:12:53 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Gastronomia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Storia: L&#8217;origine di questo dolce sembra ricollegarsi a riti pagani, in cui il serpente veniva adorato come divinità, in quanto simbolo di vita e di vigore, per la proprietà che possiede di cambiare la pelle ritrovando in tal modo l&#8217;aspetto della giovinezza. Inoltre la sua forma a spirale ricorda il tempo ciclico. Si tratta di un impasto di mandorle tritate [&#8230;]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><strong><span style="color: #8b0000;"><a href="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/torciglione-umbro.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7957" src="https://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/torciglione-umbro-300x200.jpg" alt="torciglione-umbro" width="300" height="200" /></a>Storia:<br />
</span></strong><br />
L&#8217;origine di questo dolce sembra ricollegarsi a <strong>riti pagani</strong>, in cui il serpente veniva adorato come divinità, in quanto <strong>simbolo di vita e di vigore</strong>, per la proprietà che possiede di cambiare la pelle ritrovando in tal modo l&#8217;aspetto della giovinezza. Inoltre la sua forma a spirale <strong>ricorda il tempo ciclico</strong>.<br />
Si tratta di un impasto di mandorle tritate grossolanamente e di zucchero, amalgamato da albumi montati a neve, a cui viene data la forma sinuosa di un serpente, con tanto di squame a rilievo, occhi e lingua biforcuta.<br />
La fantasia di ogni cuoca si sbizzarrisce nella realizzazione di questa delicatissima e tradizionale specialità.<br />
Sembra che nei paesi prospicenti il <strong>Lago Trasimeno</strong>, i quali rivendicano l&#8217;origine di questo dolce, la forma del torciglione voglia ricordare l&#8217;anguilla, il cui consumo <strong>è tradizionale la vigilia di Natale</strong>.<br />
Pure nel Perugino, era usanza prepararlo durante le feste di Natale, ma il suo successo è stato tale che oramai il consumo si è destagionalizzato ed è possibile trovarlo durante tutto l&#8217;anno.</p>
<p align="justify"><strong><span style="color: #8b0000;"><img class="alignright" style="width: 220px; height: 223px; border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/torciglione_big.jpg" alt="" width="220" height="223" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" />Ingredienti per 8 persone:</span></strong></p>
<p>&#8211; mandorle dolci 500 g</p>
<p>&#8211; mandorle amare 50 g</p>
<p>&#8211; zucchero 300 g</p>
<p>&#8211; 2 cucchiai di brandy</p>
<p>&#8211; farina 80 g</p>
<p>&#8211; 3 chiare d&#8217;uovo e 1 rosso</p>
<p>&#8211; 40 g di pinoli oppure confettini argentati</p>
<p>&#8211; limone grattugiato</p>
<p align="justify"><strong><span style="color: #8b0000;">Preparazione: </span></strong></p>
<p>Macinare le mandorle precedentemente sbucciate e impastarle velocemente con lo zucchero, il brandy, le chiare d’uovo sbattute ottenendo così un impasto abbastanza consistente a cui si darà la forma di un serpente arrotolato con testa sottile e coda aguzza. Pennellare con il rosso d’uovo e ornare il corpo del torciglione infilando a lisca confettini o pinoli, mettere due chicchi di caffè al posto degli occhi ed una mandorla per simulare la lingua. Infine disporlo sopra una placca da forno ben unta di olio e cuocere a calore moderato per circa 40 minuti.</p>
<p><strong><span style="color: #8b0000;">Difficoltà:<br />
</span></strong>facile</p>
<p><span style="color: #8b0000;"><strong>Tempi:<br />
</strong></span>preparazione 30 minuti<br />
cottura 10 minuti</p>
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		<title>Giostra della Quintana di Foligno</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Sep 2019 11:30:12 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Folklore]]></category>
		<category><![CDATA[Giugno]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Si tratta di una rievocazione storica di un&#8217;antica competizione equestre in costume d&#8217;epoca: una corsa alla Quintana effettuata in Foligno il 10 Febbraio del 1613, in occasione del Carnevale, descritta in ogni particolare dal cancelliere di quel tempo, Ettore Tesorieri. Questo testo era stato trascritto dall&#8217;antico documento ed edito nel 1906 dall&#8217;erudito folignate Monsignor cronaca locale, del giornale &#8220;La Fiamma&#8221;, [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><a href="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/quintana.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7116" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/quintana-300x121.jpg" alt="quintana" width="300" height="121" /></a>Si tratta di una <strong>rievocazione storica di un&#8217;antica competizione equestre </strong>in costume d&#8217;epoca: una corsa alla Quintana effettuata in Foligno il <strong>10 Febbraio del 1613</strong>, in occasione del Carnevale, descritta in ogni particolare dal cancelliere di quel tempo, Ettore Tesorieri. Questo testo era stato trascritto dall&#8217;antico documento ed edito nel 1906 dall&#8217;erudito folignate Monsignor cronaca locale, del giornale &#8220;La Fiamma&#8221;, sotto un titolo &#8220;<strong>Ripristiniamo la Giostra dell&#8217;Inquintana</strong>&#8221; veniva proposta la ripresa della competizione equestre, come mezzo per richiamare forestieri e per rendere più caratteristico il Settembre Folignate: Dell&#8217;antico giuoco vengono descritte le fondamentali caratteristiche e l&#8217;articolo si conclude con un invito alla Brigata del Turismo il compito di ripristinare la giostra dell&#8217;Inquintana. Ma la Giostra trovò il suo tempo e l&#8217;opportunità di ripresa solo undici anni più tardi.<br />
<img class="alignleft" style="width: 167px; height: 194px; border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/assisi_quintana2.jpg" alt="" width="167" height="194" align="left" border="1" hspace="10" vspace="10" />Le motivazioni che indussero le persone facenti parte della Commissione, tra le quali anche cultori della storia della città, ad aderire con slancio alla proposta non furono dettate solo dal proposito iniziale, né da una chiara coscienza storico-rievocativa, che tuttavia venne sempre meglio delineandosi nel corso del tempo.<br />
Tutti ne intuirono la dimensione, ma videro soprattutto la possibilità di ritrovare in quell&#8217;evento festivo un&#8217;occasione di raccordo e di armonia tra tutta la popolazione, nelle mura di una città provata e devastata dagli eventi bellici dell&#8217;ultimo conflitto mondiale.<br />
Ed un precisa testimonianza di questo proposito, sempre affermato e ripetuto dalle cronache del tempo, è contenuta anche nel &#8220;Bando&#8221;. Si tratta di una comunicazione rivolta dall&#8217;autorità al popolo, relativa a fatti di pubblico interesse o di pubblica informazione. Veniva letto da un addetto, il Banditore; nel passato costituiva mezzo idoneo per rendere di conoscenza comune ciò che in sede di Istituzione veniva stabilito Così come era per il passato, la prima edizione moderna della Giostra ebbe il suo Bando al pubblico,la sera del 14 Settembre 1946, in Piazza Grande, davanti al Corteo dei Figuranti in costume e davanti al folto pubblico ivi raccolto. <img class="alignright" style="width: 142px; height: 190px; border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/assisi_quintana3.jpg" alt="" width="142" height="190" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" />Fu il Maestro di Campo a darne lettura. L&#8217;anno seguente per la stessa cerimonia ne fu replicata la lettura. Nel 1948 venne scelto un altro testo, ma,dal 1949 al giorno d&#8217;oggi, quello che si replica è (e non vi è ragione di cambiarlo) quello redatto nel 1947.Dopo soluzioni alternative riguardanti chi dovesse darne lettura, fu deciso nel 1978 per delibera del Comitato Centrale che tale compito spettasse al Sindaco della Città. Decisione sulla quale si tornò, a ragion veduta, nel 1984, allorché si comprese che per quel ruolo era opportuno che fosse visualizzato il personaggio &#8220;storico&#8221;,<br />
ovvero il &#8220;Banditore&#8221;, che annuncia la Gara e che lancia la Sfida. Un Cerimoniale che si è sempre effettuato con solennità, e con emozione è vissuto da tutti, figuranti e pubblico, raccolto a Piazza Grande, addobbata ed illuminata…</p>
<p align="justify"><strong>Ammanniti</strong> &#8211; Ammanniti vuol dire agguerriti, e trae il suo nome dalla caratteristica dei suoi stessi abitanti: «Sempre ammanniti, et all&#8217;ordine unitamente a combattere». Lo stemma attuale è costituito da due spade incrociate in campo rosa.</p>
<p align="justify"><strong>Badia </strong>&#8211; Il rione trae le sue origini da un&#8217;antica abbazia benedettina, che sorgeva nel luogo dove oggi si erge la chiesa di San Salvatore. Lo stemma attuale, si è delineato nel XIX secolo, e sembra rompere completamente con la tradizione iconografica precedente.</p>
<p align="justify"><strong>Cassero</strong> &#8211; Nel Medioevo, non era considerato un rione, ma soltanto una contrada nell&#8217;ambito del rione Campo o Fonte del Campo. Lo stemma adottato trova riscontro storico nella cosiddetta &#8220;Rocca dei Trinci&#8221;.</p>
<p align="justify"><strong>Contrastanga</strong> &#8211; Il nome deriva dalla porta di Contrastanga, chiamata così poiché confinante con un laghetto. Nel suo stemma c&#8217;era un ponte su uno stagno. Oggi è mutato in tre sbarre.</p>
<p align="justify"><strong>Croce Bianca </strong>&#8211; Nome e stemma deriverebbero da un altare sormontato da una croce mauriziana, che si trovava avanti alla chiesa del Suffragio, nel punto in cui dall&#8217;attuale via Garibaldi si diparte la via Umberto I.</p>
<p align="justify"><strong>Giotti</strong> &#8211; Difficile stabilire l&#8217;origine di questo rione. Lo storico Jacobilli le fa risalire a un insediamento militare dei Goti. La storia vuole che nella contrada ci fossero molte osterie, bettole e &#8220;scorticatori&#8221;. Infatti si diceva: &#8220;da Jotti si va per la carne, e vino&#8221;.</p>
<p align="justify"><strong>Mora </strong>&#8211; Secondo la tradizione orale, ma assolutamente priva di reali riferimenti storici, il rione avrebbe preso nome e insegna da un albero di gelso piantato nella sua piazza principale.</p>
<p align="justify"><strong>Morlupo</strong> &#8211; Nel Medioevo, era un fazzoletto di terra compreso nel Rione Contrastanga. È stato annoverato tra i Rioni, conservando il proprio nome, solo nel XIX secolo. L&#8217;emblema prescelto, un lupo nero in campo rosa.</p>
<p align="justify"><strong>Pugilli</strong> &#8211; I &#8220;pugilli&#8221; erano un&#8217;antica misura di superficie agraria. Il nome del rione risale all&#8217;assegnazione di alcuni &#8220;pugilli&#8221; di terra a profughi di Todi, venuti a insediarsi in questa zona. L&#8217;area prima del 1240 era posta al di fuori della cerchia muraria. Lo stemma, un&#8217;aquila nera in campo bianco, è un simbolo della ghibellina Todi.</p>
<p align="justify"><strong>Spada</strong> &#8211; Il nome del Rione sarebbe derivato dagli Spatarij, un popolo antico che avrebbe occupato la zona e costruito una porta nelle mura della città accanto alla chiesa di San Giovanni dell&#8217;Acqua. Su questa porta, detta poi Spataria, sarebbe stata scolpita, e ancora visibile, una spada nuda. L&#8217;origine della denominazione, è priva di riferimenti documentari o storiografici.</p>
<p>La Quintana di Foligno<br />
<a href="http://www.quintana.it/" target="_blank">www.quintana.it</a></p>
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		<title>Giochi delle Porte &#8211; Gualdo Tadino</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Sep 2019 10:40:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Emozioni infinite nel Medio Evo, caratterizzato dalle invasioni barbariche, in Umbria il risalire delle popolazioni dalle insidiose pianure verso la montagna, diede vita a degli agglomerati pseudourbani che si garantivano protezione e reciproco sostegno in caso di scorribande (spesso ricorrenti) delle popolazioni barbare. Topograficamente possiamo identificare uno degli antichi insediamenti di questo periodo lungo i pendii di colle S. Angelo, [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><strong><img class="alignright" style="width: 140px; height: 276px; border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/giochidelleporte.jpg" alt="" width="140" height="276" align="right" border="1" hspace="10" vspace="10" /><a href="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/gichi-delle-porte.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-5370" title="gichi delle porte" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/gichi-delle-porte.jpeg" alt="" width="240" height="184" /></a>Emozioni infinite nel Medio Evo</strong>, caratterizzato dalle <strong>invasioni barbariche</strong>, in Umbria il risalire delle popolazioni dalle insidiose pianure verso la montagna, diede vita a degli agglomerati pseudourbani che si garantivano protezione e reciproco sostegno in caso di scorribande (spesso ricorrenti) delle popolazioni barbare. Topograficamente possiamo identificare uno degli antichi insediamenti di questo periodo lungo i pendii di <strong>colle S. Angelo</strong>, dove oggi si erge il centro storico di Gualdo Tadino. L&#8217;organizzazione in quartieri era già evidenziata nel 1200, anche se non poteva ancora essere considerata una realtà giuridica.<br />
In seguito, intorno al quarto decennio del XIII sec. <strong>l&#8217;imperatore Federico II di Svevia</strong>, in transito con la sua corte fece ricostruire una parte della cittadina, che aveva subito due distruzioni, l&#8217;ultima dalle quali viene ancora ricordata dalla tradizione popolare come provocata da <strong>una donna del contado nocerino chiamata comunemente Basto</strong><strong>la</strong>, che <strong>ridusse in cenere le abitazioni della gente gualdese</strong>. L&#8217;imperatore Federico le fece così erigere nel 242 una robusta cinta muraria, la quale abbracciava tutta la città per poi ricongiungersi alla Rocca. Vi erano ben <strong>17 torri di difesa e 4 porte</strong>: Porta <em>San Facondino, Porta San Martino, Porta San Donato, e Porta San Benedetto</em>. Resta solo quest&#8217;ultima &#8211; la così detta Porta di Sotto dove si conserva una memoria lapidea del tempo. Anche la città si organizzò ben presto in quattro quartieri, corrispondente ognuno a ciascuna porta, in entità politiche ed amministrative, tanto che si sentì l&#8217;esigenza degli editti che attribuivano, tra l&#8217;altro mansioni di controllo della gestione urbana. <strong>Ogni porta aveva dai 35 ai 50 rappresentanti guidati da un Priore eletto dal consiglio di porta</strong>. Le porte avevano inoltre una sede ubicata nell&#8217;interno del <strong>palazzo del Rettore delle arti e dei Priori</strong>. Ogni porta, poi, raccoglieva, entro il proprio territorio, delle arti specifiche che la contraddistinguevano per abilità e buon lavorato. Come in ogni comunità cristiana le ricorrenze religiose erano celebrate con festeggiamenti e cerimoniali di grande rilievo. Dei due pali oggi si ricorda solo quello celebrato in settembre: le qua<strong><a href="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/gualdo-tadino-sbandieratori.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5372" title="gualdo-tadino-sbandieratori" src="http://www.medioevoinumbria.it/wp-content/uploads/gualdo-tadino-sbandieratori-300x240.jpg" alt="" width="300" height="240" /></a></strong>ttro porte oggi come allora si confrontano in una <strong>serie di gare</strong>, ed il <strong>corteo storico </strong>ripropone le caratteristiche di ogni porta, quali le arti e mestieri facenti parti delle corporazioni. Le gare dei Giochi si articolano in quattro prove: corsa con il carretto, tiro con la fionda, tiro con l&#8217;arco, corsa a pelo. Prima i somari con tanto di auriga e frenatore, percorrono a cronometro l&#8217;anello dei centro storico. Il secondo gioco consiste nel centrare con la fionda un piatto in ceramica raffigurante il cuore della strega. Il terzo , il tiro con l&#8217;arco, ha come bersaglio un tabellone a cerchi concentrici. La quarta gara che è la più bella e avvincente, a volte decisiva, prevede la cavalcata contemporanea dei quattro somari a pelo. E&#8217; al traguardo di questa che l&#8217;assegnazione del palio non ha più dubbi.</p>
<p><strong>La rievocazione avviene nei giorni 26, 27 e 28 settembre.</strong></p>
<p>Giochi delle porte<br />
Gualdo Tadino<br />
<a href="http://www.giochideleporte.it/" target="_blank">www.giochideleporte.it</a></p>
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		<title>Abbazia di Camporeggiano &#8211; Gubbio</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Sep 2019 10:25:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>A circa 18 chilometri da Gubbio, sulla SS 219 s&#8217;incontra la frazione di Camporeggiano ai piedi di una piccola altura dal vocabolo di Monte Cavallo in cima alla quale si intravedono i ruderi del castello già dimora feudale della nobile famiglia Gabrielli. Il castello era sorto attorno all&#8217;antica torre del VI o VII secolo costruita a guardia della valle che [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;" align="center"><img class="aligncenter" style="width: 470px; height: 336px; border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/abbaziacamporeggiano.jpg" alt="" width="470" height="336" align="top" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<p align="justify">A circa 18 chilometri da Gubbio, sulla SS 219 s&#8217;incontra la frazione di <strong>Camporeggiano</strong> ai piedi di una piccola altura dal vocabolo di <strong>Monte Cavallo</strong> in cima alla quale si intravedono i ruderi del castello già dimora feudale della nobile <strong>famiglia Gabrielli</strong>. Il castello era sorto attorno all&#8217;antica torre del VI o VII secolo costruita a guardia della valle che faceva parte del famoso &#8220;<strong>corridoio bizantino</strong>&#8221; che univa Roma a Ravenna al tempo dei longobardi. Nel 1057 avvenne una straordinaria donazione che cambiò la situazione della zona che divenne terra di monaci. I tre fratelli Gabrielli, Pietro, Giovanni e Rodolfo, insieme alla madre Rozia, <strong>donarono a</strong> <strong>S. Pier Damiani</strong>, Priore di Fonte Avellana e ai suoi successori, dopo aver liberato gli schiavi e i servi della gleba, <strong>l&#8217;intera proprietà comprendente il castello, i beni e la villa di Camporeggiano</strong>. L&#8217;unica condizione, la erezione di un monastero in onore dell&#8217;<strong>Apostolo S. Bartolomeo</strong>. Rodolfo e Pietro si ritirarono nel monastero di fonte Avellana. Il fratello Giovanni rimase a Camporeggiano e divenne il priore del monastero di S. Bartolomeo. Non si sa se il monastero venne edificato ex novo o su di una struttura già esistente. Intanto &#8220;Rodolfo e Pietro cominciarono a praticare la vita eremitica con una tale severità ed assduità che ben presto si sparse la fama della loro santità. Il loro modo di vivere veramente eccezionale e insolito faceva si che fossero di esempio di vita religiosa ed eremitica per tutti i loro confratelli&#8221; (Lettera di S. Pier Damiani ad Alessandro II). Rodolfo poi eccelleva oltre che per santità anche per dottrina tanto che a lui S. Pier Damiani affidava la correzione dei suoi opuscoli con piena fiducia. Avendo il santo dottore l&#8217;alta vigilanza sulla diocesi di Gubbio, ne propose Rodolfo come vescovo, benchè non ancora trentenne e, nella lettera citata, ci riferisce che &#8220;Rodolfo, pur essendo promosso alla dignità vescovile, non tralasciò di praticare nel governo della Chiesa Eugubina quanto aveva appreso all&#8217;eremo. Assiduo nel predicare e nell&#8217;ammonire non badava a asacrifici e a disagi. Tutto ciò che gli riusciva di risparmiare sulle spese domestiche lo impiegava completamente nell&#8217;alleviare le miserie dei poveri. Radunava ogni anno il Sinodo; non voleva però che in tale occasione i sacerdoti gli portassero le tasse e i contributi a lui dovuti&#8221;. Ancor giovane ma stremato dalle fatiche e dalle penitenze moriva nell&#8217;anno 1064. &#8220;Ero partito da poco da Roma e avevo appena raggiunto le mura di Firenze &#8211; scrive il Damiani &#8211; quando mi giunse la notizia che cambiò per me la luce del mezzogiorno in oscure tenebre e riempi le mie viscere di amaro fiele: era morto il Vescovo di Gubbio&#8221;. Frattanto il monastero di S. Bartolomeo aveva conosciuto un bello sviluppo tanto che papa Alessandro II già nel 1063 lo aveva reso esente da ogni giurisdizione e preso sotto la diretta protezione della Santa Sede a condizione che &#8220;<em><strong>a caritate eremi Fontis Avellanae non recedat</strong></em>&#8221; La famiglia monastica fu sciolta nel 1417 e il monastero ceduto agli olivetani. Oggi la chiesa è sede della Parrocchia di S. Bartolomeo con trasferimento dalla chiesa di S. Michele Arcangelo in Sioli. A pianta basilicae è costituita da tre navate con presbiterio sopraelevato con scalinata ricostruita e sottostante cripta cui si accede per due scalinate laterali. Sono riferibili all&#8217;edificio romanico originario le arcate, i pilastri e la cripta. E&#8217; in progetto la riapertura della navata di destra, da tempo chiusa e utilizzata ad altri usi dai proprietari dell&#8217;azienda che occupa la vecchia struttura abbaziale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;" align="center"><img class="aligncenter" style="width: 470px; height: 331px; border-image: initial; border: 0px initial initial;" src="/wp-content/gallery/resources/abbaziacamporeggiano2.jpg" alt="" width="470" height="331" align="top" border="1" hspace="10" vspace="10" /></p>
<p align="justify">
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